La rete unica che non c’è

rete fibra
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Ieri i Cda di TIM e CdP hanno approvato una lettera d’intenti che dovrebbe tracciare il lungo e complicato percorso per riportare la più grande rete di TLC italiana privata nella sfera di influenza decisionale del mondo pubblico.

A dire il vero si tratta di un successo della politica degli annunci, buona sia per i vertici TIM che per quelli di CdP, entrambi in scadenza nella primavera del 2021, sia per il Governo alla ricerca di qualche trofeo da esibire a fronte della incapacità di gestire la ripresa economica e la fase autunnale dell’epidemia.

Di cosa si tratta in realtà e chi se ne avvantaggia?
Intanto si va a scorporare da TIM non la parte intelligente della rete, il suo cuore tecnologico e innovativo, ma solo quella più passiva e periferica che va dagli armadietti collocati sui marciapiedi fino a casa dei clienti (la cd rete secondaria o ultimo miglio). È la parte più onerosa da realizzare e per questo tutte le proprietà private e predatorie di Telecom Italia che si sono succedute negli ultimi venti anni, schiave della finanza e dei debiti, hanno fatto pochissimo per sostituire il rame con la fibra in questa parte di rete, perché costa molto e rende solo sul lungo periodo. Ma si sa, una società privata persegue il profitto a breve non gli interessi della collettività in cui opera, e gli indicatori sullo sviluppo del digitale in Italia ne sono l’evidente risultato…
Ora questa TIM in affanno, con i ricavi in calo e senza prospettive di recupero a breve, deve assolutamente scaricare su qualcuno il costo degli investimenti che non è in grado di sostenere su questa parte dell’infrastruttura e dall’altra parte la politica ha realizzato (SIC!) che privatizzare la rete di TLC è stato un pessimo affare per il Paese: da qui una toppa che è peggiore del danno già creato.

La società che si dovrebbe costituire ora – FiberCop – , infatti, è una scatola ben poco operativa che conterrà la proprietà della rete secondaria TIM e dove il fondo americano avrà KKR al 37,5%, Fastweb con un 4,5% e TIM il 58%. La realizzazione delle infrastrutture e dei servizi sarà fatta in esclusiva dalla casa madre TIM, in service per FiberCop.

La “vera” società della rete, AccessCo (che stando alla lettera d’intenti approvata ieri dai consigli di amministrazione TIM e CdP dovrebbe essere varata entro il primo trimestre 2021 – cioè prima della scadenza dei due vertici- con un accordo ad hoc per i conferimenti di FiberCop, di parte della rete primaria di TIM e di Open Fiber), è invece tutta da disegnare. Si sa solo che la quota di TIM non scenderà sotto il 50,1% e che la governance sarà complicatissima, con veti/gradimenti incrociati tra TIM e CdP su tutte le posizioni apicali.

Un capolavoro degno del miglior “Cencelli”, con due possibili derive: un consociativismo spartitorio sulle ricche commesse e sull’indirizzamento degli investimenti che la società dovrà gestire o un conflitto permanente per gli interessi oggettivamente contrapposti dei soggetti al tavolo – TIM e FiberCop (ovvero gli azionisti privati) hanno bisogno di profitti e flussi di dividendi a breve e CdP dovrebbe essere invece un investitore paziente e infrastrutturale di lungo periodo – mettendo la gestione a rischio di blocco operativo ad ogni vera decisione strategica.

In sintesi: chi sarà davvero a guidare e decidere in un’azienda così? Certo non sarà l’interesse pubblico a prevalere se il controllo di CdP sarà privo di responsabilità dirette nella gestione operativa.
E i clienti che benefici ne avranno? E i concorrenti che hanno reti proprietarie non sostenute dal denaro pubblico? E la rete di Open Fiber quando e come potrà essere integrata? E la parte davvero innovativa della rete di TIM? E le authority italiane ed europee sulla concorrenza e le comunicazioni che hanno sempre indicato come vincoli la trasparenza e la terzietà della rete?
Insomma, saremo sommersi dal fumo della comunicazione che venderà questa operazione come una grande soluzione strategica per il Paese, ma nella realtà è un favore fatto a TIM da una politica miope e abile a costruire slogan, ma che ancora una volta lascerà i veri problemi dell’innovazione digitale in Italia irrisolti.

redazione

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