La saldatura. Tendere la mano alla pluralità. Intervista a Angela Alexandra D’Orso

history 4 minuti di lettura

Una raccolta di poesie che sembra il racconto di una scoperta o di una dolorosa sorpresa. Versi pieni che indicano suggestioni di amore, tracce dell’amare, istanti da ricordare, ferite da dimenticare e perdite da sostenere: un viaggio nei sentimenti e nei legami.

Con Angela Alexandra D’Orso abbiamo discusso delle sue poesie e di mille altre cose che non avevamo previsto.
Un dialogo, insomma, che ci aiuta a “abitare” quello strano spazio bianco della pagina che si lega, in qualche modo, alla poesia.

Partirei dal titolo che ha dato alla sua raccolta: “La saldatura”.
Inevitabilmente si pensa a qualcosa che si è spezzato e che si prova a legare nuovamente.
In effetti, con un attimo di sospensione, la saldatura può nascere solo dopo che è avvenuta la separazione, se il legame era originario; oppure, con un tono decisamente più netto, la saldatura è quella forzatura che prova a mettere insieme quello che insieme non dovrebbe stare.
Le sembra che oso troppo in base ai suoi versi?
Non osa, La saldatura è certamente tutto questo e forse qualcosa in più. È, sì, la forzatura di mettere insieme quello che insieme non dovrebbe stare ma l’operazione si avvale di una volontà liberatoria. Scrivermi mi ha obbligata a leggermi e, di conseguenza, a scoprirmi non unita, non unitaria, decisamente caleidoscopica e, se vogliamo, incoerente sia da un punto di vista emotivo che stilistico.
Dopo un primo tentativo di livellamento, miseramente fallito, ho capito che forse la chiave non era tanto unificare quanto saldare, tenere insieme, tendere la mano alla pluralità.
In un certo senso ho preteso da un corpo volubile una risposta salda.

Parlando del suo libro è capitato di pensare che la poesia può essere un ottimo antidoto a una comunicazione che non solo urla e grida ma che spesso finisce con il non-dire. Nel suo testo possiamo trovare un’indicazione in questo senso?
L’indicazione c’è ed è, in prima battuta, la dimensione minuta – del componimento, del verso, del lessico – e poi lo spazio bianco. Una pratica dello scavo, una disciplina dello svuotamento che indirizza lo sguardo verso la parola piccola e alimenta il desiderio di quella mancata.
Paradossale è, a mio parere, quanto il non-dire interessi anche il linguaggio poetico; la differenza, chiaramente, è di coscienza e intenti.

Quale nesso si sente di stabilire fra la sua formazione intellettuale e il suo approccio al testo poetico?
Il nesso potrebbe essere nell’attenzione per l’analogia; è come se la fede in un leitmotiv metafisico abbia sempre guidato i miei studi e le mie letture.
Nell’approccio al testo poetico questo si traduce nel feticcio dell’intreccio, nell’ossessiva ricerca d’itinerari e percorsi e quindi nella perversa indagine delle occorrenze.

Sulla copertina del suo libro campeggiano questi versi:
Ho preso un due in memoria l’altro giorno/ l’ho preso perché spesso non ricordo:/ricordo, sei tutt’altro che di testa/ hai al cuore la più cara vicinanza”. Ri-cordare è appunto riportare al cuore.
Mi sembra che ciò avvenga anche parlando di suo padre e dei suoi verbi: “costruire e adornare”.
Può spiegarci questa catena di termini?
Un giorno ho ritrovato alcune poesie di mio padre, tra queste compariva il verbo adornare. Gli studi di mio padre si sono fermati alla licenza media, sul suo comodino non ci sono mai stati libri, nella nostra casa mancava perfino una libreria.
Se mio padre fosse un verbo, potrebbe essere costruire.
Secondo il vocabolario il significato di adornare è «rendere più bello con l’aggiunta di ornamenti e decorazioni»; ora, se dovessimo mettere in relazione questo verbo con costruire avremmo due possibilità: collocare le due voci in spazi diametralmente opposti – uno dedicato al necessario, l’altro all’accessorio – o, in alternativa, farle dialogare, renderle complementari e reciproche.
Per riportare al cuore mio padre e con lui la sua lingua, devo prendere la seconda strada, devo scegliere la meraviglia, forgiare la catena.

Senza esagerare vado con la mente alle parole di Hölderlin, poi in parte riprese da Heidegger come titolo di una sua celebre conferenza: Perché i poeti? Che ruolo possono avere i poeti oggi quando ci ritroviamo “prigionieri” nelle nostre case per una pandemia che mette in discussione molte delle nostre convinzioni e convenzioni?
I poeti sono i custodi del limite, la loro parola nasce dal “guardo escluso” che genera un desiderio senza oggetto e una nostalgia del futuro.
Potremmo guardare a loro per capire come stare sulla soglia, nel punto in cui s’intravede il mondo; da lì riabilitare l’immaginazione che è uno strumento potentissimo.
Se la domanda fosse invece “perché la poesia?“, risponderei che mai, come in questo momento, è necessario mettere al centro l’altro da sé; la poesia – che implica sempre una riscrittura da parte di chi legge – ci obbliga a pensarci coinvolti, contestuali, esattamente come siamo ora.

Antonio Fresa

Angela Alexandra D’Orso
La Saldatura
Edizioni Ensemble; 2019
Pagine 56; € 12,00

newsletter mentinfugaIscriviti alla newsletter

-----------------------------

Se sei giunto fin qui vuol dire che l'articolo potrebbe esserti piacuto.
Usiamo i social in maniera costruttiva.
Condivi l'articolo.
Condivi la cultura.
Grazie

Temi relativi all’articolo: