La “pizzica” e il morso del ragno

tela e ragno
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Tutti conosciamo questa forma musicale proveniente dal Sud e specificatamente dalle terre del Salento e il motivo per il quale la “pizzica” abbia assunto una riconoscibilità e una fama senza precedenti, è dovuto all’esistenza di un forte collegamento fra il territorio e la gente che qui vive, autentica cinghia di trasmissione fra le antiche tradizioni e la modernità.

La ricerca per rintracciare le origini di questa forma espressiva, trova subito un limite quasi invalicabile dato dall’assenza di precise fonti storiche. Le uniche informazioni, più o meno certe, ce le fornisce il poeta Ovidio (43 a.C.- 18 d.C.) nel suo “Le Metamorfosi” [1], opera in 15 libri dove con una innovativa tecnica di scrittura, i personaggi “narrati” si trasformano in personaggi “narranti” che raccontano vicende altrui o proprie.
Da questi fatti, che fluttuano tra miti e parziali verità storiche, apprendiamo l’esistenza del dualismo fra la dea Atena e la giovane Aracne, rea di averla sfidata nell’arte del cucito e per questo condannata ad un supplizio atroce. Il dipanarsi della storia, sulla quale poi dovremo ritornare, costruisce di fatto la base sulla quale, nel corso dei millenni, verrà a prendere forma la credenza del morso del ragno alla quale si affiancherà quella del ballo – della “pizzica” appunto – unica medicina per curare il pericoloso contagio.

Ho parlato di millenni perché il racconto di Ovidio prende spunto da una leggenda ancora più vecchia, giunta fino ai suoi tempi, proveniente dall’attuale Anatolia e più precisamente dalla città di Smirne.
Si narra che un antichissimo popolo fu costretto a fuggire dai propri luoghi a causa di una guerra fratricida o, molto più probabilmente, da un cataclisma naturale. Una parte di questa gente, per lo più donne e bambini, approdò nell’attuale Salento – un tempo conosciuto come Messapia – portando come unico bagaglio il senso della sofferenza.
Tutto ciò, sebbene possa apparire come una ben confezionata leggenda, riesce a trovare un aggancio con la realtà storica perché – come ci dicono i ricercatori – è vero che intorno all’VIII secolo a. C. una popolazione indoeuropea proveniente dalla parte sud-orientale della penisola balcanica si stabilì nell’estremo lembo dell’attuale Puglia dove riuscì a convivere con gli autoctoni sviluppando una cultura basata sull’impasto fra quella greca, da loro portata, e quella del luogo.

Fatta questa doverosa premessa, possiamo ora entrare nel cuore della narrazione mitica che, come detto sopra, vede la contrapposizione fra Pàllade Atena (personificazione dell’intelligenza) e la giovane Aracne (che rappresenta l’operosità, non a caso caratteristica del ragno) la quale rifiuta di ammettere che la sua insuperabile bravura nella tessitura sia un dono concessole dalla dea, e per dimostrare quanto va affermando, la sfida in una gara nell’arte del telaio.
Nella leggenda Atena, nel suo arazzo, rappresenta quattro storie di alcune divinità dell’Olimpo, che modificano con la metamorfosi il destino dei mortali. In sostanza, con il suo lavoro Atena vuole creare un sistema e un metodo di relazioni fra lei – sacra e immortale – cioè il divino e la giovane fanciulla, popolana e umana mortale. Con le sue quattro rappresentazioni storiche, la dea vuole significare la lotta fra patriarcato e matriarcato almeno da come appare dal disegno centrale in cui vi è ricamata la disputa con Poseidone circa il nome da dare alla città dell’Attica. Da qui, è evidente il tentativo di sostituire Poseidone ad Atena come nume tutelare di Atene e quindi procedere alla successiva riorganizzazione sociale da sistema matriarcale a sistema patriarcale [2].
Nella sua tela, invece, Aracne ricama gli stupri fra divinità facenti parte del Pantheon divino e il tutto in 21 temi mitici. Anche qui ritroviamo come elemento comune la metamorfosi delle divinità; in forme animali, in forme umane e in forme materiali.
L’intento di Aracne è quello di rappresentare uno “spazio” e un “tempo” che vogliono contrapporsi allo spazio e al tempo divino che, come sappiamo, sono infiniti.
L’orgoglio, quindi di Aracne sta nel suo atteggiamento empio in quanto: ”nell’ambito di una realtà metafisica l’orgoglio non potrà mai essere attribuito a Dio o agli Dei, ma soltanto a chi è loro rivale, in quanto esso è espressione di un atteggiamento empio. E a motivo della stessa natura del termine, Dio e gli Dei non possono esserlo” [3].
A questo punto, come ci ricorda sempre la leggenda, la bionda dea guerriera, Atena, rimase malissimo nel vedere la tela della rivale che illustrava le colpe degli dei e la fece a brandelli.
Ma evidentemente non soddisfatta colpì ripetutamente in testa la giovane rivale che non tollerando l’affronto tentò di impiccarsi. Nel vederla pendere, Pallade le lanciò l’ultima maledizione nella quale le concedeva di vivere ma sempre penzolando e per mettere in atto subito il maleficio, le spruzzò succhi di erbe irritanti che fecero scivolare via i capelli, il naso e le orecchie mentre il corpo si rimpiccoliva sempre di più e ai suoi fianchi rimangono esili dita che fanno da zampe. Tutto il resto è pancia; ma da questa, Aracne riemette del filo e torna a rifare – ora ragno – le tele come una volta [4].

