La presidente del Brasile Rousseff in difficoltà nell’elezioni miliardarie

Brasile
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Siamo agli sgoccioli della campagna elettorale del ballottaggio per le elezioni presidenziali in Brasile e dopo l’inattesa uscita al primo turno di  Marina Silva (21,3% di voti) sembra, dai sondaggi di questi giorni, che il candidato del centro-destra, Aécio Neves e la presidente uscente, Dilma Rousseff siano di fronte ad un testa a testa.
Prima di fare alcune considerazioni su queste elezioni e sul contesto in cui si svolgono, mi preme riportare alcuni dati che aiutano ad inquadrare meglio alcune regole che a mio avviso, come in molte elezioni, aprono dubbi sulla sostanziale democraticità delle stesse.

Nel paese sudamericano le aziende possono finanziare le campagne elettorali e nel 2014 tra presidenziali, legislative ed elezioni dei governatori, la metà dei 2 miliardi di euro di spesa complessiva sono state sostenute da 19 aziende.
Nel 2010 il settore privato finanziò il 95% della campagna elettorale, mentre i privati cittadini vi parteciparono per il 4,9% . L’elezione di un governatore necessitò mediamente di 7,8 milioni di euro e quella di un senatore, 1,5 milioni.
«Per le imprese, l’operazione non si può dire del tutto disinteressata: l’Istituto Kellog Brasile ha calcolato  che ogni real  investito ne produce 8,5 sotto forma di contratti pubblici» [1].
È un problema non di poco conto tanto che l’Ordine  degli  avvocati del Brasile nel 2011 ha intentato  presso la Corte Suprema un’azione diretta per incostituzionalità e a novembre 2013, 450 organizzazioni e 1.800 comitati popolari hanno lavorato con l’obiettivo di un referendum popolare per la formazione di un’Assemblea costituente per la riforma della politica. Lo scorso settembre con  40.000 urne e via internet si è svolta la votazione che dai dati parziali da una maggioranza bulgara al si all’Assemblea.

Da una parte la presidente Dilma Rousseff del Partito dei Lavoratori (PT), attuale presidente proverà a tenere vivo il progetto politico avviato da Lula Da Silva nel 2003 che ha cambiato letteralmente la vita a milioni di brasiliani poveri, dall’altra l’ex governatore dello stato di Minas Gerais  Aécio Neves del Partito Socialdemocratico brasiliano (PSDB), candidato della destra e portatore degli interessi neoliberisti. «I 142,8 milioni di brasiliani che torneranno alle urne definiranno la direzione della più importante economia sudamericana, che è anche una delle potenze emergenti sul piano politico internazionale Ciò che succederà nel paese avrà una grande influenza sulla regione e sulle alleanze politiche-economiche dei cosiddetti BRICS» [2].
Le organizzazioni sociali raggruppate in Vía Campesina, tra cui  il Movimiento de Trabajadores Sin Tierra (MST) e la Confederación de Trabajadores de la Agricultura (Contag) non si fidano di certe promesse circa il mantenimento dello stato sociale da parte del candidato liberista. Per il Movimiento de los Trabajadores Sin Techo (MTST) un ritorno del PSDB al governo «significherebbe il varo di politiche neoliberiste, riduzioni salariali, meno investimenti sociali e limitazioni dei diritti dei lavoratori» [3].
Le chances di Neves sono via via cresciute con l’aggravarsi della crisi economica, conseguenza di una situazione internazionale deteriorata ma anche di errori commessi dal governo in carica. Non a caso quello economico è un terreno privilegiato del confronto. L’inflazione in crescita e i trimestri di crescita negativa sono una delle accuse fondamentali a Rousseff.
I prezzi sono cresciuti su base annua del 6,75% su base annua. In diverse occasioni il governo provveduto alla  revisione al ribasso delle stime ufficiali di crescita del Pil. Inoltre l’economia ha registrato, nel secondo trimestre di quest’anno, una flessione dello 0,6% mentre per il primo trimestre l’andamento del Pil è stato rivisto da una crescita dello 0,2% a un calo dello 0,2%. Questo in gergo statistico si definisce come recessione.
Anche l’occupazione segna il passo «negli ultimi tre anni sono stati persi 190mila posti di lavoro – spiega l’economista Benjamin Steinbruch – e ciò rivela la serietà della crisi industriale del Paese. È come se due imprese della dimensione di Petrobras avessero chiuso i battenti» [3].
Le critiche sono piovute anche per i molti episodi di corruzione venuti a galla, anche di notevole gravità viste le dimissioni di diversi ministri. Neves non è immune da episodi poco trasparenti avendo fatto costruire un aeroporto su un terreno di proprietà di un suo zio.

La debolezza della presidente deriva anche dalla scelta fatta da Marina Silva che ha deciso di convogliare i suoi voti sul candidato di destra. Forse non hanno pagato gli attacchi furibondi da parte della presidente e del suo partito.
«“Quando si preoccupa, il Pt diventa terrorista e fa politica di estrema destra”, ha denunciato il coordinatore della sua campagna Walter Feldman. Esempi di questo “terrorismo” sono l’accusa che Marina, in caso di vittoria, avrebbe tagliato i sussidi ai 50 milioni di brasiliani concessi dai governi a guida Pt o che avrebbe interrotto la ricerca del petrolio in nome delle energie alternative» [4].

E non va dimenticato il Mondiale di calcio non solo per l’umiliazione subita dai tedeschi ma per gli investimenti faraonici che non hanno fatto altro che danneggiare l’economia e per di più sono stati uno schiaffo per la parte più povera del paese che è quella a cui Lula ha dato speranza e dignità.
Pasquale Esposito

[1] Silvio Caccia Bava, “Eletti in vendita”, Le Monde diplomatique/il manifesto, ottobre 2014, pag. 17
[2] Iván Novotny, “Ballottaggio in Brasile: l’importanza per la regione della vittoria di Dilma”, www.pressenza.com, 20 ottobre 2014
[3] Roberto Da Rin, “Mondiale amaro, Brasile in recessione. Troppi permessi lavorativi per assistere alle partite”, www.ilsole24ore.com, 30 agosto 2014
[4] Maurizio Stefanini, “Presidenziali in Brasile: il “terrorismo” di Dilma e Neves elimina Marina”, temi.repubblica.it/limes, 6 ottobre 2014

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