La scoperta dell’alba: un viaggio a ritroso nel tempo, reale e metaforico.

La scoperta dell'alba
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Roma, 1981: Mario Tessandori, stimato e noto Professore universitario viene freddato con sette colpi di pistola da due brigatisti nel cortile della facoltà di Giurisprudenza, davanti agli occhi dell’amico e collega Lucio Astengo, il quale si precipita, distrutto, a portare la notizia alla moglie che si trovava in quel momento in una casa al mare insieme alle due figlie Caterina e Barbara, di dodici e sei anni. Qualche settimana dopo Lucio Astengo scompare nel nulla, senza lasciare traccia, segnando la vita dei suoi familiari.

Roma, 2011:  Caterina e Barbara, oggi due donne adulte, molto diverse di carattere, si danno appuntamento nella casa al mare, messa in vendita in seguito alla morte della madre avvenuta di recente. Barbara, la più giovane, presa dagli impegni con la sua band musicale, si prende il compito di liberare il garage nel week-end a venire, lasciando così Caterina sola, alle prese con i ricordi di quel lontano giorno d’estate di trent’anni prima. Mentre imballa le sue cose nota che il telefono – un vecchio apparecchio di quelli con la rotella per i numeri ancora in uso negli anni ottanta – risulta ancora inspiegabilmente attaccato: appena sopra, un pezzetto di carta appiccicato al muro con lo scotch, con su scritto il numero della casa di Roma in cui la famiglia abitava all’epoca; Caterina, presa da un guizzo improvviso, un po’ per gioco, un po’ quasi istintivamente, compone quel vecchio numero di casa e, con sua grande sorpresa, l’apparecchio squilla; passano alcuni secondi e poi una voce risponde, è la voce di una bambina, è la voce di lei stessa da piccola, a dodici anni, un settimana prima che il padre scomparisse. Realizza così di avere un’opportunità unica – proprio quella famosa seconda chance che tutti noi vorremo avere, quella di poter tornare indietro per cambiare le cose, o magari per salvare una persona cara da un evento funesto – ed inizia a parlare con la sé stessa di un tempo, dapprima cercando di cambiare il passato ed impedire che il padre scompaia, poi per tentare almeno di capire cosa gli sia successo realmente e se sia ancora in vita.

La Scoperta dell’Alba – tratto dall’omonimo romanzo di Walter Veltroni, da cui la sceneggiatrice (insieme a Michele Pellegrini) e regista Susanna Nicchiarelli si discosta per alcuni elementi, anche significativi, come la riscrittura del protagonista al femminile, ma mantiene il punto di forza dell’elemento narrativo del viaggio nel tempo  – parte da una vicenda assolutamente realistica su cui va ad insinuarsi improvvisamente un elemento fantastico; un omaggio dichiaratamente voluto al cinema fantastico americano anni ottanta (in conferenza stampa cita ad esempio E. T., ma anche Cocoon o la seconda serie di Ai Confini della realtà), di cui ripropone anche la mescolanza tra dramma ed ironia – funzionali a tal proposito le scenette tra Caterina adulta (Margherita Buy, sempre perfetta nel riuscire a passare dal tragico al comico in pochi attimi) e il suo fidanzato Lorenzo (Sergio Rubini, eccezionale nell’aver saputo rendere al meglio la vitalità del suo personaggio) – e che mantiene come riferimento stilistico principale. La sfida, racconta Susanna Nicchiarelli, era quella di favorire l’immedesimazione dello spettatore facendolo calare in un contesto molto realistico – ricostruzione degli anni ottanta  accurata, sia nei dettagli più evidenti quali l’abbigliamento, le auto, ma anche nell’adozione di una fotografia in grado di restituire tutta la vivacità, i colori, i fermenti innovativi di quell’epoca che, senza soluzione di continuità quasi, passa dalla cupezza degli anni di piombo ad una ricerca e bisogno di edonismo, appariscenza e leggerezza che poi andranno estremizzandosi sempre di più fino ad arrivare al trionfo massimo negli anni novanta – così che l’incursione fantastica riuscisse ad essere accettata e metabolizzata senza che la sospensione dell’incredulità ne avesse a risentire.

