La scuola di Mario Lodi

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Tanti della mia generazione negli anni Settanta e Ottanta considerarono il volume di Mario Lodi, Il paese sbagliato. Diario di un’esperienza didattica, una guida imprescindibile per comprendere le dinamiche della scuola elementare (allora si chiamava così), nella quale in una sorta di diario di bordo il maestro lombardo raccontava quotidianamente a una giovane collega la sua esperienza di insegnamento in classe, indicandole le luci e le ombre della scuola italiana nell’immediato secondo dopoguerra, vista dal suo minuscolo osservatorio: la scuola elementare di Vho di Piadena, il paese della Bassa Padana in cui è nato e dove ha insegnato per gran parte della sua vita.
Mario Lodi Il paese sbagliatoQuest’anno celebriamo i cento anni dalla sua nascita, dopo avere ricordato appena due anni fa i cent’anni della nascita di un altro grande protagonista del mondo della scuola, lo scrittore dell’infanzia e pedagogista Gianni Rodari, conosciuto come il maestro della fantasia e autore del noto volume autore Grammatica della fantasia (1973).

Dopo gli anni di carcere e di militanza antifascista, Mario Lodi nel 1948 l’Italia inizia a svolgere il mestiere di maestro. Come ad altre migliaia di maestri di nuova formazione, è affidato il compito di rimpiazzare gli insegnanti del Ventennio e dare nuovo vigore al popolo italiano, attraverso il suo faticoso percorso di pacificazione, unificazione e ricostruzione con il supporto della Costituzione. Fin dall’inizio della sua carriera scolastica ebbe la consapevolezza inadeguatezza che coglie ogni docente coscienzioso davanti alla grandezza del compito che gli si prospetta davanti quando mette piede in una classe: «Ricevere dai genitori i figli in consegna per educarli mi ha sempre dato un senso di sgomento». Aggiunse: «ciò che siamo si rivela subito il primo giorno, quando di fronte ai bambini devi decidere come impostare il tuo lavoro: per asservire o per liberare. Da questa scelta discende tutto il resto, anche la tua dimensione umana».
Si respira molta nostalgia verso i maestri di una volta. Quando si parla di scuola anche gli editorialisti più famosi e gli opinionisti più seguiti, per non parlare degli accademici, non sono capaci di formulare altro che discorsi conformisti, limitandosi spesso ad invocare i fasti (spesso inesistenti) del buon tempo andato. Spesso l’immagine che suscita la scuola italiana, pur con tutte le lodevoli eccezioni del caso, è tuttora quella di un Moloch conservatore, proteso gattopardescamente a cambiare qualcosa affinché nulla veramente cambi. Con al centro gli interessi di chi ci lavora a scapito di chi vi studia. Nei decenni successivi al secondo dopoguerra i maestri e gli insegnanti non erano in possesso degli sviluppi delle neuroscienze. Non vissero lo sviluppo dei nuovi mezzi di comunicazione, soprattutto i nuovi strumenti digitali, che stanno imprimendo un’accelerazione al modo in cui oggi concepiamo l’apprendimento. Sappiamo di più sui meccanismi neurofisiologici attraverso i quali elaboriamo nozioni, competenze e abilità e lo sviluppo delle Rete ci mette a disposizione una messe di informazioni e la possibilità infinita di scambiarle, mai viste prima. È diventata inoltre più diretta la possibilità di mettersi in contatto e talvolta dialogare con esperti di ogni settore della conoscenza, un tempo irraggiungibili.

Tuttavia, i maestri del bel tempo andato spesso nutrivano un forte senso civico del loro mestiere. Ne Il paese sbagliato leggiamo: «Subito il primo giorno, devi decidere di fronte ai bambini come impostare il tuo lavoro: per asservire o per liberare. Da questa scelta dipende tutto il resto, anche la tua dimensione umana. Se scegli il metodo della liberazione senti nascere dentro di te una grande forza che è l’amore per i ragazzi, lo stesso amore che non può non trasferirsi sul piano sociale con l’impegno civile. […] Se non sei per la liberazione, porti a scuola la tecnica del padrone, duro o paterno a seconda dei casi: apparentemente è il sistema più facile e comodo ma alla fine trovi un vuoto morale enorme e la noia».
Lodi e Rodari intesero sviluppare un’educazione nuova direzionata in senso antiautoritario e finalizzata ad una “società nuova”. che, uscita dalla dittatura fascista e dalla guerra, cercava in sé stessa le forze vitali per ricostruire sui valori della Costituzione un nuovo modello di vivere. L’idea di fondo di Lodi – espressa in più circostanze e reiterata nel tempo attraverso la sua opera di intellettuale e la sua azione di uomo di scuola – era quella che il momento scolastico doveva essere caratterizzato dall’ammaestramento civile e democratico.

