La pelle che abito. L’imprigionamento in un corpo estraneo

la pelle che abito
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Non c’è bisogno di scomodare lo spettacolo improvvisato da Agrado in “Tutto su mia madre” e la sua celebre affermazione secondo cui “una tanto più è autentica quanto più somiglia all’idea che ha sognato di se stessa” per capire che uno dei nuclei tematici forti del cinema di Almodóvar è la sua ossessione identitaria calata in una rappresentazione del corpo come metafora di imprigionamento della sessualità (da cui appunto Agrado rifugge con l’aiuto della chirurgia plastica che le permette di ottenere un aspetto più vicino all’immagine che lui/lei ha di sé). E proprio la prigione rappresentata dal corpo è al centro della vicenda narrata ne “La pelle che abito”.
La prospettiva è però qui invertita: se Agrado, per tornare al riferimento di prima, era ricorsa alla chirurgia plastica per liberarsi da un corpo che non sentiva suo e che non le consentiva di vivere pienamente la propria identità/sessualità, abbiamo ora invece un personaggio maschile, Vicente, che viene imprigionato – proprio a seguito di una serie di interventi di chirurgia plastica – in un corpo che non gli appartiene e che condanna inesorabilmente la sua identità/sessualità ad un perenne altro da sé. È in questo snodo fondamentale della narrazione che si disvela l’immagine orrorifica, il senso claustrofobico, la (quasi!) costante condizione di apnea/soffocamento percepita dallo spettatore in questo thriller psicologico scenograficamente caratterizzato da luoghi asettici ed oggetti taglienti, legacci e porte sbarrate, body attillati e maschere che coprono il volto (lo imprigionano, ne nascondono i caratteri: ne negano l’identità), e pervaso da una brutalità che scorre sottopelle, incessantemente minacciata, intensamente avvertita, ma quasi mai esplicitamente rappresentata sullo schermo (Almodóvar si muove per sottrazione, risparmiando facili effetti splatter e limitando all’essenziale le inquadrature più crude: la violenza è sempre più psicologica che fisica).
Il tema dell’imprigionamento, icasticamente rappresentato dalla stanza in cui Vicente/Vera viene rinchiuso/a durante il trattamento chirurgico e, prima ancora, dalla grotta/scantinato in cui Vicente viene incatenato subito dopo il suo rapimento, fa capolino lungo tutto il corso della narrazione, venendo evocato, in forma di flashback, anche attraverso il personaggio della moglie di Robert/Banderas, sfigurata dalle fiamme e, a sua volta, prigioniera di un corpo (deturpato) che non le consente di essere se stessa.

Insomma, stavolta Almodóvar va molto più a fondo nella sua ossessione identitaria-sessuale. Scava, si potrebbe dire, nella carne viva dei suoi personaggi, estremizza la sua poetica in immagini forti e punta su un film di grande tensione emotiva; forse però non sempre centrando pienamente l’obiettivo, come accade quando la scena viene calcata da personaggi eccessivamente parossistici e tornano le provocazioni più caratteristiche del regista che non contribuiscono certo ad elevare il livello qualitativo della sua ultima realizzazione.

L’imprigionamento, ne “La pelle che abito”, è però reazione ad un sopruso/abuso subito; è, cioè, nient’altro che la spietata vendetta del chirurgo plastico Robert che, a sua volta, aveva subito un abuso da quella che diventerà poi la sua vittima. Ed è qui che emerge il secondo nucleo tematico del film e, allargando lo sguardo, dell’intera cinematografia di Almodóvar: l’uomo “abusato”, vittima del sopruso, intimamente segnato dall’istinto di sopraffazione del proprio simile, dall’impulso distruttivo (e autodistruttivo) di figure estreme che si muovono ai margini della società o in luoghi affrancati dall’applicazione delle regole del vivere civile (Robert che pratica esperimenti transgenici nel chiuso della sua villa-clinica). I destini dei protagonisti delle vicende narrate appaiono allora spesso plasmati da un gesto estremo, da un atto di violenza; i personaggi-vittime dei film di Almodóvar sono preda del capriccio della natura prevaricatrice di altrettanti personaggi-carnefici. Alcuni sono destinati a sopravvivere (come la splendida Raimunda/Penelope Cruz di “Volver” o la bellissima Manuela/Cecilia Roth del già citato “Tutto su mia madre”, due dei personaggi femminili più belli della cinematografia del regista spagnolo), altri a soccombere (ancora Penelope Cruz in “Tutto su mia madre” e in “Gli abbracci spezzati”; ma, soprattutto, tornando a “La pelle che abito”, Norma, la figlia “abusata” di Robert). Come in gran parte dei film di Almodóvar, poi, la presenza forte di un destino inesorabile di abuso è scandita ancora una volta da un intreccio beffardo di legami di sangue; intreccio che torna a pervadere le vicende dei personaggi e che lega insieme vittime e carnefici in un disordine totalizzante che non lascia speranza di rivalsa. Anche qui, però, l’espediente narrativo adottato (l’inconsapevole vincolo di sangue che lega i protagonisti) è accompagnato da una fastidiosa sensazione di esasperazione drammaturgica che non giova alla credibilità della storia.

Gianfranco Raffaeli

Scheda del film:

Titolo originale: La Piel que Habito Genere: Drammatico/Thriller Origine/Anno: Spagna – 2011 Regia:  Pedro Almodóvar Interpreti: Antonio Banderas, Elena Anaya, Blanca Suárez, Jan Cornet, Marisa Paredes, Bárbara Lennie, Fernando Cayo, Roberto Álamo, Buika, Eduard Fernández Sceneggiatura: Pedro Almodóvar Montaggio: José Salcedo Fotografia: Jose Luis Alcaine Scenografia: Antxón Gómez Costumi: Paco Delgado, Jean-Paul Gaultier Musiche: Alberto Iglesias Giudizio: 6 ½

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