La ricerca performativa di Stefan Kaegi: il teatro tra realtà e finzione

Stefan Kaegi
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Rapporto tra teatro e società, tra la finzione e la realtà, tra l’artista e il pubblico. È questo di cui ha parlato, lo scorso 19 Ottobre, nel contesto del ricco Festival Fog (vol. 2) organizzato dalla Triennale di Milano, il regista e autore di spettacoli, performance radiofoniche, film e installazioni del collettivo Rimini Protokol Stefan Kaegi.

Stefan Kaegi
Stefan Kaegi
©Rimini Protokoll2

Temi e argomenti estremamente complessi e delicati, forse soprattutto oggi. Infatti ricorda Kaegi proprio all’inizio della conferenza, è strano parlare di teatro come fonte di realtà proprio all’interno di un teatro, in cui di realtà e spontaneità sembra esservene molto poca, soprattutto con gli spettatori a distanza di due postazioni l’uno dall’altro e tutti con la mascherina, ed è strano e difficile fare teatro all’interno di una società in cui il 95% degli individui non si interessa di teatro. Eppure, dice Kaegi, la bellezza dei progetti la maggior parte delle volte risiede proprio nella sua irriducibile complessità.
Il teatro contemporaneo per il regista infatti non è una sorgente di verità, da cui attingere per chiarire la complessità del reale, quanto piuttosto uno specchio diseguale e imperfetto di una società che, inevitabilmente, è diseguale e imperfetta. Sotto questo punto di vista, la performance teatrale permette all’artista e all’audience di indagare la complessità del loro mondo sociale, penetrandola e quasi quasi vivisezionandola per portarne alla luce i lati più sommessi, più repressi, meno indagati. Questo non significa risolvere la varietà disorientante del reale, quanto più rifletterla e complessificarla ulteriormente, rendendo la collettività più consapevole di tutte quelle dinamiche e diversità che, nel quotidiano, non si in grado di scorgere. È chiaro, dunque, che a questa concezione di teatro contemporaneo corrisponde, nella mente di Keagi, una concezione altrettanto “contemporanea” di pubblico: quella del pubblico partecipativo. Tutta la produzione di Kaegi rientra infatti nel fiorente mondo delle arti partecipative, nelle quali l’audience passa dall’essere uno spettatore passivo di un concept completamente e definitivamente definito dall’artista all’essere parte integrante e fondamentale del concept dell’opera stessa. In quest’ottica forse si potrebbe dire che il pubblico è l’opera stessa, nella misura in cui ne rende possibile la realizzazione.
Coinvolgere il pubblico nella dimensione dell’artista, ci ricorda il regista, non è però così facile poiché la risposta dell’audience agli stimoli degli artisti è mediata da una serie di complessi filtri sociali e individuali, i quali talvolta si corrispondono talvolta si trovano agli antipodi, ma che in ogni caso dipendono prevalentemente dalla collettività di appartenenza, dall’educazione ricevuta e, più in generale, da tutto ciò che rende l’individuo quel particolare individuo, e la collettività quella particolare collettività. Ciò che personalmente trovo, in concordanza con il pensiero di Kaegi, estremamente affascinante di questa pratica artistica è che essa si propone di indagare proprio ciò che utilizza per attuare l’indagine stessa, ovvero il reale non è indagato e scoperto meta-teoricamente, quanto piuttosto attraverso un’immersione così profonda nelle sue acque da far sì che, pur conoscendo e quindi accettando tutti i rischi che ne conseguono, è proprio la particolare realtà che si vuole scoprire ad essere il mezzo teatrale con il quale scoprirla. È evidente dunque che all’interno di questa concezione di teatro, il confine tra realtà e teatralità è labile, scivoloso, complesso, poiché la realtà si sovrappone alla finzione, e così la finzione diventa parte della realtà…ma non è forse questa una peculiarità propria della vita, e quindi del teatro, il quale si impegna semplicemente a portare in scena, e dunque alla vista, una caratteristica propria della realtà, ovvero la sua perenne sfumatura di finzione? Kaegi indaga, scopre queste infinite sfumature di confine e al contempo di verità del teatro e della società, e dunque si limita in un certo senso ad aprire queste domande, permettendone la continua e sempre ulteriore complessificazione. Il teatro, in questo senso, scopre la verità senza la pretesa di farlo, e questa verità è sempre parziale poiché lascia spazio a sempre ulteriori domande, e risposte incerte, e ancora domande. Tra i numerosi esempi di suoi lavori che Kaegi riporta all’audience per mostrare questo continuo processo di fusione (e forse, certi casi, anche frizione) tra teatro e società messo in atto dal collettivo (di cui egli è fondatore) Rimini Protokol, mi sembra calzante riportare in particolar modo una breve descrizione del progetto “100% City”.

In questo progetto, attuato in molte città diverse, da Lisbona a Melbourne a Porto, a seguito di un’indagine statistica accurata e una lunga ricerca, cento abitanti sono scelti in modo da rappresentare il più perfettamente possibile la reale composizione della collettività cittadina. Gli abitanti, dunque, diventano i veri protagonisti della performance: sul palco, tra le luci riflettenti e il buio della platea, essi prima si dispongono in certi concentrici crescenti con l’età, poi inscenano le loro varie occupazioni ad ogni ora del giorno. Successivamente gli si chiede di rispondere ad una serie di domande, disponendosi in due gruppi diversi a seconda che si trovino a favore o contro l’affermazione proposta. Alle domande taboo si risponde al buio, e semplicemente accedendo una torcia in caso di risposta affermativa. Ciò che è più interessante è indagare le reazioni delle diverse collettività a domande identiche, scoprendo per ciascuna di esse i taboo, le zone buie della coscienza collettiva. Emblematico è il momento in cui si chiede: chi di voi ha finto sul palco stasera? La maggior parte degli individui di ogni collettività risponderà sì.
La domanda con cui ci lascia Kaegi è dunque: vi è più finzione nella società, o più della società nel teatro? A ognuno la propria, intima e collettiva, risposta.
Carola Diligenti

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