La quasi democrazia di Renzi & c.

Roma Quirinale
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Come valutare gli atteggiamenti e i progetti  di Matteo  Renzi, il suo bisogno di collaboratori ossequiosi e obbedienti, i suoi rapporti con i media, il bisogno di pubblicità, il continuo esaltare i provvedimenti e i loro effetti? Come interpretare l’ostentato utilizzo di elicotteri, degli aerei di stato e l’adozione di uno stile non certamente sobrio?

Ci troviamo di fronte a un tentativo di esibire l’uomo del miracolo, solo al comando, sventolare risultati solo raramente veri e comprovati. Con  una conoscenza scarsa e superficiale della  cultura storica e politica del paese, solo  con la chiara intenzione di impressionare il “popolo Bue “.
Per molti osservatori qualificati tutti questi elementi nascondono populismo e una nota di autoritarismo che sono  componenti indispensabili in tutti i tentativi di restaurazione neoliberale. Un modo di completare il programma che  Berlusconi non è stato in grado di attuare. Ma un ossequio formale alle regole democratiche impedisce di parlare di dittatura vera e propria. In una recente intervista Luciano Gallino (Il fatto quotidiano del 24/9) parla di “autoritarismo emergenziale“ e di voto dei cittadini che conta sempre meno.

Roma Palazzo Montecitorio
Roma, Palazzo Montecitorio. Foto Pasquale Espositosepara_didascalia.gif

Siamo arrivati alle estreme conseguenze dei  precetti di  Milton Friedman e Chicago Boys: il mercato si regola da solo, sempre meno stato nell’economia ecc. con buona pace della crescita economica e sociale verificatasi dal 1945 al 1975, basata sul risparmio e sul welfare, con istituzioni statali non condizionate da  fondi monetari, banche mondiali e prodotti finanziari derivati.
Dopo il 1980  la controffensiva neoliberale ha avuto la meglio su tutti i governi d’Europa, compresi quelli socialisti e socialdemocratici che nella pratica si sono comportati come quelli democristiani e conservatori, portando il socialismo europeo nella crisi profonda di uomini, idee e programmi. E in effetti la sconfitta del pensiero socialdemocratico occidentale non si può spiegare solamente alla luce del crollo dell’Unione  Sovietica.
La mancanza di un movimento socialdemocratico europeo vitale ed efficace è proprio uno dei motivi dell’involuzione della democrazia in Europa. Mentre l’opinione pubblica viene  martellata dai temi della spesa pubblica o dagli indici di produttività, vengono ignorati i veri  problemi che continuano a provocare turbolenze e instabilità del sistema: in primis la finanziarizzazione dell’economia.  Eppure, nel settembre 2008 (crollo di Lehman Brothers)  era parso evidente che la ricetta  consistesse  nella  separazione rigida fra economia reale e finanziaria e che bisognasse (come peraltro si era fatto fino al 2000 per sessanta anni ) tenere ben distinte  le attività bancarie commerciali da quelle prettamente speculative.
Non averlo fatto ha spostato pesantemente gli equilibri di potere, per cui qualcuno afferma che il potere reale ormai non è più dei politici e dei governi  ma dei banchieri e dei finanzieri. Questo nuovo ordine ha bisogno di un assetto socio–politico particolare.  La Merkel ricopre la carica di Cancelliere tedesco da dieci anni e ha iniziato guidando una  coalizione con i socialisti. In Francia e in Gran Bretagna c’è stata una maggiore alternanza, ma più di uomini che di programmi economici e sociali. In Italia Renzi è il continuatore di una tradizione che parte da Regan  e attraverso la Tatcher si consolida in Europa, si cominciano col contrastare energicamente e reprimere sindacati e sindacalizzati, a indebolire il sistema di welfare a protezione delle fasce più deboli. Le elezioni  cominciano a diventare  facoltative e si cerca di condizionarle con misure populiste e addomesticando la realtà.

Roma Palazzo Montecitorio
Roma, Palazzo Montecitorio. Foto Pasquale Espositosepara_didascalia.gif

In Italia siamo al terzo presidente del consiglio non eletto e neppure parlamentare come Monti,  ma scelto da un presidente della Repubblica che crede e si è adoperato per una svolta in senso più autocratico e presidenzialista della costituzione anche a mandato concluso.
Il risultato di questi anni sono “grandi insensatezze mai immaginate in campo economico: il pareggio obbligatorio di bilancio inserito addirittura in Costituzione, le riforme regressive del lavoro, i tagli indiscriminati e selvaggi alle pensioni”.

Governi conservatori o progressisti, europei o statunitensi, agiscono tutti verso la stessa direzione: smantellare lo stato sociale e privatizzare i servizi pubblici. Tanto ci pensa il mercato! Ma per sostenere l’economia negli Usa, la Federal  Reserve statunitense ha immesso, tra 2008 e 2014, 4,5 trilioni di dollari nell’economia reale americana, e il “quantitaive easing” della Bce prevede un investimento di 60 miliardi di euro al mese per un periodo indeterminato. Il rispetto di ruoli e dettati costituzionali ormai è molto flebile e commissione europea, BCE e Fondo Monetario trattano i governi con sufficienza e spesso con comunicazioni e atteggiamenti che ignorano l’autonomia che dovrebbe essere riconosciuta agli stati sovrani.

Per Gallino  “le riforme di Renzi si collocano tra il dramma e la barzelletta. Rispetto alla gravità della crisi, il Jobs Act è una stanca ricucitura di vecchi testi dell’Ocse pubblicati nel 1994 e smentiti dalla stessa Ocse: la flessibilità non aumenta l’occupazione” . Ma si addomesticano le statistiche, non si guardano le serie storiche.  Abbiamo perso il 25% della produzione industriale, il 10-11% di Pil, gli investimenti in ricerca e sviluppo sono ridicoli, i disoccupati giovanili il 50% della popolazione potenzialmente attiva. Il governo è drammaticamente  in bilico tra misure populiste  e passiva adesione alle politiche di austerità. Ma lo fa con atteggiamenti di autorità e di ostentata efficienza che prima di essere preoccupanti sono grottesche. Si curano soprattutto i meccanismi della comunicazione che servono per mantenere il favore e poco altro
Ma come dice Scalfari nel suo commento del 4 ottobre su la Repubblica “Dove esiste la dittatura o una democrazia fragile e anomala, il rapporto tra politica e informazione è assai poco confortante per la libertà”.
Francesco de Majo

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