La peste di Camus. Il tentativo di essere uomini

Matteo Cremon, Oscar De Summa, Mattia Fabris e Marco Brinzi in La peste di Camus
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Sono arrivato prima a teatro. Avevo sbagliato orario, ma mi hanno fatto entrare ben mezz’ora prima. La sala era vuota. I tecnici facevano le ultime prove e ciondolavano pigramente in attesa dell’inizio. Mattia Fabris è uscito da dietro le quinte, quasi a voler provare le assi del palcoscenico, la tenuta dei sacchi che costituivano la parte essenziale della scenografia costruita dalla creatività di Maria Spazzi. È uscito anche Oscar De Summa.
C’era un’atmosfera magica. Quell’atmosfera che non è ancora la rappresentazione e precede lo spettacolo, quasi una dimensione domestica in cui ci si può lasciare andare quei gesti intimi che solo si fanno quando si è in compagnia di se stessi, o di prima mattina in bagno.
Il pubblico è entrato. La platea non era stracolma ma la presenza era fitta.
Le sirene hanno squarciato l’aria, ad imitazione delle sirene che si ascoltano in Ucraina, adesso che è tempo di guerra. È una finzione. Ci ricorda il bisogno di pace e quello che accade dove la pace non c’è. Di quelle sirene ce ne sono troppe in troppi luoghi del mondo, bisognerebbe spegnerle.

Si sono spente le luci della sala. I cinque attori erano là. Erano là perché la penna di Albert Camus ha raccontato della peste scoppiata ad Orano. Serena Sinigaglia quella peste ha voluto raccontarla. Perché ricorda troppo da vicino la peste che stiamo attraversando nei nostri giorni, una peste che non è soltanto caratterizzata dal coronavirus. È la peste dell’incapacità, dell’impossibilità di essere uomini. Non a caso il titolo che Serena Sinigaglia e Emanuele Aldrovandi hanno attribuito alla pièce è stato: La peste. Il tentativo di essere uomini.

La scenografia era essenziale, semplice, così come ci ha abituati Maria Spazzi con il suo usare linee che sembrano rincorrere i passaggi di una geometria euclidea, semplice e di impatto, senza fronzoli. Scenografia e costumi erano all’insegna del bianco, esaltato ancora di più dall’uso accorto delle luci.

Gli interpreti erano solo cinque ma insieme davano vita a una pletora di personaggi ben più folta, riuscendo con la loro verve a caratterizzarli tutti alla perfezione, fornendo umori e linguaggi espressivi diversi, contrapposti. Sfoderando in questo davvero una grande capacità artistica.

La trama è semplice. In città scoppia la peste. Nessuno può entrare ed uscire. Questo è il pretesto narrativo utile a Camus per esplorare l’animo umano. Ognuno dei personaggi reagisce all’evento nel modo più diverso. E come accade in queste circostanze, come è accaduto e continua ad accadere nei giorni in cui siamo ancora immersi, gli uomini danno il meglio e il peggio di se stessi. Uomini che crederemmo inabili ad affrontare la vita tirano fuori il meglio, per se stessi e gli altri. Uomini che avremmo creduto capaci di affrontare a viso aperto le intemperie dell’esistenza, mostrano tutti i loro limiti. Non è un problema di fragilità. La bellezza dei personaggi inventati dello scrittore francese sta anche nel coraggio della fragilità, nel coraggio con cui la palesano e non se ne vergognano. Si parla di morte in questa peste. Ma non è un testo angosciante, la morte fa parte della vita così come lo fanno parte della vita l’amore e l’amicizia di cui Camus si fa portatore. È di questo amore che il medico Rieux e lo storico Tarrou discutono. Parlano d’amore, parlano dell’amicizia che li lega in una fratellanza che riscalda.

