La Sanità in salute?

salute in italia
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Sono stati puntualmente diffusi con lo “State of Health in the EU Italia Profilo della Sanità 2021” i dati relativi alla sanità in Italia ed in Europa [1]. Il gran lavoro analitico e divulgativo è stato svolto grazie all’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico ( OCSE) e all’Osservatorio europeo delle politiche e dei sistemi sanitari (European Observatory on Health Systems and Policies), quest’ultimo voluto dalla collaborazione tra mondo accademico, Governi europei e Agenzie internazionali con lo scopo di analizzare il sistema sanitario.

Ne viene definito un quadro attraverso il quale si evince un impatto sanitario che durerà per lungo tempo sui Sistemi Sanitari Europei con le gravi carenze in personale sanitario e strutture che già erano ampiamente note soprattutto nel nostro paese.
Nel rapporto sono stati valutati con attenzione tutti i parametri che consentono di trarre elementi utili a comprendere lo stato della sanità, quella erogata e quella “messa da parte” a causa della pandemia e le aree in cui si è nella necessità di migliorare. Ovviamente non è stata valutata la realtà emozionale, intesa soprattutto nella relazione tra chi eroga i servizi e chi li domanda e li riceve. Un campo dove sembra esserci una condizione di degrado che sta raggiungendo livelli inimmaginabili. Chi scrive comunque ha confidenza con certi ambienti, avendoli frequentati in passato, da partner sanitario e da fruitore di servizi come tutti, e non ha difficoltà a paragonare, seppur limitatamente alle proprie esperienze, quel che era e quel che è adesso in termini di comportamenti e relazioni tra fruitori ed operatori sanitari. Ma forse per avere idea pertinente basta seguire in merito gli avvenimenti delle cronache e seguire, per quel che vale, il clima che viene diffuso dalle attività sui social.

Il rapporto OCSE  deve fornire una panoramica sulle politiche della salute dei sistemi sanitari vigenti in Europa in relazione con le situazioni sanitarie dei singoli paesi. Nel caso dell’edizione 2021 la valutazione non poteva non concentrarsi sugli impatti che la Covid-19 ha prodotto e su come i vari sistemi sanitari nazionali hanno risposto alla pandemia ed hanno mostrato le loro efficienze in relazione ad essa.
Le valutazioni hanno riguardato lo stato di salute, i fattori di rischio, anche comportamentali ed ambientali, l’organizzazione e la spesa sanitaria e come i sistemi sanitari hanno risposto alla pandemia in termini di efficacia, accessibilità e resilienza. [2] Saranno si spera, soprattutto per l’Italia, la base per intervenire in modo adeguato e permanente con i fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). Ovviamente le indicazioni che sono state fornite sono sufficienti per individuare le criticità più importanti sulle quali intervenire e si spera anche che, la guerra e i conseguenti impegni in termini di aiuto alle popolazioni che dovremo assumere, non diventino un pretesto per mettere in secondo piano le emergenze della salute pubblica.

Quanto rilevato già comporta una indicazione per l’Italia che la colloca in una posizione demografica e socioeconomica inferiore alle medie europee. Viene anche accreditata con un tasso di fecondità di 1,3 rispetto all’1,5 europeo, un dato che conferma la ben nota precedente preoccupazione senza che ad essa sia stata data un vera programmazione per lo sviluppo delle nascite se non piccoli accorgimenti ad effetto quasi irrilevante.
Anche il PIL pro capite italiano, valutato in Euro PPA, è in sofferenza 28.002 contro 29.801 in Europa ed un tasso di povertà al 20,1% contro il 16,5%. Euro PPA è un valore che significa parità del potere d’acquisto (PPA), il tasso di conversione valutaria in base al quale il potere d’acquisto di valute diverse risulta equivalente, eliminando così le differenze nei livelli di prezzo tra i vari paesi. Ovviamente i conti tornano con un tasso di disoccupazione del 9,2 contro un 7,1 europeo.

