La sindrome da burn-out: dallo sport al lavoro. Ne parliamo con lo psichiatra Ferdinando Pellegrino

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Lavorare stanca? La sindrome da burn-out rende il lavoro triste, le giornate pesanti, i rapporti tesi e la relazione con l’utenza quasi impossibile.
L’attenzione alla situazione psicologica di che svolge helping professions (professioni d’aiuto: medici, infermieri, insegnanti), rappresenta da qualche anno uno dei nuovi campi di ricerca psicologica.

Parlare di stress, riferendosi oggi al mondo del lavoro, sembra cosa ormai scontata anche prescindendo dallo specifico delle singole professioni; parlare di mobbing e di burn-out, rimanda, al contrario, a scenari più complessi e articolati.
Oltre le amare riflessioni sul gran numero di non occupati, che conoscono altre forme di disperazione, appare evidente ipotizzare che, al generico stress proprio di ogni professione, si debbano poi accoppiare condizioni specifiche, in relazione alle diverse organizzazioni lavorative e ai diversi contesti in cui si opera.

Della sindrome da burn-out (per una maggiore informazione vedi scheda allegata all’intervista) abbiamo discusso con Ferdinando Pellegrino, psichiatra, esperto in stress lavoro-correlato e di sindrome da burn-out.

Ferdinando Pellegrino
Ferdinando Pellegrino

Lei è stato tra i primi a occuparsi in maniera sistematica della sindrome da burn-out. Come presenterebbe oggi questa particolare situazione?

Il burn-out può oggi essere intesa come una sindrome da logorio professionale; il lavoro diventa fonte di tensione e di ansia, di tristezza, apatia, ma anche causa di veri quadri psicopatologici, come la depressione.
La situazione è caratterizzata dalla perdita – nel tempo – della forza e dell’entusiasmo per il proprio lavoro, della perdita della motivazione a lavorare con piacere; il luogo di lavoro diventa fonte di stanchezza e sofferenza.
Cade l’entusiasmo per lasciare spazio all’impotenza rispetto al desiderio di voler lavorare, con serenità, nell’interesse dell’utenza. Vorrei essere un bravo medico o insegnante, ma non riesco a esserlo perché prevale la “costrittività organizzativa”: ci si sente soffocati dalle problematiche dell’organizzazione (clima organizzativo negativo).

Che cosa è cambiato in questi anni nella percezione degli operatori e delle istituzioni, in particolare nell’ambito sanitario, rispetto a una problematica che fino a qualche anno fa veniva del tutto ignorata o non compresa nella sua rilevanza?

Non vi è ancora una diffusa consapevolezza di questa sindrome; per cui capita che l’operatore si ritrovi in crisi e assume atteggiamenti difensivi (malattia, assenteismo, cinismo nei confronti dell’utenza).
Più spesso il sintomo del disagio è la malattia stessa dell’operatore che, non reggendo più il logorio, sviluppa patologie psichiche o fisiche (ad esempio l’infarto).
Una maggiore consapevolezza nei confronti del problema potrebbe aiutare le aziende sanitarie, ma non solo, a meglio gestire le ansie e le preoccupazioni derivanti dall’attività lavorativa.

In senso generale, il “benessere sul luogo di lavoro” non è trattato come una delle priorità della cultura italiana del lavoro. A parte le amare e drammatiche riflessioni sul tema, in questo momento di grave crisi, quali benefici potrebbero derivare da un’inversione di tendenza?

L’operatore “in forma” rende di più e i vantaggi sono sia per l’operatore sia per l’azienda. Partendo da questa riflessione si può affermare che le aziende che non investono sulla positività del clima organizzativo sono miopi. L’operatore in crisi o stressato rende di meno, è più esposto a infortuni lavorativi o a errori professionali ed ha una peggiore qualità della vita.

All’apertura d’ogni anno scolastico si replicano gli interventi, le inchieste e le riflessioni sullo stato di salute del nostro sistema scolastico. Accanto alle difficoltà strutturali, cresce, ormai da qualche anno, l’attenzione al vissuto dei docenti e alle loro difficoltà in relazione ad una società che, mentre chiede sempre di più in campo formativo, non sembra premiare economicamente e in termini di prestigio gli operatori della scuola.
Per quanto riguarda il mondo scolastico, altro contesto in cui la riflessione sulla sindrome da burn-out va più o meno timidamente diffondendosi, quali strumenti potrebbero essere utili, dal punto di vista della formazione psicologica, per gli insegnanti di una scuola che è anche sempre più eterogenea dal punto di vista della provenienza degli alunni?

Per la scuola noi, ad esempio, stiamo realizzando progetti importanti rivolti al corpo docente di singoli istituti. In applicazione del decreto 8/2008 (nuova 626) abbiamo realizzato una serie d’incontri con gruppi di docenti rivolto alla trasmissione e all’acquisizione di nuove abilità (fitness cognitivo-emotivo). Parte dei percorsi formativi sono realizzati con attività di gruppo, lavorando sulle emozioni degli operatori e creando occasioni di condivisione e scambio delle emozioni stesse.

Le nuove tecnologie, il bisogno di essere sempre connessi e aggiornati hanno influito sulla nozione di stress anche in ambito lavorativo?

Le nuove tecnologie, se ben gestite, possono apportare enormi vantaggi; uno dei problemi è che le tecnologie gestiscono noi (ad esempio andare in giro con tre… telefonini …. ).
Indubbiamente occorre imparare a semplificare la complessità della realtà odierna per agire con assertività e precisione. Lasciarsi trasportare dalla “rete” può essere una nuova fonte di disagio.

Antonio Fresa

Burn-out: in origine fu lo sport
La definizione di burn-out è in parte recente ed è stata presa in prestito dal mondo dello sport in cui essa indica la condizione dell’atleta che, dopo un periodo di successi, non sia più in grado di ripetere gli stessi risultati, pur essendo in perfetta forma fisica.
Intorno agli anni Settanta, tal espressione è passata a indicare una sindrome tipica delle professioni d’aiuto. Il consolidarsi di una letteratura sull’argomento e una lunga serie di ricerche nei diversi ambiti lavorativi hanno consentito una puntuale analisi delle potenziali fonti di stress.
In generale, i risultati conseguiti hanno permesso di evidenziare, come fattori condizionanti, le richieste dell’organizzazione del lavoro che superino le capacità e le risorse individuali e l’impossibilità a svolgere un lavoro consono alle aspettative e alla competenza che il lavoratore sente proprie.
La sindrome del burn-out mostra comunque il suo aspetto più pervasivo nella sfera relazionale e quindi nel rapporto con subordinati, colleghi e superiori.

Bibliografia

Ferdinando Pellegrino, “Il suicidio. Clinica e responsabilità professionale
Con il contributo di Francesco Franza e Valentina Marchese
Mediserve, Napoli 2013

Ferdinando Pellegrino, “L’approccio integrato ai disturbi mentali. Linee guida e pratica clinica
Springer-Verlag Italia, Milano, 2011

Ferdinando Pellegrino, “La sindrome del burn-out
Centro Scientifico Editore, Torino 2009

Ferdinando Pellegrino, Simona Abate e Domenico Della Porta
, “Burn-out, mobbing e malattie da stress. Come valutare il rischio psicologico e organizzativo-sociale
Positive Press, Verona, 2005

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