La sindrome di Salieri: Thomas Bernhard e l’Austria come periferia dell’anima germanica.

austria
history 10 minuti di lettura

Il 2019 ha portato alla ribalta della letteratura mondiale il nome di Peter Handke, a cui è stato attribuito il Nobel per la letteratura; un premio dovuto, atteso da anni, soprattutto da chi frequenta la letteratura di lingua tedesca, nella consapevolezza che l’autore – originario della Carinzia – ha rappresentato una delle voci più autorevoli del secondo ‘900.

Il premio ad Handke ha però anche scatenato una polemica storico-politica (i germanisti la chiamerebbero Historikerstreit) di non poco conto tra gli intellettuali europei: la fase recente della produzione di questo poeta e romanziere austriaco è stata infatti caratterizzata da una sorta di pericolosa affinità elettiva con il criminale di guerra Miloševic, e – più in generale – con le posizioni negazioniste rispetto alle stragi compiute dai serbi durante la guerra in Kosovo.
La difesa stentata e balbettante di Handke rispetto a queste critiche non è apparsa del tutto convincente, al contrario: ai più è parsa un goffo tentativo di allontanare la vita reale dall’aura poetica, separando l’azione ed i pensieri dell’uomo da quelli del poeta, quale lui è, rimarcando quindi la differenza della letteratura rispetto al mondo reale, suggerendo l’idea di un’ideale Arcadia degli intellettuali, dove tutto è lecito, ma che ricorda tanto l’isola fluttuante di Laputa del buon dottor Gulliver …

Fatto sta che la Carinzia, così come le Alpi del Salisburghese e quelle Bavaresi, sono luoghi di confine, in cui la sovrapposizione di lingue, idee, etnie e storie personali può a volte sfociare nella faida familiare, nelle lunghe lotte per la conquista di frammenti di territorio, un terreno spesso roccioso, sterile, bianco, dove il silenzio della neve tende ad ammutolire le anime, anche quelle che cercano la consonanza.

L’Austria di Handke è un “non luogo”, un fondale naturale, boschivo, dove lui si muove, in silenzio, alla ricerca di funghi e di leggende, al pari di tanti altri suoi connazionali, dove la tradizione del Krampus di San Nicola convive con la retorica tardo imperiale, dove il suono del corno si amplifica fino a divenire coro di guerra, cantato dagli Schützen che giurano eterna fedeltà ad un impero che non c’è più, ed i fantasmi dell’uomo di Braunau ancora aleggiano nell’aria dell’idillio montano.

Quando pensiamo ad alcuni autori classici di lingua tedesca come Stefan George, Robert Musil, Arthur Schnitzler, o a quelli più moderni, come – appunto – Peter Handke, o Elfride Jelinek, Ingeborg Bachmann e Thomas Bernhard, spesso li associamo tout court alla cultura germanica, senza soffermarci a riflettere sulla loro atipicità che li accomuna: l’essere nati in Austria.

Certo, l’Austria ha sempre avuto un debito culturale nei confronti della Germania: nel corso dei secoli è stata parte integrante di quell’Impero Germanico – Sacro e d’occidente – di cui ha rappresentato la “marca orientale” sin dai tempi di Carlo Magno, e successivamente nemmeno la sua posizione dominante all’interno del sistema Mitteleuropeo ne ha determinato con assoluta precisione i confini culturali e geopolitici: agli occhi di molti occidentali (soprattutto ai nostri occhi, di gente del sud…) l’Austria resta una parte della Germania, una sorellastra strappata alla grande madre europea, e la lingua comune con cui parlano e scrivono i suoi autori non fa che accentuare questa convinzione.

L’epoca d’oro della Kultur Mitteleuropea ha ridefinito il concetto stesso di modernità: tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900 città come Praga, Budapest e Vienna hanno rappresentato il meglio della cultura europea, gettando un’ombra sul resto del continente, che si agitava ancora tra le appendici del Naturalismo storico e le prime, timide, avanguardie, mentre movimenti artistici come la Secessione viennese, con Klimt ed Otto Wagner, e le utopie moderniste come lo Jugendstil, (insieme alla nascita dei Caffè letterari, vere e proprie culle dell’intellighenzia moderna) ridisegnavano la faccia e l’anima dell’Impero Austro-Ungarico.

