La Roma nascosta: i migranti del Baobab

history 8 minuti di lettura

L’arrivo di una macchina. È questo il segnale che tutti aspettano ogni giorno, intorno alle tredici. Il motore che si spegne è la sirena che fa accorrere tutti i presenti, come scolari al suono della campanella. Il pranzo è uno dei momenti più importanti al Baobab di Roma, il presidio per migranti simbolo dell’accoglienza capitolina. In poco tempo, tutti gli ospiti si ritrovano nello spazio adibito a mensa a cielo aperto: un alveare in cui attingere per rinvigorire corpo e mente. Ognuno aspetta di ricevere la propria parte di cibo, in religioso silenzio, allungando le mani solo per accelerare i tempi della consegna.

I pasti sono un cerimoniale che si ripete tre volte al giorno: il segno più tangibile di un’accoglienza ben più estesa. Il Baobab Experience è un progetto finalizzato a garantire assistenza ai migranti, soprattutto in transito, presenti in città. Alle spalle vi è un’associazione che opera ormai da un paio di anni, un collettivo di volontari che ha dato vita a un centro autogestito superando ostacoli di varia natura, sia burocratici che sociali. Dopo diverse vicissitudini e frequenti trasferimenti, la sua collocazione attuale è a piazzale Maslax, vicino alla stazione Tiburtina.

un gruppo di migranti in transito al centro Baobab

Foto Lorenzo Raffanelli

Al presidio, l’atmosfera è surreale, soprattutto se la si guarda con gli occhi agiati di chi è abituato ad altre comodità. Per gli ospiti, la casa è un’ampia distesa asfaltata e il tetto una semplice tenda. Nonostante l’impegno dei volontari, vivere in queste condizioni non è semplice, come ammette anche Andrea Costa, uno dei coordinatori del progetto. All’interno, si respira un’aria di incertezza, intrisa di dubbi collettivi. I volti dei migranti, stanchi e scavati, sono una sentenza senza appello; eppure, nessuno ci nega un sorriso familiare, che sembra chiedere rispetto e invocare dignità.
Lo spazio non è enorme, ma comunque capace di disorientare, non fosse altro per quel complesso di materassi e tende disposte secondo un ordine circolare: razionale, seppur nel suo cinismo. La realtà con cui il Baobab costringe a confrontarsi annichilisce ogni pregiudizio. Oltre lo schiaffo visivo, basta un contatto con i ragazzi per sciogliere definitivamente ogni riserva. Solo una differenza resta, irriducibile: loro sono vittime, noi solo spettatori di una delle pagine più rilevanti della storia contemporanea.

Non tutti hanno voglia, o più semplicemente coraggio, di parlare. I più restii sono i migranti di nazionalità eritrea. Le loro origini gli garantiscono il diritto alla protezione e questo dovrebbe farli sentire più tutelati. Troppo alto, però, il prezzo che rischiano di pagare per lasciarsi andare a una confessione che, comunque, li renderebbe rintracciabili. Temono ritorsioni nei confronti dei loro cari restati in Eritrea. Un pericolo non remoto in un regime dittatoriale come quello eritreo che cerca di nascondere le voci dei cittadini fuggiti, testimoni di un’oppressione perpetuata in patria da tempo e denunciata a più riprese da alcune organizzazioni umanitarie.
Altri ragazzi, invece, non hanno problemi a parlare o a mettersi in posa di fronte a un obiettivo fotografico: in qualche caso, sembrano addirittura fremere dalla voglia di raccontare il loro passato. È il caso di Saif, un giovane sudanese, che fin da subito ci accoglie con disponibilità. Appare piuttosto sorridente: non una banalità in un luogo dove regna la disillusione, nonostante i volontari cerchino in tutti i modi di diffondere speranze positive. Ci racconta la sua storia mentre, armato di taniche e carrello, va a prendere l’acqua che lui e gli altri usano per lavarsi. All’interno del campo non c’è l’acqua e i migranti devono fare rifornimento a un tubo distante un centinaio di metri dal presidio. Un pellegrinaggio che il destino gli riserva una volta in più.
Saif aveva 16 anni quando ha deciso di lasciare il Sudan, dopo aver pagato per attraversare il deserto. Come molti altri, è rimasto diverso tempo in Libia, dove però la sopravvivenza è messa a dura prova dai conflitti tra le tribù che si contendono il business dei migranti. Orfano di madre, ha scelto di cercare un futuro migliore in Europa, per scappare dal vortice di povertà e guerre civili che travolge il suo Paese da anni. Il suo viaggio in mare è durato circa due giorni, a bordo di un barcone con altre cento persone, forse più, impossibile saperlo con certezza. È già una fortuna che possa raccontare tutto con una buona dose di serenità inaspettata.
Tutti gli ospiti condividono un passato simile, perlomeno nei suoi tratti essenziali: storie di privazioni, sofferenze, ingiustizie, violenze. Ognuno ha alle spalle una propria storia personale, un bagaglio tutto suo di memorie e suggestioni che non è giusto confondere con altri. Ma ascoltando le parole di uno si ha accesso, indistintamente, ai ricordi, le paure, i sogni di tutti gli altri. Negli occhi spenti dei migranti si legge una frustrazione che sembra uscita dalle stesse pupille. Nei loro gesti, timidi e impacciati, si percepisce uno smarrimento che solo il riscatto definitivo saprà forse colmare.
La spensieratezza di Saif è cosa piuttosto rara tra i ragazzi del centro. Non tutti riescono ad avere la sua spontaneità nell’affidarci le loro intime confessioni, frenati da qualche segreto o ostaggi di un crudele passato. A un ragazzo somalo non escono le parole, nonostante si sforzi di farle emergere. Pronuncia qualcosa a bassa voce, ma il suo tono è talmente flebile che è impossibile capire se abbia tentato di comunicare qualcosa o se quel suono fosse piuttosto un lamento.