Matteo Cremon, Oscar De Summa, Mattia Fabris e Marco Brinzi in La peste di Camus
Matteo Cremon, Oscar De Summa, Mattia Fabris, Marco Brinzi e Alvise Camozzi. in La peste di Camus. Il tentativo di essere uomini

Si parla di amore, si parla di amicizia, si parla della perdita. Perché noi esseri umani, nella nostra fragilità, nel nostro essere perituri, siamo votati alla perdita. Seppure questo è il nostro destino, Camus e con lui Serena Sinigaglia ci ricordano che amicizia e amore possono unire gli uomini in un abbraccio che dà speranza. È un abbraccio che non necessita di una via di uscita metafisica nella religione, ma una porta d’ingresso del nostro essere uomini, con tutte le nostre contraddizioni, con tutto il peso e la fatica che anche Sisifo fa nel riportare ogni volta il masso in cima alla montagna.

I temi trattati sono impegnativi, a tratti dolenti, ma intrisi di affetto per l’uomo, soffusi di un velo di calda ironia che circonda i personaggi di benevolenza. Senza dubbio il pregio di questo lavoro messo in scena da Serena Sinigaglia è far arrivare al pubblico speranza e fiducia nel genere umano, non perché spinti da mistiche trascendenze ma perché sollecitati da un autentico afflato laico.

A sipario chiuso con Serena Sinigaglia

Quanto è attuale il testo di Camus La peste?
La peste va considerato come un testo classico. Tutti i testi classici sono e sono sempre stati d’attualità. Lo chiami classico per questo. D’altronde Calvino quando ha scritto quel meraviglioso libro che è Perché leggere i classici è una considerazione che fa. A pieno titolo La peste di Camus è un classico del Novecento. Credo che sarà percepito sempre attuale dall’umanità. Non bisogna lasciarsi trarre in inganno, la peste di cui parla Camus non è soltanto, semplicemente la malattia, ma è metafora del male che corrode l’uomo e la sua morale. Mi piacerebbe pensare che risolveremo questo aspetto dell’umanità ma temo che dovremo sempre lottarci. Dopodiché è metafora della guerra, che purtroppo sappiamo bene essere sempre presente nelle società umane. Quindi non è che è attuale perché abbiamo passato e stiamo passando il Covid. È attuale nella sua metafora eterna sull’uomo.

Quanto sei stata fedele al testo? Anche perché a un certo punto il prefetto, interpretato da Marco Brinzi, dice “Manca una visione”. Quando ho sentito quella battuta mi sono detto “Serena deve averla aggiunta oggi insieme a Emanuele Aldrovandi, il drammaturgo. La mancanza di visione mi sembra sia stato uno dei grandi problemi in tempo di pandemia e in occasione della guerra in Ucraina“. È una battuta di Camus o l’avete aggiunta voi?
Noi siamo stati fedelissimi. Abbiamo semplicemente scelto e dato una forma, peraltro molto simile a quella del romanzo. L’abbiamo ovviamente asciugato e abbiamo organizzato il materiale di Camus ai fini della “comunicazione teatrale”. Ma non abbiamo alterato nulla. Sono stata rimproverata perché ho scelto scientemente, ho voluto tagliare la parte finale in cui Camus dice “Ma la pace è sempre minacciata. La peste tornerà. E noi probabilmente non saremo ancora pronti”. L’ho tagliata perché sentivo il desiderio di dare al pubblico un po’ di luce. Sembra che in questo periodo storico sappiamo perfettamente che la peste tornerà. Ci siamo completamente dentro.
Proprio a partire da questo presupposto ho preferito chiudere sull’altro grande concetto che è di Camus, ed è l’amore tra gli uomini. La soluzione, la possibilità, la salvezza, sta in quella forma di amore laico, impegno, che lui indica e che sappiamo essere anche parte della sua filosofia. Basti pensare a Sisifo felice dove Camus dice “Il vero scarto che l’uomo fa è quando conscio del dolore e della fatica intrinseca nella condizione umana, però quel masso lo riporta sulla cima della montagna, felice di farlo perché quello è il senso del nostro passaggio nell’esistenza”. Che in altra forma è quello che dice nella peste. Però lo dice in termini estremamente umani “La relazione, l’amore tra gli uomini può creare un cordone contro la malvagità, la violenza, la brutalità, dell’uomo”.

