La sfida di Obama a Trump

USA Washington Casa Bianca
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Se è indubitabile lo scontro tra Stati Uniti e Russia e la sua tendenza ad espandersi sui diversi scacchieri internazionali, è anche necessario mettere a fuoco un altro aspetto che influenzerà, con buona probabilità, le relazioni tra le due potenze. Si tratta di una questione interna alla nazione nordamericana: lo scontro tra Obama e Trump.

Nei prossimi mesi, come già annunciato ufficialmente e con chiarezza, il presidente uscente sarà il Chief commander dell’esercito che si opporrà alle politiche del nuovo presidente. Durante la campagna elettorale Obama aveva sostenuto con forza Hillary Clinton contro il suo avversario ritenuto, nella sostanza, funesto per il futuro degli USA.
Dopo vari tentativi di intromissione di Trump, subito dopo la sua vittoria, aveva chiarito che c’è un solo Presidente per volta e questo era lui fino al momento del passaggio di poteri che avverrà il prossimo 20 gennaio.
Sono state soprattutto le azioni concrete successive che hanno chiarito il ruolo di primo avversario di Trump.

Sfruttando una vecchia legge che anche altri presidenti hanno già utilizzato ma non con la stessa vastità di intenti, l’Outer Continental Shelf Lands Act del 1953 che autorizza i presidenti a proteggere territori da future concessioni di licenze petrolifere, Obama ha bloccato a tempo indeterminato nuove trivellazioni per la produzione e attività di ricerca per petrolio e gas nell’Artico, più esattamente nei Mari dei Chukci e di Beaufort e al largo delle coste del Nord dell’Atlantico (31 zone off-limits fino alla Virginia). Per l’Artico il divieto riguarda il 98% delle acque di proprietà federale.
Una decisione che vuole mettere il primo bastone tra le ruote alla “politica energetica” fatta di petrolio e gas del nuovo presidente che tra l’altro ha nominato  Segretario di Stato Rex Tillerson, capo della multinazionale petrolifera Exxon Mobil.

Il secondo provvedimento è avvenuto qualche giorno fa con una decisione storica. Gli Stati Uniti non hanno posto il veto ad una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che condannava gli insediamenti israeliani in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. L’ambasciatrice americana Samantha Power ha spiegato che il suo paese non  può appoggiare gli insediamenti e poi volere due Stati, uno israeliano e uno palestinese. Anche in questa occasione Trump ha provato diverse azioni per far fallire la decisione di Obama.

E veniamo al terzo atto di questo scontro. Mentre Donald Trump lasciava intendere di creder poco ai  rapporti dell’intelligence americano e chiedeva di lasciar perdere la questione, il Presidente procedeva ad una risposta contro i russi. Gli attacchi di hacker che avrebbe influenzato le elezioni americane sfavorendo la candidata democratica, secondo la Cia, hanno avuto come mandante: la Russia. Così ci sono state 35 espulsioni di diplomatici russi che hanno dovuto abbandonare gli Stati Uniti in 72 ore e poi sono stati colpiti l’Fsb, i servizi segreti russi, e il Gru, i servizi militari. Ed è possibile che non si fermi qui, anche se queste  sanzioni diversamente dai due  atti precedenti potranno essere facilmente revocate dal nuovo inquilino della Casa Bianca.
Un altro elemento di instabilità nella politica estera della potenza americana?
Pasquale esposito

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