Foto Andrea Bussoletti

Il Baobab è una comunità con le sue regole e i suoi spazi: un quartiere in miniatura in cui i volontari cercano di favorire forme di autogestione. Ad alcuni ragazzi è riconosciuto un ruolo di guida: sono loro il punto di riferimento per i nuovi arrivati e nell’organizzazione interna. Regole condivise sono necessarie in un luogo dove convivono persone con un’esistenza difficile, che può aver sviluppato personalità fragili, solitarie, aggressive. All’interno del centro coesistono lingue, abitudini e religioni differenti, che non sempre è facile far coesistere. Esigenze primarie, come quelle della comprensione reciproca, hanno spinto i ragazzi a darsi una sistemazione interna che rispetti gli stati di provenienza. Non un processo selettivo o divisorio, ma la risposta istintiva all’impatto con un contesto totalmente nuovo.
Le tende si susseguono, secondo un’alternanza di nazionalità che coincide con il mosaico dei drammi che attualmente imperversano nel continente africano. Eritrei, sudanesi, somali: tutti hanno i loro spazi, nonostante all’interno del presidio non esistano barriere o strumenti separatori. Da un angolo del piazzale riecheggia qualche lontana tradizione popolare, scandita dal battere delle mani e da un inconfondibile sovrapporsi di cori. Ogni nazionalità ha la sua musica, ci spiegano i ragazzi del centro. Segno evidente della volontà di non tagliare le radici con le proprie origini.
La vita al Baobab scorre in attesa, motivata dal comune desiderio di rivalsa. La conferma arriva da Samir, un ragazzo tunisino arrivato da poco al Baobab. La sua è una storia di tentativi, rifiuti, fallimenti ripetuti. Per ben tre volte ha cercato di raggiungere l’Italia dalla Libia, passando per il Mediterraneo, il mare che per tutti è il ponte tra le sofferenze vissute e i sogni che abitano l’altra riva. Due volte il destino gli ha sbattuto le porte in faccia, respingendolo indietro. Dopo il secondo tentativo di partenza, è stato arrestato in Libia e solo pagando ha potuto essere liberato. Ha sfidato nuovamente il mare, arrivando sulle coste italiane insieme ad altre centinaia di persone. Poi gli sviluppi positivi, insperati. L’arrivo in Svizzera, un lavoro, l’inizio di una nuova vita insieme a moglie e figli.
Peccato che Samir abbia gioito troppo presto, giusto il tempo di rimanere immischiato in problemi giudiziari. “In Svizzera mi hanno arrestato e ancora non so perché”, racconta svelando un sorriso amaro pregno d’incredulità. Il viaggio, allora, è divenuto un percorso a ritroso, che lo ha riportato in Italia, dove era stato schedato al momento dell’arrivo. Descrive tutto con impeto, convinto di essere vittima di un’ingiustizia di cui non sa tracciare le coordinate. Ci mostra la sua tenda e un ammasso di fogli, documenti, pratiche tra cui, forse, è già segnato il suo futuro. Adesso, passa i suoi giorni al Baobab, sperando di chiarire presto le cose e ricongiungersi così con la propria famiglia, rimasta in Svizzera e con cui mantiene però i contatti.
Storie come quelle di Samir al Baobab non fanno più notizia. “Quasi tutti i ragazzi – ci spiega Andrea Costa – sono molto giovani: prevalentemente hanno tra i 16 e i 20 anni. Per la loro età hanno visto e vissuto cose che nessuno di noi può immaginare. Sono tutti ragazzi che vengono da viaggi che durano almeno due anni, durante i quali sono stati spesso picchiati dalle bande in Libia o usati come merce di scambio. Di solito sono i figli più giovani a partire, poiché il viaggio è un investimento supportato anche dalle rispettive famiglie. Dispiace che al loro arrivo trovino questo”, prosegue Costa, allargando le braccia per indicare il grande piazzale in un gesto che esprime disappunto e impotenza. Un rapido sguardo per osservare ciò che lui e tutti gli altri attivisti hanno realizzato, tra difficoltà di vario tipo e sacrifici. Poi, una frase che ha la perentorietà di una sentenza. “Ai migranti dispiace essere un peso per noi”, conclude Costa.
I volontari cercano di non fargli avvertire questo fardello, in attesa che il futuro riservi loro scenari migliori. Nel frattempo, la vita al Baobab prosegue.
Lorenzo Di Anselmo

I nomi dei migranti sono tutti di fantasia.
La foto di copertina è di Andrea Bussoletti

newsletter mentinfugaIscriviti alla newsletter

-----------------------------

Se sei giunto fin qui vuol dire che l'articolo potrebbe esserti piaciuto.
Usiamo i social in maniera costruttiva.
Condividi l'articolo.
Condividi la cultura.
Grazie

In this article