Serena Sinigaglia
Serena Sinigaglia. Foto Angelo Redaelli

Camus alla fine dà qualche speranza. Alla fine fa pronunciare al dottore Rieux quasi una preghiera laica. “La speranza di un amore, una corrente che unisca gli uomini”. Sartre invece è affascinato dal nulla. Rimanendo nell’ambito dell’esistenzialismo a chi ti senti più vicina? A Camus o a Sartre?
Ovviamente a Camus. Non amavo Sartre prima e non lo amo neanche adesso. Io ho sempre tifato per Camus tra quel tipo di autori, straordinari, attivi tra gli anni Quaranta e gli anni Cinquanta francesi. Adoro il suo umanesimo, il suo lottare in forma laica, e spendersi tra e per gli esseri umani. Non mi sono mai riconosciuta in Sartre, l’ho sempre sentito troppo intellettuale, troppo distante dalla gente comune. Preferisco pensatori che scendono per terra e camminano per le strade e non si staccano da lì. Quindi, per quanto il nichilismo di Sartre non sia certo il nichilismo di Nietzsche, non è quello il senso di quel nulla di cui parla Sartre, tuttavia Sartre lo sento distante da me e soprattutto non lo sento utile nella nostra società. Perché il nulla di cui lui parla, il nichilismo tra gli esseri umani, è già tanto nella società in cui viviamo. Sinceramente mi sembra che abbiamo più bisogno della luce di Camus che delle ombre di Sartre.

Nella presentazione dello spettacolo tu dici che si tratta del modo diverso di essere uomini. Chi senti più vicino a te, il medico Rieux che si illude e pensa di poter curare l’uomo, lo storico Tarrou che crede nell’uomo anche se appare disincantato, oppure in padre Paneloux che invita a credere al di là dell’evidenza?
Io penso di essere simile al medico Rieux. Credo, poi dovrebbero dirlo gli altri. Penso di essere fatta più della pasta del medico. Però adoro, sono completamente innamorata di Tarrou. Se mi avessi chiesto chi è il tuo personaggio preferito avrei risposto Tarrou. Con chi ti identifichi, Rieux.

Il prete dove lo mettiamo?
Noo. Beh, il prete… Il prete lo mettiamo in una dimensione di natura religiosa, che rispetto, e magari tutti i preti fossero come Paneloux, cioè capaci di fare un percorso di crisi. Ma la conclusione io non la condivido. Invece condivido l’uomo Paneloux. Perché Paneloux sta male. Cambia. Condivido gli esseri umani che si lasciano cambiare, che sono disposti a dire “Mi dispiace. Ho sbagliato”. Pensaci bene. Quante volte nella vita ti è capitato che qualcuno, soprattutto in posizioni, ruoli di un certo tipo, ti dicesse o dicesse agli altri “Mi dispiace, ho sbagliato”? Paneloux lo dice ed entra in crisi. Allora questo me lo fa stimare. Mi innamora questo aspetto. Perché è una forza per cambiare. Dopodiché  lui conclude col continuare comunque a credere, credere anche se non c’è senso. Questo paradosso che è tipico della religione cattolica e delle religioni monoteiste, che c’è la fede, che la fede non la puoi spiegare la devi avere, no. Io ho un approccio laico. Quindi non mi basta questa risposta.