Proprio il crollo di quell’Impero però ha cambiato le carte in tavola: il “mondo di ieri” cantato da Joseph Roth e Stefan Zweig, la Belle Époque danubiana, fatta di sfarzo e pura esteriorità (a coprire un senso di vuoto abissale, che solo Freud con i suoi studi riusciranno a portare alla luce..) scompare nel 1918, ed allora la Mitteleuropa si trasforma in un luogo della memoria, un “altrove” mitologico eppure moderno.
La frammentazione dell’Impero è il detonatore della nascita degli stati moderni, quelli che si adagiano lungo le sponde del Danubio, e che sembrano voler rinnegare la memoria comune: popolo contro popolo, nazione contro nazione, avviandosi verso un catastrofico percorso che sfocerà – ancora una volta – nella guerra, facendo fallire le utopie repubblicane della prima ora, a Berlino (con la Repubblica “Platonica” di Weimar) come a Vienna.

L’Austria tonerà ad essere una provincia dell’Impero, annessa (Anschluss, un nome che ancora oggi vibra potente nelle corde della memoria austriaca) al Terzo Reich, privata della sua peculiarità, complice (in)volontaria del Nazismo, trascinata a forza in una colpa collettiva che ancora oggi mostra le sue ferite.

L’Austria come nazione indipendente è quindi un concetto recente: è il frutto di due guerre perdute, la Prima e la Seconda Guerra Mondiale, ma si può parlare di identità austriaca aldilà di questi momenti storici? Esiste un’accezione culturale tipica che accomuna Vienna a Salisburgo, le alpi della Carnia alle periferie orientali?
È difficile affermarlo con sicurezza: la tipicità austriaca è sfuggente, si corre il rischio di identificarla con degli stereotipi da cartolina: il Prater, Mozart, Salisburgo, il Valzer, lo jodel, ecc.. La stessa geografia “immaginata” non trova una costante tipica: si passa dalle aspre montagne con le loro case a graticcio, ai vicoli colorati ed un po’ kitsch di Salisburgo, dai viali alberati e le case di Hundertwasser a Vienna, alle pianure orientali, dove il Danubio scorre verso la sua fine.

Gli scrittori austriaci postbellici – come Handke – sembrano però essere accomunati da una caratteristica in comune: una tendenza all’emarginazione, al disagio della vita, ad un “male di vivere” (parafrasando il nostro Montale) che li rende alieni nel loro territorio.
Forse è proprio la memoria del nazismo, con i tentativi dei loro padri di giustificarsi agli occhi del mondo, la voglia di distanziarsi da una tragedia comune che li mette a disagio: “Unbehagen” è appunto il sostantivo che maggiormente li qualifica, il malessere, il disagio, il non sentirsi a posto con la loro coscienza e con le loro radici, e tutta la letteratura post bellica sembra trasmetterci questo disagio.

Accanto, o parallelamente ad Handke, ed in parte suo precursore, si può senza dubbio citare Thomas Bernhard, anch’egli un austriaco problematico, che sembra costantemente costretto a confrontarsi con una storia spezzata, con una lingua che sente contemporaneamente propria ed estranea.
In lui il concetto di “Unbehagen” troverà lo sbocco più drammatico: la sua incompiutezza, l’inadeguatezza rispetto al suo tempo ed al suo paese, lo porterà infatti al suicidio.

La sua Austria è lontana milioni di chilometri dall’idillio montano venduto ai viaggiatori dai dépliant dell’ufficio del turismo, è introiettata verso i fantasmi della Anschluss nazista, con un senso di colpa che stentava (e stenta ancora) a farsi riflessione storica.

Uno dei suoi romanzi più celebri è Il Soccombente (in originale Der Untergeher), in cui lo scrittore amplifica l’idea stessa di conflitto, ponendo al centro della storia non solo la sua personale redde rationem con le radici austriache, ma presentando un conflitto ben più problematico e generale: quello tra il genio e la cultura.

Uno dei temi centrali del libro è la scoperta del genio, che qui ha però conseguenze tragiche, ed il romanzo sembra una variazione romanzesca sul tema della grazia e dell’invidia, richiamando alla memoria il rapporto tra Mozart e Salieri – così come ci è stato narrato dalla letteratura e dal cinema ovviamente – ed ancor più sul tema terribile del “non riuscire a essere“.

