La Slovenia cambia governo per evitare un’altra Cipro

Slovenia bandiera
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Un altro paese, preso a modello dalle istituzioni politiche e finanziarie per la sua crescita economica negli anni precedenti alle turbolenze, sembra dover fare i conti con la troika e la sua austerità in cambio di aiuti. Stiamo parlando della Slovenia che si spera non si trovi nelle condizioni di Cipro di queste settimane.
Da mesi una crisi politica ed economico-finanziaria sta mettendo a dura prova gli sloveni scesi più volte in piazza per ribellarsi contro la corruzione da una parte e le politiche scelte per affrontare la crisi.
Una crisi che ha portato all’uscita di scena del premier Janez Janša, leader del partito dei Democratici e immagine di quella classe che ha rappresentato e governato dal 1991 – anno dell’indipendenza di Lubiana – il paese. Insieme a lui c’è anche  Zoran Janković  tra i responsabili della corruzione imperante in Slovenia secondo le conclusioni rapporto della Commissione anticorruzione.
Per anni gli istituti di credito hanno prestato – con leggerezza – notevoli quantità di denaro alle imprese, in particolare dei settori edile ed immobiliare che scoppiata la bolla non sono riusciti più a pagare. E per ora non sembrano bastare i sacrifici chiesti ai cittadini. Nel frattempo un processo di privatizzazioni basato sulla logica del mantenimento degli interessi nazionali ha portato a speculazioni e svendite con conseguenti attività corruttive che secondo il giornalista e diplomatico Franco Juri  «agli occhi dell’opinione pubblica la politica, e con essa la stessa democrazia parlamentare, viene così percepita sempre di più come un’infrastruttura al servizio della corruzione e del clientelismo» [1].
Più precisamente il rapporto collega la speculazione alla corruzione quando sostiene che «le maggiori banche del Paese hanno elargito nello scorso decennio enormi somme di crediti, ora ritenuti ‘tossici’, che ammonterebbero a un quinto del Pil nazionale. Le direzioni delle banche avrebbero in molti casi preso decisioni ‘in base a rapporti politici e personali, in un’atmosfera di corruzione politica strutturale’» [2].

E proprio a seguito della pubblicazione di questo rapporto che a meno di un anno dalla sua elezione il governo neoliberista di Janša  è entrato in crisi. Dopo il voto di sfiducia nei confronti del suo governo 27 febbraio, la leader del partito di centrosinistra Slovenia positiva Alenka Bratušek, prima donna nel suo paese,  è stata incaricata di formare un nuovo governo che ha ottenuto la fiducia un paio di settimane fa.
Questo è stato possibile perché la Costituzione slovena impedisce all’opposizione di sfiduciare il primo ministro senza aver eletto il suo successore attraverso una nuova maggioranza parlamentare.
Alenka Bratušek al momento sembra dover rimanere in carica per un anno, il tempo sufficiente ad arginare la crisi economica e del debito delle banche e delle imprese della Slovenia senza dover ricorrere ai prestiti – con annessa sovranità limitata – dall’Europa.
Non è affatto semplice perché la Commissione europea prevede nel 2013 un’ulteriore calo del Pil del 2% e degli investimenti diretti del 5,5%. Se il debito totale sarà ancora sotto il 60%  del Pil il deficit corre verso il 6% e la disoccupazione oltre il 10% con molti giovani che emigrano e gli anziani che non riescono ad arrivare a fine mese e con l’assistenza sanitaria sempre meno disponibile. In queste condizioni deve trovare il modo di risolvere il  problema dei crediti tossici delle banche slovene che si aggirerebbero intorno a 7 miliardi di euro. E in queste condizioni è facile continuare a pensare a Cipro vista l’impossibilità di mettere un freno all’organizzazione e alle regole della finanza europea e mondiale.
Pasquale Esposito

[1] Davide Denti,  “SLOVENIA: Il governo Janša appeso ad un filo. Lubiana verso la tecnocrazia?”,
www.eastjournal.net, 21 gennaio 2013
[2] “Slovenia, si teme l’effetto Cipro”, www.lettera43.it, 25 Marzo 2013

 

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