Quanto è stato complicato lavorare su più livelli? Mi riferisco al fatto che ognuno degli attori interpreta più personaggi. Spesso escono dal ruolo e commentano il personaggio che interpretano.
Con Emanuele abbiamo lavorato sul testo per circa un anno. Ho cominciato a desiderare con forza di voler fare questo libro durante il lockdown. Lì ho cominciato a costruire le premesse per una produzione. Poi ci siamo messi al lavoro io e Emanuele. È stato un lavoro in realtà appassionante, felice. Perché felice è quel libro. E perché questo aspetto luminoso ha pervaso sia me che Emanuele. È stata una di quelle fatiche piacevoli, eravamo contenti in tutte le sessioni di lavoro. Non c’è mai stato un grosso ostacolo. È stato facile, non semplice, facile nella fatica.
Con gli attori le condizioni produttive già erano folli prima del Covid, dopo il Covid il mondo teatrale è un po’ impazzito. Hai condizioni produttive veramente estreme, dal numero di prove, alle paghe, alle sale prove, a tutte quelle parti che il pubblico poi non vede. Ma che sono estremamente determinanti per il risultato finale. Quindi, ovviamente ho dovuto comprimere molto il lavoro. Però avevo scelto cinque attori che sapevo avrebbero potuto sposare col cuore, con la mente, con la pancia, questa operazione. Che sarebbero stati a disposizione totalmente, dandosi in un modo che poteva magari tagliare un po’ i tempi. I tempi che non avevamo lì potevamo tagliare. Perché loro sono cinque esseri umani veramente unici, straordinari. C’è tanto. Perché poi la cosa bella di questo testo è che è un testo assolutamente femminista. Nel senso che sono cinque uomini eterosessuali, questi attori tra l’altro sono tutti e cinque eterosessuali, ma con un lato femminile scoperto fortissimo. Per cui mettono a disposizione quella parte emotiva e quella parte fragile che raramente gli scrittori maschi danno agli uomini. Tendenzialmente quel fraseggio, quei sentimenti, gli scrittori maschi li danno alle femmine. Invece Camus che aveva un’anima anche estremamente femminile, li dà agli uomini. Sapevo che loro cinque sarebbero stati disposti a mettersi in gioco in questo senso, a portare in scena un maschile diverso, un maschile che non vuole difendersi, ma un maschile che fa suo il turbamento, il sentimento, il dubbio. Quindi, per tornare alla tua domanda, non è stato difficile. È stato appassionante anche lavorare con questi straordinari cinque attori. Che ho scelto anche per aderenze psicologiche ai personaggi che poi rappresentavano.

Degli attori mi ha colpito particolarmente la capacità di lavorare su una recitazione che ha degli estremi. Ad esempio Marco Brinzi interpreta il prefetto che è molto rigido, molto formale, e interpreta anche l’impiegato che invece è molto impacciato, quasi balbuziente, timido. Così come Alvise Camozzi passa dal rozzo contrabbandiere al prete, personaggio sofisticato, lacerato esistenzialmente. Gli attori passano attraverso registri recitativi completamente diversi. Davvero bravi, complimenti.
Sì. Bravissimi.

Tu e Maria Spazi artisticamente siete cresciute insieme. In questa collaborazione pluriennale è lei che influenza te con la sua semplicità o viceversa? O è piuttosto un’esigenza comune?
No. È assolutamente un’esigenza comune. Io e Maria siamo cresciute insieme sugli stessi valori e sulle stesse pulsioni artistiche. Ci conosciamo da quando avevamo sedici anni. Io ne avevo quindici, lei sedici. Sai, questo tipo di sodalizi artistici sono tali per cui non capisci dove comincia una e dove continua l’altra. Poi di volta in volta, a seconda dei lavori, a volte sono io che ho dato giustamente l’idea e lei l’ha sviluppata. Certe volte è lei che mi sorprende con una sterzata, con una visione. Però abbiamo un rapporto così profondo che condividiamo tutte le linee. E non è molto diverso dal rapporto tra qualsiasi regista e scenografo. Il regista dice “Il significato di questo testo è qui, quello che vorrei fare in scena è questo, il sentimento che mi porta è questo, i luoghi di riferimento, gli spazi di riferimento, sono questi, il lavoro con gli attori sarà questo”. Ad esempio io sapevo che avrei fatto un lavoro statico perché la vera motivazione che mi muoveva era il testo punto e basta. E proprio come ho scritto il testo volevo che il pubblico potesse ascoltarlo. Quindi, volevo che le scene e i costumi fossero al servizio degli attori e che dagli attori poi arrivasse al pubblico. Altro gancio che le ho dato è averle detto “Mi serve luminoso. Mi serve un allestimento luminoso, solare”. Appunto per quella luce che secondo me emana nonostante la tragicità della situazione, dal testo.
Un regista degno di questo nome fa così con lo scenografo. Indico le vie, poi Maria mi propone. A partire da un rapporto dove i ruoli sono molto chiari io e Maria però poi entriamo in un dialogo fittissimo. Per cui non ti saprei più dire come siamo arrivate da una parte. Perché è un dialogo. È un dialogo vero. Perché a un certo punto, magari alla fine di tutto il percorso arriva la scenografia che il pubblico vede sul palcoscenico e fanno i complimenti a Maria ma magari dovrebbero fare i complimenti a me. E viceversa vedono un grande cambio scena, e fanno i complimenti a me perché è coordinato, ma magari dovrebbero farli a Maria. È la fortuna di un’amicizia artistica di così lunga data.

