La realtà inabissata. Dallo sfruttamento dei lavoratori a quello delle donne

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Volendo conoscere la realtà dei fatti, l’indispensabile attività è quella della ricerca, della selezione ed identificazione delle fonti d’informazione su di essa. Volendo essere rigorosi, in Filosofia la conoscenza umana scaturisce dall’incontro tra soggetto ed oggetto, rapporto, quest’ultimo, che suscita una nuova realtà, una nuova luce, ulteriore elemento fattuale da indagare.

L’attitudine filosofica alla conoscenza si caratterizza per la sua radicalità, è scienza della totalità. Ha tre obiettivi fondamentali: esaminare le competenze conoscitive, determinare il merito delle conoscenze umane ed individuare le condizioni di possibilità del conoscere (il problema kantiano).
Questa attitudine è agli antipodi del contemporaneo mainstream pseudoculturale.
Le major che detengono canali, risorse ed immettono sul “mercato della conoscenza” prodotti comunicativi con ampio spettro di diffusione, che godono di un maggior grado di penetrazione nel tessuto sociale – comprese alcune istituzioni (Università e centri di ricerca) ben volentieri supine esecutrici di studi favorevoli agli interessi dei magnati – svolgono con solerzia il compito di deproblematizzare la realtà, di banalizzarla, di destoricizzarla, di piegarla, nella rappresentazione mass-mediatica e socio-culturale, al “pensiero unico”.

La gnoseologia, come l’insieme delle questioni che possono cogliere l’essere, per come esso è, consiste in un’indagine che comprende tutto l’orizzonte del mondo, cercando di non trascurare nessun elemento. Viceversa, se la totalità non è posta come obiettivo, si precipita nell’arbitrarietà, nell’opinionismo, nella mistificazione, nell’ideologico rifiuto della possibile verità, dell’accostarsi all’accertamento dei fatti.
Nell’attuale prolungata fase di crisi ristrutturativa del capitalismo globale, la caratteristica fondamentale dei luoghi deputati al trattamento delle conoscenze non è solo quella di mistificare ulteriormente le contraddizioni sociali, di contribuire al controllo più efficace dello sviluppo delle forze produttive senza uscire dalla logica del profitto; i luoghi deputati al trattamento delle conoscenze hanno il compito di trasformare il disagio materiale e post-materiale, lo sfruttamento delle persone, i conflitti sociali in contrasti intersoggettivi (ad esempio, la questione dei flussi migratori, volutamente arenata nella “categoria” politologica dell’ordine pubblico e delle fomentate incompatibilità etniche).

L’ignoranza come strumento del potere in grado di nascondere, di manipolare, di sollecitare comportamenti socialmente adattivi ed acritici, tende a sterilizzare politicamente le diverse provenienze di classe. Il “non sapere” si traduce stabilmente e “naturalmente” in socialità coatta sostenuta dall’egemonia delle false truth che prevede subalternità, occasioni diseguali di esperienze cognitive, assenza di obiettive valutazioni sulla realtà e, quindi, rarefazione di ogni ipotesi di presa di coscienza, d’emancipazione, di ribellione e di contrasto alla deprivazione culturale. Infatti, di parte della realtà non si parla. Accade in tutto il mondo, ma non si viene a sapere. Ad esempio, ci sono poche tracce del nuovo Rapporto Maturi per il cambiamentoPorre fine allo sfruttamento nelle filiere dei supermercati (© Oxfam International, Giugno 2018), diffuso da Oxford committee for Famine Relief, un movimento globale di persone che vogliono eliminare l’ingiustizia della povertà e che è attivo dal 1942 (nasce in Gran Bretagna), con il fine di per portare cibo alle donne e ai bambini greci stremati dalla guerra.
Il Rapporto analizza le politiche di alcune tra le maggiori catene di supermercati in Europa e negli Stati Uniti, che stentano ad adottare pratiche commerciali più eque nei confronti di piccoli produttori e lavoratori agricoli lungo le loro filiere di approvvigionamento. Nel Rapporto si legge che “Il lavoro nero nelle filiere è uno scandalo. Così come lo sfruttamento di quei lavoratori a cui le multinazionali, inclusi i supermercati, devono i loro profitti. Le multinazionali esternalizzano volutamente la violenza, l’oppressione, i salari bassi e il lavoro precario e spesso pericoloso che alimenta i loro guadagni. [ … ] ”
Le indagini condotte in questo rapporto dimostrano che colmare il divario tra salari di sussistenza e salari dignitosi costerebbe alle multinazionali una cifra insignificante. Analoghe ricerche sul costo della vita, condotte e documentate dai sindacati, rivelano che in Honduras basterebbe aumentare di tre centesimi il prezzo corrisposto per la produzione di un melone e meno di due centesimi in Guatemala per una banana per assicurare un salario dignitoso ai lavoratori del settore.

Un lavoratore con un sacco sulle spalle in una miniera di sale in Perù
Perù, lavoratore in una miniera di sale

Si deve porre fine al furto sui salari realizzato da molti datori di lavoro attraverso ore di lavoro non retribuite, straordinari forzati o semplicemente non pagando i salari stabiliti dalla legge. La ricetta per garantire un lavoro dignitoso nelle filiere è semplice:
• un salario minimo dignitoso; • diritto di libera associazione e contrattazione collettiva; • tutela sociale universale; • osservanza di sistemi giuridici forti e indipendenti”.