Il pregio maggiore de La Scoperta dell’Alba, a mio avviso, risiede nella possibilità di interpretare l’elemento fantastico del viaggio a ritroso nel tempo come strategemma narrativo per raccontare metaforicamente la vicenda di una donna che ad un certo punto sente l’esigenza di risolvere il mistero sulla scomparsa di suo padre – e soprattutto di capire chi realmente fosse suo padre – e lo fa nell’unica maniera in cui è possibile farlo, ossia tramite l’accesso ai i ricordi di quei giorni, tentando di stabilire una comunicazione con la sé stessa di un tempo, che è un’altra maniera per dire di voler riaccedere a quel rimosso e mai abbastanza rielaborato di sé che giace nella memoria come tanti pezzi di un puzzle scomposto. L’nterpretazione in questo senso,  tuttavia, nulla toglie al sapore fantastico della storia, che rimane in piedi e resiste fino alla fine senza mai scadere nel ridicolo o risultare improbabile, probabilmente grazie alla sapiente mescolanza di elementi realistici pur nell’irrealtà dell’evento. Il  titolo anche si presta ad una doppia interpretazione, si parla di una scoperta, di una rivelazione che la protagonista ottiene, ma si tratta pur sempre de “la scoperta dell’alba“, appunto, come a dire, la scoperta di qualcosa di ovvio, di sempre intimamente conosciuto eppure sconvolgente nel momento in cui diviene autentica consapevolezza. Caterina adulta telefona a Caterina bambina e le chiede di frugare tra le cose del padre, dentro la sua borsa, tra le sue carte e poi la fa tornare in quei luoghi che con lui frequentava, quelli dell’Università, quello della casa al mare, ed è attraverso la sé stessa bambina, con cui parla al telefono, che infine rivede, ricorda e rivive alcuni momenti del suo passato, rimette insieme i pezzi, capisce ciò che in fondo avrebbe sempre potuto sapere, ma soprattutto che il passato è passato e che nessuna rivelazione – nemmeno quella di una mistero risolto – può eguagliare il piacere della scoperta di un nuovo giorno da cui ricominciare, assolvendosi e perdonandosi per non aver saputo capire o impedire che le cose andassero in una certa maniera.

Il viaggio nel tempo funziona per Caterina e funziona anche per lo spettatore, il quale ha la possibilità di ripensare ad uno dei periodi più particolari della storia del nostro paese, quello appunto dei primissimi anni ottanta in cui la cupezza degli ultimi fatti di cronaca sembra quasi sbiadirsi e dissolversi nei primi luccicanti bagliori di un nuovo mondo di là a venire ed alternarsi, fin quasi a confondersi, con le immagini dei primi video musicali che apparvero all’epoca. Fu l’inizio della fine. Della fine del terrorismo, certo – e questo è stato un bene -, ma anche della fine dell’impegno politico e civile, il cui vuoto sarebbe stato presto rimpiazzato da una tecnologia in crescente ascesa il cui potenziale è ancora oggi tutto senz’altro da definire.
Questo passaggio dal buio degli anni di piombo all’allegria e spensieratezza dei successivi anni ottanta – connotati appunto da un’effervescenza senz’altro anche propedeutica proprio a voler dimenticare e seppellire nel fondo i momenti più cupi degli anni appena precedenti – è ben reso nella scena in cui Caterina bambina si sveglia e trova nel soggiorno le forze dell’ordine ed un collega di suo padre che sono venuti a portare la notizia della sua avvenuta scomparsa. La macchina da presa effettua una carrellata che parte dai volti scuri degli adulti, si sofferma su alcuni particolari – oggetti, arredamento, indumenti – tipici degli anni ottanta, per poi terminare sull’immagine di Barbara, la sorellina più piccola, con lo sguardo incollato allo schermo del televisore che in quel momento sta mandando in onda il video di “Video Killed a Radio Star”, noto pezzo del 1981 (e la musica gioca un ruolo particolare nel film, essendo un elemento diegetico: Barbara fa parte della banda Gatto Ciliegia, che interpreta sé stessa – il vero nome è Gatto Ciliegia contro il Grande Freddo, gruppo torinese post rock che ha ottenuto numerosi riconoscimenti); tutto è confuso eppure al tempo stesso nitido: Caterina che vede e registra tanti particolari, la mente che tutto ricorda e nulla dimentica, ma che solo rimuove o non è in grado di elaborare fino a che non giungerà il momento della consapevolezza, che è appunto, “la scoperta dell’alba“, una rivelazione inedita da cui ricominciare.  Un’opera, questo secondo lungometraggio di Susanna Nicchiarelli, senz’altro molto originale, che si avvale di una sceneggiatura molto forte e  che si presta appunto a svariate interpretazioni, forse, unica pecca, una resa filmica non sempre all’altezza dello script: alcune scene in cui la recitazione appare un po’ forzata (quella tra la Buy e Lino Guanciale quando si abbracciano e baciano sotto casa), attori bambini senz’altro azzeccatissimi a livello di fisionomia e personalità, ma forse non all’altezza di una recitazione professionale (distanti dagli standard americani, per esempio, ma è anche vero che la regista ha dichiarato appunto di non aver cercato attori, bensì personaggi, volti). Complessivamente convince proprio per il significato e per la riuscita del doppio registro narrativo – reale/fantastico e metaforico – anche se talvolta le immagini sembrano non arrivare a rendere a dovere ciò che si percepisce essere in potenza nelle intenzioni dell’autrice. Uscita nelle sale italiane: dieci gennaio 2013.

Rita Ciatti

Scheda Film

Titolo: La scoperta dell’alba – Regia: Susanna Nicchiarelli – Sceneggiatura: Susanna Nicchiarelli, Michele Pellegrini –  Genere: drammatico/fantastico –  Durata: 92’– Produzione: Domenico Procacci per Fandango, con Rai Cinema– Montaggio: Stefano Cravero – Fotografia: Gherardo Gossi – Musiche: Gatto Ciliegia contro Il Grande Freddo – Costumi: Francesca Casciello – Scenografie: Alessandro Vannucci – Attori Principali: Margherita Buy, Susanna Nicchiarelli, Sergio Rubini, Gabriele Spinelli, Lina Sastri.

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