Su questo spettacolo ti vorrei segnalare, perché in Italia siamo un po’ birichini su questo aspetto, che un lavoro straordinario l’ha fatto la costumista Katarina Vukcevic. Perché quei costumi li sono determinanti per la riuscita dello spettacolo. Io ho chiesto di avere costumi d’epoca, dell’epoca in cui Camus l’ambienta, proprio per creare una distanza. Essendo che noi siamo nella peste non volevo alcun riferimento all’attualità. Mi sembrava molto bello poter stagliare questa vicenda in un passato prossimo che la potesse rendere ancora più eterna. Volevo che fosse una vicenda umana non una vicenda di peste. E che si stagliasse con la giusta distanza emotiva. Perché essendoci dentro per il pubblico può essere troppo forte e non serve.
Ho portato in scena il testo di Camus perché è un classico. Perché parla dell’umanità, perché abbiamo bisogno di aiuto, e Camus a modo suo ce lo dà.
Dal mio punto di vista oramai possiamo anche dire che Maria Spazzi se non è la migliore è tra le migliori scenografe in Italia. Ci aspettiamo sempre che lei sappia portare in scena quella semplicità poetica che ci meraviglia, che ci sorprende. Ma Katarina Vukcevic ha ventotto anni. Inoltre, in questo tipo di produzioni ci sono sempre pochi soldi e non è facile fare dei costumi d’epoca così calzanti. Tu dicevi che gli attori passano con maestria da un ruolo all’altro, ma questo è reso possibile anche grazie allo studio dettagliatissimo che la costumista ha fatto sui personaggi. Quindi, ti segnalo questo lavoro perché magari sembra meno evidente.

Grazie. Che cosa ti ha fatto superare la ritrosia nell’accostarti a una rilettura di Camus durante la pandemia? Non credi che solo interrogando l’orrore si possano trovare anticorpi all’orrore?
Sì. La seconda parte della tua domanda è già una risposta sulla quale sono d’accordo. Interrogando l’orrore si può trovare una risposta all’orrore. L’orrore bisogna guardarlo, la paura bisogna guardarla. Nel totale disorientamento bisogna starci, certamente rimuoverlo non serve a nulla. Se lo chiudi fuori dalla finestra rientrerà dalla porta. Poi devo dire la verità che io l’ho letto anche perché certe volte faccio delle cose istintive. Nel senso che il percorso razionale che mi ha portato a rileggerlo è stato “Che cavolo ci sta succedendo? Che cos’è questa roba? Mio dio, non posso non occuparmene”. Ad ogni modo il primo lockdown è stato una cosa straordinaria nel senso letterale del termine. Allora quando sento questo disorientamento, quando sono spiazzata da me, io di mio perché ho una formazione classica, vado a cercare i classici. Per cui mi sono messa davanti alla mia libreria e tac, ho visto Camus, La peste. E ho detto “Mo’ me lo leggo. Poi la va o la spacca”. Invece è andata. Però mi ha portato l’istinto. Non è che ho deciso “Adesso leggo La peste”. L’ho divorato e l’ho trovato straordinario. Alcune delle risposte che cercavo me le ha date, forti e chiare. Quindi, mi ha aiutata come spesso fanno i grandi, le grandi opere culturali dell’uomo, che ci aiutano a poter immaginare una pace, una bellezza, una pulizia possibile.