Come è stato documentato, milioni di donne e di uomini che ogni giorno lavorano in tutto il mondo e in Italia per portare il cibo sulle nostre tavole sono intrappolati nel circolo vizioso della povertà, vittime spesso di condizioni di lavoro disumane, a dispetto dei profitti multimiliardari generati dall’industria alimentare. Questa è parte integrante e significativa della realtà. In tutto il mondo accade, ma si evita di considerarlo un “fatto”. Realtà sottaciuta, inabissata. Come altrettanto celata è l’esperienza, per sua natura internazionale, della prostituzione on line; ci si riferisce, in particolare, non tanto all’amplissima offerta veicolata da web site “specializzati”, bensì al vastissimo mondo della povertà che induce larghi strati della popolazione – non solo donne, più o meno giovani, e adolescenti –, prevalentemente del continente africano, a “proporsi” con nicknamedi fantasia e profili social “invitanti” (foto, quasi sempre rubate, video ad hoc, file sonori con espressioni vocali contraffatte) per ottenere soldi legati ad esclusivi fabbisogni di sopravvivenza.

L’aggancio telematico, in altri termini, è effettuato né per un improbabile atto di vendita del corpo in cambio di denaro (parliamo di distanze continentali), né per proposte di sesso virtuale (che avviene ogni qual volta il contatto stabilito e l’itinerario comunicativo sembra volgere verso la meta), bensì si usa il codice linguistico della prostituzione per attirare maschi occidentali “persuadendoli” a poco a poco, nel prosieguo delle conversazioni su InterNET, circa la condizione di indigenza e/o di malattia e/o di disagio sociale. Dietro accattivanti volti e fisici attraenti in bella mostra nella webvetrina, si scopre un mondo sommerso di incontenibile disperazione umana che consiste in un consistente prolungamento della tratta delle donne (per approfondire: “Human Trafficking Online: The Role of Social Networking Sites and Online Classifieds”, 2011 – Rapporto 2011 di Europol sulle minacce del crimine organizzato che ha dedicato una sezione intera a «InterNET come facilitatore») costrette a degradarsi sulle strade delle metropoli del benessere economico (come “spia sociale” che fa da contraltare, si veda il nostro: “La chirurgia estetica e la scomparsa del volto umano”, mentinfuga, 15 Marzo 2018) anche se i “protagonisti” di questo fenomeno non sempre sono donne.

L’odore della miseria si percepisce ad ogni frase che giunge in italiano approssimativo, ad ogni passaggio comunicativo, timido ed arrogante allo stesso tempo, che tende sempre più impellentemente alla dimensione privata, abbandonando progressivamente il terreno dell’esplicito codice pornografico, forma alienata di dissociazione dalle realtà, rendendo tragicamente evidente l’urgenza di un aiuto economico inclusivo. Tale fenomeno, le cui manifestazioni sono in corso di rilevazione, non è adeguatamente percepito, circostanziato ed autonomamente configurato da eCrime, Ict, law and criminology, il gruppo di ricerca sulla eCriminology del Dipartimento di Scienze giuridiche dell’Università degli Studi di Trento, ricerca tra le più complete nell’ambito della problematica.
La ricerca conclude dimostrando che il web viene utilizzato dai trafficanti in tre fasi: reclutamento, commercio, sfruttamento delle vittime. Nel primo caso «le chat e altre forme di pubblicità online sono i due metodi principali» e di solito sono impiegati siti di agenzie matrimoniali, escort, incontri, offerte di lavoro (come annunci per assistenza domiciliare agli anziani, cameriere, ragazze alla pari, modelle, ballerine, hostess). In seguito le vittime possono essere vendute direttamente sul web, da trafficante a trafficante, oppure ai clienti finali. Ma le nuove tecnologie sono impiegate anche per il controllo. Infatti, proseguono i ricercatori trentini, «esistono casi in cui la minaccia di fare circolare rapidamente in rete o di spedire via e-mail a parenti e/o amici foto e video compromettenti è utilizzata come mezzo per mettere sotto pressione le donne». E poi ci sono esempi di uso di microspie per tenere d’occhio le ragazze durante il lavoro o di uso di immagini pornografiche che ritraggono le vittime sul web.
Più in generale, chiariscono gli studiosi, «InterNET è uno strumento per intercettare la domanda di prostituzione trafficata e per promuovere servizi sessuali tra i potenziali clienti: i trafficanti possono servirsi di strumenti online per pubblicizzare la loro “merce”, mentre le vittime possono essere forzate a contattare i propri clienti tramite il web». Il gruppo di eCrime ha quindi provato a stimare quante e quali sono le vittime in carne e ossa di questo traffico virtuale (questi studi finora si sono occupati solo delle rotte tradizionali).

Il lavoro, intitolato “Dal marciapiede all’autostrada digitale”, è stato condotto fingendosi potenziali clienti di sesso a pagamento poco avvezzi all’uso della retee si basa su più di 500 annunci estratti casualmente tra i tanti pubblicati tra il 24 aprile il 3 maggio e riferiti a tutte le regioni italiane (rif. a “Sesso, le schiave sono online”, Marco Ratti, L’Espresso online, 28 Maggio 2012). La ricerca eCrime va integrata; va inserito il capitolo del grido di dolore che arriva dalle viscere del continente africano, in particolare; urlo decodificabile come bisogno di vita biologica emesso da esseri umani allo stremo. Ciò si intuisce quando, accanto alla reiterata angosciata richiesta di denaro, si percepisce l’ansia per una connessione che viene meno; non c’è più elettricità. La disponibilità residua di corrente elettrica o d’acqua, per queste persone, donne e uomini con “maschere digitali” indossate atte a negare anche la stessa identità sessuale, delinea l’ultimo confine tra la vita e la morte.
In tutto il mondo accade, ma si evita di considerarlo un “fatto”. Anche questa è parte integrante e significativa della realtà. Realtà sottaciuta, inabissata.
Giovanni Dursi

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