La schiacciante vittoria alle elezioni non basta a San Suu Kyi

Birmania
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Una vittoria certa, diffusa, inequivocabile e storica. La signora Aung San Suu Kyi ha centrato un obbiettivo che per decenni è stato inseguito. Era dal 1962 che delle elezioni libere portino ad un cambio di governo. C’erano state  delle elezioni nel 1990 ma i militari impedirono con la violenza, le persecuzioni e l’instaurazione di una dittatura, il ritorno alla democrazia. Il risultato delle elezioni dell’8 novembre scorso saranno difficilmente ribaltabili per la massiccia partecipazione dei cittadini e per il numero dei voti dati alla premio Nobel e al suo partito la Lega nazionale per la democrazia che ha conquistato la maggioranza assoluta avendo già superato, e di molto, i 329 seggi in entrambe le camere. La vittoria è stata netta in molte grandi città da Yangon a Mandalay e a Bago comprese alcuni bastioni del Partito per l’unione, la solidarietà e lo sviluppo rappresentante del regime militare durato dal 1962 al 2010.
Il presidente dell’Usdp, il partito del presidente birmano Thein Sein, ha accettato il  voto ammettendo la sconfitta «senza alcuna riserva».

Ma queste elezioni, per la stessa architettura costituzionale voluta dal regime, non determineranno un immediato cambio di rotta che faccia uscire dal buio degli ultimi decenni di storia del Myanmar. Un buio fatto di dolori sofferenze mancato sviluppo povertà disuguaglianze.
La Costituzione del 2008 può essere riformata solo con il 75% dei votanti e tenuto conto che il 25% dei seggi
non vengono eletti perché assegnati di diritto alle Forze Armate di fatto non sarà facie cambiare le regole. L’ombra dei militari è chiara anche per altre limitazioni: in caso di minacce all’unità nazionale, e le occasioni nel paese non mancano, può riprendere il controllo del Governo e il comandante in capo dell’Esercito nomina i Ministri degli Interni, della Difesa e della Sicurezza delle frontiere. Inoltre una clausole esclude la vincitrice Suu Kyi dalla carica di presidente in quanto ha figli con passaporto britannico.

Il Parlamento si insedierà a febbraio e potrà eleggere così il Presidente (sarà in carica 5 anni) e lo farà scegliendo fra tre candidati, uno espressione della Camera, uno del Senato e uno dei militari. Sarà il capo dello Stato poi a nominare il Governo, fatta eccezione per i ministri di cui sopra. E questo, unito all’enorme potere economico nelle mani dei militari direttamente o indirettamente, potrebbe bastare alle Forze Armate per tenere sotto scacco Suu Kyi, il suo partito e tutto il popolo birmano.
Prima ancora di votare Madre Su, come viene chiamata dal suo popolo il premio Nobel per la Pace,  si è più volte espressa per un impegno attivo e di primo piano nella politica e nel governo del suo Paese.
La sua lotta non finisce qui.
Pasquale Esposito

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