A quali anticorpi possiamo ricorrere oggi che insieme alla pandemia c’è anche la guerra in Ucraina, che forse si estende, forse finisce? Sembra che manchi l’invasione dei marziani e poi abbiamo tutto.
È vero. Gli anticorpi sono quelli che ci sono sempre stati, che però ogni volta smarriamo. L’anticorpo è l’umanesimo. Da qui discendono tutta una serie di azioni che vanno verso una decrescita felice. Perché non possiamo pensare in nove miliardi sulla terra di avere una way of life di questo tipo. Perché la natura non ce la fa più. Perché le risorse diminuiscono. Quindi, da una parte una decrescita felice come sistema economico, un capitalismo riveduto e corretto e un’alternativa meno consumistica, meno orientata al consumo. Poi ricordarsi il valore dell’amicizia e dell’amore ancora una volta, in senso laico, alla Camus. Quindi, il rispetto degli altri. Il terzo livello è l’umiltà. Ricordarsi del mito di Icaro: Se voli troppo in là le ali si sciolgono, ed è un guaio. Quindi, smetterla di peccare di hubris, per dirla alla greca, di tracotanza.

Il teatro. Nel teatro elisabettiano le donne non potevano recitare. Le parti femminili erano interpretate dagli uomini. Non sarebbe ora di fare interpretare le parti maschili anche da donne? D’altronde ciò che conta è la carica attoriale non il genere.
Ma lo facciamo da tanto tempo in realtà. Mi ricordo un Amleto della Pozzi. Adesso recentemente la Rosellini con il regista Latella ha fatto Amleto. Adesso ci sarà una produzione con tutte donne a fare Otello. In realtà è una operazione che si fa già. Non è lì il problema. Perché poi a un certo punto devi avere anche una giustificazione concreta per poter far fare alle donne i personaggi maschili. Perché non siamo più nella società elisabettiana. Credo che questo sia abbastanza sdoganato. Il problema oggettivo è che ci sono praticamente duemila anni di storia di testi scritti solo da maschi, solo da drammaturghi maschi. I quali, poveracci, anche perché quasi sempre alle donne era impedito di recitare, immaginavano più personaggi maschili che femminili, le parti più ampie per i personaggi maschili. Questo fa sì che, sostanzialmente fino alla fine dell’Ottocento, abbiamo una marea di copioni per maschi e pochissimi copioni per femmine.
Piuttosto io incoraggerei gli autori, farei dei concorsi dove chiederei ai drammaturghi scritture in cui le protagoniste siano donne, che ci sia comunque all’interno del testo una rilevanza di ruoli femminili per ripareggiare un po’ questa carenza di drammaturgia dovuta alla storia. Così via per la filosofia, così via per ogni aspetto che era precluso alle donne, a meno che non si richiudevano in convento.

Gianfranco Falcone

Teatro Carcano – Milano
22 – 27 marzo 2022

La peste di Camus
Il tentativo di essere uomini
dal romanzo La peste di Albert Camus © Editions Gallimard
Adattamento Emanuele Aldrovandi
Con Marco Brinzi, Alvise Camozzi, Matteo Cremon, Oscar De Summa, Mattia Fabris
Scene Maria Spazzi
Costumi Katarina Vukcevic
Luci Alessandro Verazzi
Suoni e scelte musicali Sandra Zoccolan
Regia Serena Sinigaglia
Produzione Teatro Stabile del Veneto | Teatro Stabile di Bolzano Teatro Carcano

Durata 100 minuti

 

 

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