Le cose italiane vanno meglio in tema di indicatori della salute della popolazione che è migliore rispetto al dato europeo sull’aspettativa di vita che è 82,4 anni contro gli 80,6 in Europa. Questi dati mostrano anche che vi sono disuguaglianze legate alla situazione dell’istruzione che per i maschi significa che con una istruzione inferiore si vive 3,6 anni in meno di chi è più istruito, mentre per le donne la differenza è di 1,5 anni. Inoltre, in periodo pre-pandemico, nelle regioni settentrionali si aveva una aspettativa di vita rispetto alle regioni meridionali di tre anni in più.

Gli italiani riferivano nel 2019 di buone condizioni di salute per il 73% con ben 4 punti in più del valore medio europeo. Buone notizie per l’Italia anche sul fronte della mortalità prevedibile che nel 2018, per patologie come ischemie, tumori polmonari, suicidi, incidenti, e alcool ha avuto 104 decessi ogni 100.000 abitanti rispetto ad un valore europeo di 160. Viene anche sottolineata dai dati la migliore mortalità in Italia se riconducibile ai servizi sanitari: il tasso è di 65 ogni 100.000 abitanti rispetto al 92 europeo. Questo dato è anche accompagnato dalla appropriatezza dei ricoveri ospedalieri per malattie croniche ( asma, insufficienza cardiaca, diabete e broncopneumopatia cronica ostruttiva – BPCO).

Relativamente ai dati sui tassi di sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi di tumore più frequenti ( leucemia infantile, colon-retto, seno, utero, prostata) in Italia si hanno risultati maggiori come pure si sono rivelati migliori i dati sulle vaccinazioni alla prima dose del vaccino anti Sars CoV-2 ad agosto 2021: 70% contro 62% in Europa.
Purtroppo a questo esempio virtuoso si è dovuto accompagnare il dato più negativo in termini di decessi per la pandemia che in Italia è stato del 35% più elevato rispetto alla media europea con ben 129.000 decessi ad Agosto 2021. La protezione vaccinale ha fatto sì che le morti non salissero più di quanto non sia drammaticamente già accaduto con i 155.000 decessi totali alla fine di Febbraio 2022.

Una spiegazione a questi dati trova facile soluzione nell’evidenziare i valori della spesa sanitaria italiana rispetto alla media europea che sono enormemente più bassi, come pure le dotazioni strutturali ed il numero del personale sanitario. È del resto facile ricordare i tagli del passato sulla sanità in genere, come pure tornano drammaticamente alla mente le necessità di posti in terapie intensive che mancavano nei momenti di grave espansione del contagio pandemico. Quando è iniziata la crisi pandemica da Covid-19 i nostri nosocomi contavano su posti in terapia intensiva pari a 8,6 ogni 100.000 abitanti, un numero enormemente più basso rispetto alle necessità. Erano numeri quasi dimezzati, i cui effetti sono scritti nei dati sui decessi ormai divenuti storia, rispetto alla dotazione dei paesi europei. La prova è presto arrivata dalle modifiche apportate sui nuovi standard post pandemici che fissavano in 14 i posti letto di terapie intensive che il Ministero della Salute indicava come necessari nell’Aprile 2020. A marzo del 2021, però non ancora tutte le regioni erano riuscite a dotarsi dei posti assegnati.

Discorso ancora più pesante circa i posti letto che prima della pandemia, dopo i tagli di interi reparti, posti-letto ed interi ospedali di periferia, erano fissati in circa 3,2 posti ogni 1.000 abitanti rispetto ai 5,3 della media europea, dato inspiegabilmente vicino alla metà di quanto necessario in Europa. Scelte pagate duramente dal popolo italiano e che dimostrano la necessità di investimenti importanti per la salute pubblica. Del resto, a parte le mancanze dei piani pandemici dei quali ormai si attendono le determinazioni in merito della magistratura, se nel 2018 la spesa sanitaria Italiana ha assorbito l’8,7% del PIL rispetto al 9,9% europeo, con una spesa pro-capite inferiore del 25%, qualcosa in termini di servizio non erogabile significherà. Tutte cose che puntualmente la pandemia ha messo in luce senza sconti e malgrado un importante sacrificio che molti sanitari hanno comunque nobilmente erogato e pagato personalmente. Anche quest’ultima considerazione ormai è scritta nei numeri che sono storia anch’essi in termini di decessi tra i sanitari, spesso definiti atti di eroismo dei quali però molti mostrano di dimenticarlo nei loro comportamenti.

