La scrittura come una delle belle arti

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Alla frase magica “come scrivere un romanzo” la ricerca di Google risponde con circa 27 milioni 200 mila risultati. Replica spaventosa ad una domanda che probabilmente non ha davvero una risposta. Un detto cinese dice che se non si fanno delle buone domande non si avranno mai buone risposte e con il numero di  risultati ottenuti in Google sorge il dubbio che la domanda non sia quella giusta. E credo che non lo sia perché è impossibile definire nettamente la scrittura e rinchiuderla in regole precise perché possa essere esercitata con passione e maestria. E questo vale per tutte le arti.
Tutti possono imparare a disegnare, è come imparare a scrivere: ci si impegna, ci si esercita e il gioco è fatto. Poi si imparano le regole di composizione, di prospettiva o di grammatica e con un po’ di tempo chiunque sarà capace di scrivere un tema corretto o riprodurre il soggiorno di casa propria su un foglio.
Fin qui è relativamente semplice, c’è bisogno solo di applicazione e di pratica oltre ovviamente, ad un desiderio anche moderato di imparare.
Ma per far si che questi disegni o questi temi si trasformino in opere c’è bisogno di altro: alcuni lo chiamano genio, altri talento, altri ancora estro. Che nome dargli non ha importanza: come dice Stephen King  “la parola è solo una rappresentazione del significato: anche nel migliore dei casi la scrittura resta quasi sempre un passo indietro rispetto al pieno significato” [1].
Credo che sia determinante chiarire soprattutto che l’aspirazione all’ “opera d’arte” sia una dote, un’attitudine che si sviluppa attorno ad una necessità, forse del tutto egoistica, di esprimere la propria idea del mondo, il proprio sguardo su di esso.

Immaginerete certo che con i milioni di risultati proposti da Google i consigli per diventare scrittore siano innumerevoli. Del tutto inutili, aggiungerei. Inutili principalmente perché chi sente la necessità di scrivere, fondamentalmente non ha bisogno di consigli ma di scrivere e basta. Scrivere per scrivere: per capire quale direzione prendere o dare alla propria scrittura e ai propri pensieri; per addestrare la mente e tutti gli altri sensi ad essere osservatore del mondo di cose, di persone e di fatti che ci circonda; per trovare la vena e l’ispirazione; per adeguarsi ai propri movimenti interiori, siano essi intellettuali od emotivi, e farne poi riflessione, materia, linguaggio.
Appare chiaro dunque che dictat come “scrivi sempre alla stessa ora”, “organizza la tua scrivania”, etc. etc., siano pleonastici. Basterebbe leggere qualche pagina del diario di Virginia Woolf  [2] per capire davvero cosa significa scrivere per uno scrittore che sente di essere tale da sempre, al di là del mercato, dell’economia, e magari anche della massa di lettori che potrebbero farne un autore di Best Seller. Nell’esercizio del suo diario la Woolf vedeva l’unico vero ausilio ad un concreto sviluppo del proprio pensiero oltre ad un aiuto sostanziale per la sua scrittura: ne notava infatti “un certo aumento di agilità” attribuito “alla mezz’ora dopo il tè” in cui scriveva “improvvisando”. Anche leggere è importante, sebbene la Woolf  [3] affermi che “imparare dai libri è una faccenda capricciosa” perché spesso si finisce con il considerarli con lo stesso animo incostante e mutevole con cui si guarda alle cose e alle persone.
Ad ogni modo si scrive sempre perché se ne ha voglia e nessuna scrivania più o meno pulita, nessuna grande o piccola quantità di libri letti, nessuna ora particolare del giorno potrà aiutare, se non se ne sente l’esigenza o il desiderio.

Questa assoluta mancanza di regole è sottolineata dai diari e dai carteggi degli stessi scrittori che nel loro costante viaggio fisico o metafisico attraverso il mondo annotano pareri considerevolmente divergenti. Per alcuni, come nel caso di Valéry Larbaud, scrittore e saggista francese della prima metà del ‘900, l’essere lettore era uno degli ostacoli maggiori alla sua scrittura: secondo lui leggere nuoceva al suo desiderio di scrittura tanto che alla fine decise di sacrificare quest’ultima all’irrinunciabile passione per la lettura. E se Flaubert esclamava “Leggete per vivere!” e Proust confermava che “è grande il bisogno che abbiamo dei libri”, Kafka di contro asseriva che abbiamo bisogno di leggere libri che “ci colpiscono come fossero sciagure”.
Seguendo questo arduo e parecchio tortuoso cammino tra il sapere di alcuni e le affermazioni di altri, finisco per citare ancora una volta Virginia per la quale “l’unico consiglio che una persona può dare ad un’altra in merito alla lettura è quello di non accettare consigli” e suggerire poi “che il modo di cullarsi per ritornare a scrivere è l’esercizio moderato all’aria aperta e la buona letteratura”.

leggi la seconda puntata

V. Ch.

[1] Stephen King, “On Writing”, Sperling & Kupfer, 2000
[2] Virginia Woolf, “Consigli a un aspirante scrittore”, BUR, 2012
[3] Virginia Woolf, op.cit

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