A districarci in questa emblematica vicenda, ci aiutano le osservazioni di un medico leccese, Francesco De Raho, che studiando agli inizi del ‘900 il fenomeno del tarantismo, si convinse che stia proprio in questo dualismo (Atena- Aracne) lo scatenamento del fenomeno del tarantismo, e cioè in una lotta disperata per la vita che fa sì che le due parti entrino in collisione facendo nascere la possessione da parte di un animale che, nella struttura delle credenze mentali, affiora (o ri-affiora) in determinate circostanze e a determinate condizioni [5].
Se questa complessa storia, come sembra che sia, è alla base della possessione che affligge il tarantolato, è pur vero che esiste anche un potente antidoto capace di liberare il posseduto. Per comprenderne le modalità di assunzione e i suoi effetti, ancora una volta dobbiamo fare ricorso al mito, alla leggenda, che si intreccia indissolubilmente con la storia vera, reale, di una città del Salento e cioè Galatina.

In questa città di 26.000 abitanti circa in provincia di Lecce, merita una attenzione particolare la chiesa di San Pietro e Paolo – patroni della città – perché era proprio al suo interno che aveva fine il tormento del tarantolato.
La leggenda vuole che gli Apostoli Pietro e Paolo nel loro peregrinare per il mondo, si fermassero proprio a Galatina ospiti di un pio uomo che aveva la sua modesta dimora proprio dove oggi sorge la chiesa. Per ringraziarlo dell’ospitalità, San Paolo conferì all’uomo e ai suoi discendenti il potere di guarire tutti coloro che fossero stati morsi da ragni velenosi (le tarante appunto) semplicemente bevendo l’acqua del pozzo posto all’interno della casa e facendo il segno della croce sulla ferita.
Questa leggenda, legata alla festa del patrono il 29 giugno, ha vissuto la pratica applicazione almeno fino a tutti gli anni ’60 del Novecento coinvolgendo in un rito esorcistico coloro che, in stato delirante, erano stati morsi da un ragno. Tutto aveva inizio nell’abitazione del posseduto che, circondato da musicisti con tamburelli, violini, armoniche (ecco che fa la sua prima apparizione la musica o meglio la” Pizzica-Pizzica” o “Pizzica-Tarantata”) si lasciava andare in un ballo frenetico, convulso, caratterizzato da veri e propri spasmi fino a giungere nella Cappella di San Paolo dove, finalmente, bevendo l’acqua del pozzo e averla vomitata nel pozzo stesso, l’esorcismo era terminato e la grazia la si poteva ritenere ottenuta.

Oggi, fortunatamente, non si assiste più a queste manifestazioni che potremmo dire di delirio collettivo ma sebbene la leggenda e il mito rimangano inalterati nella coscienza collettiva di quelle popolazioni, è la musica che ha preso il sopravvento condensando nei suoi passi rituali tutta la storia millenaria di quelle zone.
Questa antica danza ha ormai perso la finalità terapeutica e chi la balla tende essenzialmente a manifestare al partner la sua passione amorosa. Ma la “pizzica” può essere ballata anche fra uomini e di conseguenza scompare l’aspetto amoroso e confidenziale per lasciare il posto alla competizione, alla sfida, dove agilità e prestanza fisica sono esibiti per stabilire un rapporto di dominio e di sudditanza.
Che sia ballata da coppie miste o da uomini solo, la “pizzica” ha bisogno di condivisione e accettazione della sfida e tutto al ritmo musicale eseguito dallo strumento principe di questa danza: il tamburello. Strumento tipico della cultura e delle tradizioni mediterranee, questo strumento racchiude anche un recondito simbolismo. Il cerchio, infatti, è la figura geometrica perfetta e rappresenta la ciclicità perenne della vita dove non è possibile distinguere un inizio e una fine.
La sua forma circolare è il simbolo della perfezione dell’universo, dove tutti i punti sono equidistanti dal centro come, tra l’altro, ci ricordano i testi sacri Veda la cui scrittura non è riferibile ad alcun autore ma sono stati semplicemente “uditi” fin dalla notte dei tempi.
Il suono del tamburello aveva la capacità di unire il mondo trascendente a quello umano annullando di fatto ogni diversità, concedendo, quindi, alla donna “pizzicata” di sperimentare una nuova dimensione che le permetteva di scavalcare le convenzioni e riaffermare la sua uguaglianza sociale.
I giovani e i non più giovani che oggi ballano la “pizzica” stanno forse inconsapevolmente rielaborando, sublimandolo, l’ancestrale fenomeno del tarantismo in perfetto allineamento all’eterno fenomeno della vita e della morte dove tutto è destinato a perpetuarsi nel tempo.

Stefano Ferrarese
note:
[1] Publio Ovidio Nasone “Le Metamorfosi” Libro VI, traduzione di Italo Calvino.
Ed. Einaudi Torino 1979, pp. 211-217
[2] Maurizio Nocera “Il morso del ragno” Capone Editore 2005, pag. 128
[3] Publio Ovidio Nasone “Le Metamorfosi” op. cit.
[4] Raffaele Avico “Francesco De Raho sul tarantismo, tra superstizione e scienza” su
“Il Foglio Psichiatrico” agosto 2020

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