Discorso invertito per il nostro paese sul personale medico a disposizione della Sanità: 4,1 medici ogni 1.000 abitanti rispetto ai 3,9 della media europea mentre è molto peggiore il dato degli infermieri che in Italia sono 6,2 ogni 1.000 abitanti rispetto ad un dato europeo che è più grande del 25%.

La pandemia non ha inciso solo con l’immediatezza dei decessi e delle cure, anche pesanti, erogate nei reparti ospedalieri, o con le cure domiciliari che nel frattempo si sono affinate anche grazie all’utilizzo di farmaci nel frattempo individuati o messi a disposizione dall’industria (antivirali ed anticorpi monoclonali). Gli effetti pandemici si sono subito evidenziati in peggioramenti in sanità e sono presto identificabili in una aspettativa di vita che in Europa è diminuita di 8 mesi passando da 81,3 ad 80,6 anni. Sono pure ricomparsi, nei successivi 6 mesi dal ricovero iniziale, altri ricoveri per coloro che già lo erano stati dopo il primo contagio da Sars CoV-2. Ovviamente sono stati rilevati tempi di attesa per cure e trattamenti più lunghi fino al 23% in Europa testimoniati anche da un incremento dell’osservazione di disturbi di fenomeni ansiosi e depressivi.
Altra causa che è stata indotta dalla pandemia è stato il ricorso all’uso diffuso di strumentazione digitale in sanità; questa cosa ha riguardato sia il tracciamento dei pazienti, che la consultazione dei sanitari ed anche il monitoraggio dei fortunati che avevano avuto sintomi lievi e che quindi non erano stati ospedalizzati. Si è fatto però largo uso di sistemi adeguati a fornire dati riguardanti le saturazioni di ossigeno e le pulsazioni attraverso l’uso di pulsossimetri, di strumenti veloci per rilevare le temperature corporee, le misurazioni della pressione sanguigna e della glicemia ed in alcuni casi finanche dei dati coagulativi di base come il tempo di trombina ed INR per i pazienti in trattamento anticoagulante. Su questa situazione, che i numeri mettono a nudo per ogni necessità, insiste una situazione di stanchezza del personale sanitario, spremuto dalle carenze di personale e dagli eccessi pandemici fino all’inverosimile. Almeno un poco di conforto arriva dal possibile avvio dei numeri verso una tregua che si spera possa essere definitiva ma che il susseguirsi di varianti del virus possono avviare verso una possibile nuova esposizione verso la saturazione della erogazione dei servizi sanitari.

Tutto quanto emerso in carenze, e riportato, dovrà riguardare attenta riflessione per essere oggetto di risanamento attraverso gli stanziamenti che il PNRR metterà a disposizione. Con questo si dovranno anche mettere in pareggio gli squilibri territoriali e le politiche sanitarie regionali in sintonia con il diritto alla salute in modo che sia fruibile ugualmente per tutti, al nord come al sud ed in ogni altra landa, per non avere più dati diversi sulle aspettative di vita ed anche sul livello di sanità da erogare alla quale ognuno deve poter avere accesso in qualsiasi regione risieda. Altro impegno immediato è che si riprenda l’attività di screening e di prevenzione interrotta o ridotta a causa della pandemia, così come le cure e le prestazioni alle quali in troppi, per timore o per indisponibilità o sospensione della erogazione hanno dovuto rinunciare.
Emidio Maria Di Loreto
[1] https://ec.europa.eu/health/system/files/2021-12/2021_chp_it_italy.pdf
[2] https://www.eticaeconomia.it/lo-stato-di-salute-della-sanita-italiana/

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