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La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la mia partecipazione come spettatore al Festival Tendenze Clown poche settimane fa. Sono stati quattro giorni rutilanti, di invenzioni, divertimenti, giochi, ma che alla fine hanno lasciato l’amaro in bocca. Improvvisa come una stilettata mi ha colpito l’evidenza che su diciannove artisti soltanto uno era una donna.
A quel punto è accaduto qualcosa. Qualcosa ha fatto massa critica.
L’ho sempre saputo, era tra le righe, fa parte della nostra società, del nostro sistema, il fatto che le donne siano neglette, escluse.

Qualche tempo fa ho chiesto ad amici ed amiche di aiutarmi a completare una lista di donne significative del secolo scorso e dei giorni nostri. Tutti noi, io compreso, ci siamo trovati in grossa difficoltà nel completare questa lista.
Il punto non è che non esistano donne significative. Il fatto è che quando esistono vengono “invisibilizzate”. E se è vero che la storia la scrivono i vincitori è anche vero che in questa strana guerra dei generi, maschile e femminile, la storia la scrivono i maschi. E la scrivono male. Fino al punto di eliminare dalle loro ricostruzioni, dalla loro immagine del mondo, le donne.

Dopo essere stato al Festival Tendenze Clown ho approfondito una piccola ricerca. Da questa emergevano alcuni dati.
C’è l’evento disgustoso del cimitero dei feti dove compaiono sulle croci i nomi delle madri. Cosa che grida vendetta al cielo, e per i credenti grida vendetta a Dio, ed è di una violenza inaudita nei confronti non solo delle donne ma del genere umano. Quello scrivere il nome delle madri dovrebbe essere contemplato come crimine contro l’umanità, in cui ogni distinzione di genere scompaia. Ma fatto questo rimarrebbe pur sempre vera la domanda: E i padri?
Da questo breve approfondimento ho tratto alcuni elementi.
Nello staff del presidente del Consiglio Giuseppe Conte durante il vertice del G7 a Biarritz c’erano solo uomini.
Nel Comitato tecnico scientifico che supporta il Capo del Dipartimento nelle attività finalizzate al superamento dell’emergenza epidemiologica da Covid-19 ci sono solo uomini.
Tra i 23 funzionari del Ministero degli Esteri che ricoprono il rango di ambasciatore solo due sono donne: Elisabetta Belloni, da poco nominata segretario generale della Farnesina e Laura Carpini, ambasciatore dell’Italia in Ghana e Togo.
Al Festival della Bellezza di Verona c’erano solo uomini.

Di fatto nella nostra cultura, nella cultura occidentale, c’è una invisibilizzazione delle donne, a parte rari casi come la leader neozelandese Jacinda Ardern che adoro, ma potremmo fare altri nomi.
Questo a me in quanto maschio, in quanto intellettuale, fa sorgere un problema di metodo. Un problema che prescinde dal conflitto maschile/femminile, uomo/donna. E già nell’uso di queste categorie maschile/femminile e uomo/donna, si inserisce tutta la riflessione sulla differenza di genere. Per l’approfondimento di questa tematica volendo si può fare riferimento all’interessante libro della filosofa Nicla Vassallo La donna non esiste. E l’uomo? Sesso, genere e identità.
Ma non è questo la direzione che io voglio prendere.

Il mio problema rimane un altro. Se io come intellettuale dal mio panorama ideativo e concettuale escludo le donne, ho necessariamente una rappresentazione monca e parziale della realtà. Quindi, questa esclusione non può avvenire. Contro questa esclusione bisogna levare un grido di ribellione forte e chiaro: No all’esclusione delle donne dalla vita politica e culturale del paese, dei paesi. La scusa che spesso viene fornita per questa esclusione consiste nel dire che non esistono donne all’altezza del compito oppure, come spesso ho sentito dire, che non sono potute arrivare nei luoghi delle conferenze, dei consessi internazionali. Palle! Questa invisibilizzazione riguarda anche personaggi di grande caratura.

Quando dopo due anni di prigionia è stata liberata la cooperante Silvia Romano, ed è tornata in Italia dal Kenya, le sono state rivolte una serie di contumelie, di invettive. Ma al di là dei pro e dei contro e dell’idea che ognuno di noi si è fatto di quegli avvenimenti, esse avevano un’unica radice, il suo essere donna.
Andiamo sul gossip. Chiara Ferragni è una donna ed è un’imprenditrice. Abitualmente è soggetta ad attacchi e critiche. Ma gli attacchi e le critiche, gli odi e gli insulti, le sono indirizzati in quanto donna. Non è che io sia un fan della Ferragni, ma mi rendo conto che a nessun altro imprenditore maschio è riservato lo stesso trattamento. Indipendentemente dal settore in cui opera.
Questo modo di procedere dei miei concittadini mi disturba alquanto. Ancora una volta l’accanimento si rivolge contro le donne.

Da questi spunti, da questi stimoli disordinati, ho provato ad estrarre alcuni elementi di fondo, alcune riflessioni. Mi sembra proprio che la donna in quanto tale non sia il solo problema. Il problema è che il corpo della donna, e la donna, diventano il campo di battaglia su cui si gioca un’altra partita importante. Il corpo della donna diventa il campo di battaglia su cui si scatena la lotta per il potere. Chi conquista il corpo delle donne decide quali sono i valori, quale l’etica dominante, quali i rapporti produttivi.
Se questa mia suggestione ha un qualche fondamento allora il problema della donna non riguarda esclusivamente la donna, riguarda tutti noi, uomini e donne, maschi e femmine. Perché la questione femminile è un problema universale. È un problema dietro cui si nasconde anche altro.

