La retorica del rugby

Rugby
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La partita contro la Scozia che – non troppo brillantemente – ha consentito all’Italia di evitare il cucchiaio di legno al Sei Nazioni 2012 ci ha evocato una disputa per fare qualche considerazione sulle palle rotonde ed ovali.

Vittorio
Un grande giornalista sportivo, credo il mitico Gianni Brera, definiva l’Italia così :”È una squadra femmina!!!” Questa definizione era certamente permeata di un certo maschilismo proprio dell’epoca, ma rifletteva appieno, in maniera veramente geniale, le caratteristiche intrinseche e vincenti del modo di giocare a calcio (ma probabilmente anche di altri sport di squadra) della nazionale azzurra. La definizione rimarcava la capacità della squadra di nascondere il proprio gioco agli avversari, di mostrarsi incapace di offendere l’avversario, di adattarsi totalmente al suo modo di giocare e soprattutto di colpirlo nel momento in cui meno se lo aspetta. È vero che tatticamente la Nazionale di Bearzot non è esattamente riportabile a questa tipologia, che in Argentina ai Mondiali del ’78 aveva espresso il miglior calcio, ma queste caratteristiche (con l’aggiunta del famoso stellone italico) ben rappresentano le posizioni in campo di Italia-Brasile del Mondiale ’82. È un modo di partecipare alla competizione che, secondo me, rappresenta in maniera quasi sorprendente l’indole e la cultura nazionale. Ci vedo anche qualcosa di machiavellico: ti faccio scoprire fino a poterti colpire indisturbato, fregandomene se esteticamente sono orribile, se ricorro a qualche mezzuccio (tipo perdita di tempo, innervosimento dell’avversario col falletto sistematico, basta ricordare la maglia di Zico strappata da Gentile in quell’Italia-Brasile), insomma il fine giustifica i mezzi.
Queste caratteristiche possono essere lette in positivo o in negativo: siamo furbi o intelligenti, scorretti o semplicemente provocatori, è più importante il modo di giocare o il risultato. Insomma, Arrigo Sacchi non c’entra praticamente niente con la cultura (calcistica) nazionale.
Ora mi spiegate cosa c’entra il rugby con questa caratterizzazione del modo di giocare espresso dalle rappresentative nazionali? È questa la retorica del rugby di cui parlo. Oggi tutti si riempiono la bocca della lealtà, dell’onestà e della correttezza che si esprimono nel rugby, alla faccia di quell’orribile sport che è il calcio nel quale i sotterfugi e gli errori arbitrali contano più del leale scontro vis a vis. Il rugby è uno sport da braveheart, che si affrontano duramente in campo e dopo la partita si stringono la mano, si applaudono e vanno a bere e mangiare insieme. È uno sport nel quale non esistono le frange ultrà: le tifoserie si mischiano e fanno fratellanza sugli spalti.
Per dirla con Di Pietro, tutto ciò che c’azzecca con l’Italia di oggi (ma forse anche di ieri) fatta di fazioni e faziosi prezzolati, di evasori fiscali che girano in suv etc.
Chissà, forse la retorica del rugby è rappresentabile da un SUV (probabilmente posseduto da qualcuno che dichiara diecimila euro di reddito l’anno) parcheggiato all’esterno di un campetto di allenamento in cui si insegnano lealtà, correttezza, rispetto reciproco e divertimento di gruppo!! Il povero Paolo Rosi inorridirebbe di fronte a questi barbari!!

Antonio
La familiarità è un legame sotterraneo tra forme della memoria: Paolo Rosi è una voce indimenticabile.
Fiumi carsici attraversano il pensiero e ci legano. Il dialogo non mostra necessariamente omogeneità nelle parole e nei luoghi, indica piuttosto una lettura del reale cui riportarsi.
Sono seduto in macchina mentre aspetto mia figlia. La sua uscita da scuola è distanziata dalla mia di qualche minuto. Insegno e lei è studentessa.
Insegno e parlo di filosofia, storia e così via a ragazzi che crescono ancora interessandosi alla vita. A scuola insegno; so di dover insegnare l’importanza della Costituzione, il senso delle regole per una società che vuole dirsi libera, il rispetto per sé e per gli altri.
A dispetto di tutto quello che sento dire questi ragazzi hanno ancora voglia di sapere e sono ancora una volta diversi da quello che io ero.
Sono seduto qui in macchina, in una città dell’Umbria (luogo che era definito un tempo in base ad una reale o supposta “diversità”).
Con l’umile spirito di osservazione di un partenopeo in fuga dalla propria città, prendo nota ogni giorno del divenire intorno a me.
Anche qui, nei pressi delle scuole, auto in sosta ovunque, passaggi pedonali invasi, scivoli per disabili nascosti e così via.
La sacralità dell’esser genitori trova in questi momenti la sua massima sublimazione.
Ritirare i figli giustifica ogni atto contrario al vivere comune e civile. E i proprietari di queste auto sempre più grandi, sono gli stessi, o quasi gli stessi, che invocano il rispetto delle regole e chiedono il rispetto delle regole per i loro figli e verso i loro figli.
So da dove vengo e conosco ciò che dico: la difesa della legalità parte dalle piccole cose. La difesa del bene comune parte dall’impegno di ogni giorno.
Quando inizia a essere normale che l’interesse del singolo superi ogni vincolo e ogni limite la via della sopraffazione è aperta.
Non pensate a una mia malattia grave; è la realtà a prestarsi a questa interpretazione. L’uso dello spazio pubblico, simbolico e reale, è la malattia che serpeggia ben prima e ben dopo il berlusconismo. Lo spazio comune, simbolico e reale, serve a risolvere i miei problemi di singolo e non appartiene più alla collettività.
Non meravigliamoci poi della deriva che prendono le cose.
Se il discorso ha un senso, la conclusione che intravedo è che la retorica del rugby potrebbe essere una grande lavata di coscienza collettiva. L’amore per questo sport mi suggerisce che molti sono pronti a presentarsi per ciò che non sono; sono viceversa pronti a proiettare in una palla ovale una speranza che, nella pratica, non hanno alcuna intenzione di alimentare.

Antonio e Vittorio Fresa

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