Mario Lodi CipìLodi capisce che il bambino deve per prima cosa imparare a osservare e interagire con l’ambiente in cui vive, facendo leva sulle sue capacità creative. Solo così può allargare lo sguardo sul mondo più vasto. E ritiene che lo strumento più importante sia la scrittura. Nei suoi molti anni di insegnamento realizza molti libri di fiabe e racconti scritti insieme ai suoi alunni. Si tratta di un’intuizione che meriterebbe oggi nuove possibilità perché l’immaginazione dei bambini rischia di finire schiacciata da un enorme soffocamento virtuale che spegne la possibilità di costruire mondi fantastici. Il suo libro Cipì, la storia di un uccellino e della sua vita, libro tradotto in tutto il mondo, dopo Pinocchio, può considerarsi l’opera più preziosa della letteratura infantile italiana. Venne realizzato, coinvolgendo i suoi alunni in un’opera comune, scritta assieme, con l’intento di insegnare ai bambini l’importanza di essere curiosi e di voler sempre imparare, senza dimenticarsi mai che la libertà va conquistata e difesa lottando ogni giorno. Anche i ragazzi di Barbiana, guidati dal priore Don Milani scriveranno nel 1967 la nota Lettera a una professoressa.

Nel 1963 Mario Lodi si recò a Barbiana a conoscere don Milani, indubbiamente un altro maestro che ha lasciato il segno nel panorama pedagogico italiano. Lodi di tradizione laica e socialista, mentre Milani di famiglia ebraica, convertito al cattolicesimo. Un incontro di soli due giorni, che rappresentò un punto di svolta nella didattica di Lorenzo Milani riguardo alla scrittura collettiva. Alcuni anni dopo, Lodi scrisse: «Certi l’hanno dipinto come un uomo orgoglioso che non accetta consigli; io ho provato il contrario. […] Sul piano metodologico aveva operato un cambiamento radicale: dall’autoritarismo di “trasmettitore” di cultura, di principi e di valori, era passato a quello di guida alla scoperta dei valori partendo dalle motivazioni della vita. […] Probabilmente io sono arrivato là quando lui stava meditando e maturando questo cambiamento. In questo caso posso aver agevolato le sue decisioni».

Dopo quell’incontro Lorenzo Milani scrisse a Lodi: «Caro Maestro, la ringrazio d’averci proposto quest’idea [quella della scrittura collettiva N.d.R.] perché me ne son trovato bene. Non avevo mai avuto in tanti anni di scuola una così completa e profonda occasione per studiare coi ragazzi l’arte dello scrivere. Per noi dunque tutto bene anzi sono entusiasta della cosa. […] è successo un fenomeno curioso che non avevo previsto, ma che dopo il fatto mi spiego molto bene: la collaborazione e il lungo ripensamento hanno prodotto una lettera che pur essendo assolutamente opera di questi ragazzi e nemmeno più dei maggiori che dei minori è risultata alla fine d’una maturità che è molto superiore a quella di ognuno dei singoli autori. Spiego la cosa così: ogni ragazzo ha un numero molto limitato di vocaboli che usa e un numero vasto di vocaboli che intende molto bene e di cui sa valutare i pregi, ma che non gli verrebbero alla bocca facilmente. Quando si leggono ad alta voce le venticinque proposte dei singoli ragazzi accade sempre che o l’uno o l’altro (e non è detto che sia dei più grandi) ha per caso azzeccato un vocabolo o un giro di frase particolarmente preciso o felice. Tutti i presenti (che pure non l’avevano saputo trovare nel momento in cui scrivevano) capiscono a colpo che il vocabolo è il migliore e vogliono che sia adottato nel testo unificato. Ecco perché il testo ha acquistato quell’andatura e quel rigore da adulto (direi anzi da adulto che misura le parole! animale purtroppo molto raro). Il testo è cioè al livello culturale dell’orecchio di questi ragazzi, non al livello della loro penna o della loro bocca».

Non si hanno notizie di una qualche prosecuzione della loro relazione diretta. Resta il fatto di avere condiviso una pratica ritenuta decisiva per entrambi, stabilendo una collaborazione a distanza, che fu fruttuosa per entrambi, pur lavorando in contesti del tutto diversi.
Antonio Salvati

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