Nelle ultime settimane sto leggendo il libro Korogocho di Alex Zanotelli. Tra l’altro libro di grande ispirazione. Lui dice una cosa estremamente importante, usa una frase lapidaria:
Il corpo della donna diventa il capro espiatorio dove si sfoga la violenza del sistema.
È vero. Tra l’altro sono convinto che quando si parla di ultimi le donne siano sempre gli ultimi degli ultimi. Ma chi è la donna? Qual è la sua realtà? Ho trovato parole interessanti nei filosofi, soprattutto in Jean Baudrillard. Nella definizione di donna rientra un’operazione simbolica.
Nell’operazione simbolica, i due termini perdono il loro principio di realtà. Ma questo principio di realtà non è mai che l’immaginario dell’altro termine. Nella partizione uomo/natura, la natura (oggettiva, materiale) non è che l’immaginario dell’uomo così concettualizzato. Nella partizione sessuale maschile/femminile, distinzione strutturale e arbitraria che fonda il principio di “realtà” (e di repressione) sessuale, la “donna” così definita non è mai che l’immaginario dell’uomo. Ogni termine della disgiunzione esclude, l’altro, che diventa il suo immaginario.
[1].

Se questo fosse vero dovremmo arrivare alla conclusione che in realtà la donna non esiste. È semplicemente un’invenzione del termine antitetico, o contrapposto, o termine che in qualche modo le viene affiancato, il termine uomo.
Allora da qui c’è un ulteriore passo che sarebbe importante effettuare. È sempre la filosofia ad aiutarci a compiere questo ulteriore passo. Nella fattispecie è la filosofa Nicla Vassallo ad aiutarci a decodificare alcuni elementi. Mente tagliente e arguta quella di Vassallo, di un rigore e di una linearità che non fa sconti a nessuno, che non lascia nulla alla facile compiacenza.
L’ulteriore passo è chiedersi se la donna sia veramente un essere umano. Ecco come risponde provocatoriamente Nicla Vassallo riportando le parole di Catharine MacKinnon.
Si badi bene non è l’unica risposta riportata da Vassallo, ma è una delle risposte che ci aiutano in questo contesto a spiegare i termini del problema in gioco.
Le donne non sono esseri umani […]. Se le donne fossero esseri umani, non sarebbero spedite in container dalla Thailandia ai bordelli di New York, o rapite in sperduti villaggi nigeriani per essere poi gettate sulle strade di una qualsiasi città occidentale a esercitare la “professione” di prostitute; non verrebbero trattate come schiave sessuali; non lavorerebbero intere vite senza salario o con salari indecenti, costrette a svolgere mansioni pesanti, pericolose o avvilenti; non verrebbero infibulate, picchiate, stuprate, uccise “per amore”; non si pretenderebbe che sposino il proprio stupratore, né sarebbero accusate di rapporti sessuali fuori dal matrimonio quando denunciano l’uomo in questione; non sarebbero indotte a suicidarsi per riparare l’onore della propria famiglia; non dovrebbero nascondersi dietro i burka; non sarebbero costrette nelle loro case come in prigioni; non subirebbero mutilazioni genitali; non verrebbero messe a tacere, torturate, lapidate, decapitate, o uccise appena nate (l’infanticidio delle figlie femmine è ancora più praticato”. [2]

Ecco. Di fatto e di fondo la risposta potrebbe ben essere questa. La nostra società non considera le donne esseri umani.
Mi sono anche chiesto se fosse lecito dare a mia nipote che ha appena diciassette anni un libro così denso e problematizzante. Probabilmente le proporrò di leggerlo insieme. Così, forse, lei, così giovane e donna, potrà aiutarmi a spiegare ciò che fatico a capire.
Il problema della liberazione femminile non è un problema di poco conto, o un problema che emerga soltanto negli ultimi anni. Pensiamo ad esempio al libro di Mill e Taylor Sull’uguaglianza e l’emancipazione femminile che risale ai primi decenni dell’Ottocento.
E anche su questo devo ammettere il mio essere intriso di pregiudizi rispetto al mondo femminile. Quando presi in mano questo libro per la prima volta pensai subito a una collaborazione tra due uomini, Mill e Taylor appunto. Soltanto successivamente mi resi conto che quel Taylor era una Taylor, e che il nome per intero era Harriet Taylor, intellettuale e moglie di John Stuart Mill.
Ma forse a conclusione di tutto questo discorso rimane vera l’affermazione di un’autrice che amo molto, Hetty Hillesum, la quale afferma che Forse la vera, la sostanziale emancipazione femminile deve ancora cominciare. Non siamo ancora diventate vere persone […]. Siamo legate e costrette da tradizioni secolari. Dobbiamo ancora nascere come persone, la donna ha questo grande compito davanti a sé. [3]

Questo nonostante alle origini della nostra civiltà e della nostra cultura ci siano due donne, Atena dea della sapienza e Diotima maestra di Socrate.
Gianfranco Falcone

[1] Baudrillard J., Lo scambio simbolico e la morte, Milano, Feltrinelli, 2015, p. 146.
[2] MacKinnon, Catharine A. (2006) Are Women Human And Other International Dialogues, Harvard University Press, Cambridge (MA).
[3] Hillesum H., Diario, Edizione integrale, Milano Adelphi, 2012, p. 122.

 

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