La storia, pubblicata nel 1983, in sintesi è questa: tre giovani, dotati pianisti – l’io narrante, l’amico Wertheimer ed il grande Glenn Gould – frequentano un corso di perfezionamento al Mozarteum di Salisburgo tenuto da Horowitz, ma mentre i primi due sono “soltanto” due straordinari talenti, il terzo è semplicemente un genio. Quando i due sentono per la prima volta suonare Glenn Gould capiscono subito che la musica non fa per loro. Di fronte alla genialità “maniacale” di Gould qualunque speranza di diventare un grande virtuoso è semplicemente ridicola. Ma mentre il narratore abbandonerà stoicamente il pianoforte, nella convinzione che o si è i migliori o non si è nulla, per Wertheimer quella rinuncia è il primo passo verso una catastrofe annunciata, l’inizio della rovina del soccombente, che si concluderà con l’immancabile suicidio.

Il romanzo si sviluppa proprio come una Fuga di Bach (o, se vogliamo, come un “Canone” alla Pachelbel) , dove le scene sembrano variazioni musicali, ed allora il racconto – che parte come un flashback, dopo la morte di Gould e Wertheimer – si dipana lentamente come una sinfonia attorno ad alcuni temi ricorrenti (riecheggiando il leitmotiv musicale, appunto).
Il primo tema è l’insistenza sull’applicazione maniacale, da vero invasato diremmo, di Gould che continuerà per tutta la vita suonare solo ed esclusivamente Bach (“..anche quando suonava Mozart suonava Bach…” ci dice l’autore) addirittura spendendo le sue ultime ore di vita sulle Variazioni Goldberg, nel tentativo di “annullarsi” nella musica, cercando di farsi egli stesso pianoforte.

Un secondo motivo ricorrente è invece il disagio “ambientale” di vivere a Salisburgo, tra quei monti odiati, in mezzo alla gente immonda, un luogo che sembra quasi spingere protagonisti verso il suicidio, che tutti e tre gli amici detestano, e che cercheranno di abbandonare per tutta la vita. Il provincialismo “Biedermeier” di quell’Austria da cartolina non abbandonerà l’io narrante neppure a New York, quando – sempre con l’amico Wertheimer – si reca a trovare Gould, che li accoglierà nella sua villa a Manhattan proprio come li aveva accolti nel piccolo appartamento salisburghese: lui suona il piano, non fa altro, sembra non nutrirsi nemmeno, e gli amici sono costretti a seguirlo in questa vita eremitica.

Berhnard odia la sua Austria, la meschinità “montanara” dei suoi connazionali, che parlano a stento il tedesco, pervasi dal dialetto, mentre Gould – il canadese – parla un tedesco aulico, classico, come lo avrebbe parlato Goethe, ed anche in questo è la sua genialità, la sua differenza rispetto alla massa.

L’io narrante sembra allora il doppio dell’autore, ma al contrario del suo amico Wertheimer, il soccombente, (così lo chiama persino Gould, mentre il soprannome che gli da’ il narratore è “il filosofo”…) lui è sopravvissuto, nella consapevolezza dei propri limiti musicali.
La sua speranza, vista la genialità di Gould, è quella di scrivere un saggio sul suo amico, eternandolo con le parole, in un impulso quasi shakespeariano, visto che non potrà mai farlo con la musica, ma anche quest’opera resterà solo un progetto.
Il narratore non si suicida, ma trasforma la sua vita in un enorme fallimento, simile alla morte, mentre Wertheimer, uomo che con l’infelicità ha sempre convissuto, non resiste alla morte di Gould: dopo il genio nulla può sopravvivere, e lui – sua ombra minore, suo primo apostolo adorante – decide di soccombere definitivamente al suo destino, e seguire il suo Divo nella tomba.

Il soccombente è un libro terribile, eppure magistrale, che sembra raccogliere in un solo racconto tutti i temi più cari di Bernhard, e rappresenta il trionfo della sua particolarissima lingua.
Quanto il romanziere scrive a proposito di Gould, ovvero che riprende all’infinito le “Variazioni Goldberg”, vale anche per lui, che costruisce invariabilmente i suoi libri attraverso il tema della variazione, quasi per esorcizzare l’inevitabilità del destino che lo attende: anche lui suicida, esule dalla letteratura, prigioniero della sua Austria Infelix.

Fabio Ronci

Thomas Bernhard
Il soccombente
Traduzione di Renata Colorni
Fabula, 4
Adelphi 1985, 10ª ediz., pp. 186

newsletter mentinfugaIscriviti alla newsletter

-----------------------------

Se sei giunto fin qui vuol dire che l'articolo potrebbe esserti piaciuto.
Usiamo i social in maniera costruttiva.
Condividi l'articolo.
Condividi la cultura.
Grazie

In this article