La tangentopoli cinese tra lotta alla corruzione e dominio del Presidente

Cina
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Nel gennaio 2013 iniziava la campagna anticorruzione lanciata dal Presidente cinese Xi Jinping, già dall’insediamento, ha raggiunto il suo apice. La caccia alle “tigri” e alle “mosche”, rispettivamente i potenti membri del partito centrale e i burocrati di livello inferiore ha raggiunto un altro momento topico con l’ufficiale incriminazione di Zhou Yongkang eletto capo della sicurezza nazionale durante il secondo mandato di Hu Jintao che si chiuse con l’arrivo dell’attuale presidente. Inoltre Zhou è stato presidente della China National Petroleum Corporation (principale produttore di gas e petrolio) e vice-ministro per l’Industria petrolifera.
Tra i capi di imputazione c’è anche la rivelazione di segreti di Stato che potrebbe sfociare in una sentenza di “condanna a morte con sospensione”. Di fatto si tratta di uno dei potenti che durante la scalata al partito di Xi Jinping si sarebbe messo a capo di un gruppo che avrebbe complottato per un colpo di Stato.
Precedentemente erano stati colpiti 14 generali dell’Esercito popolare di liberazione tra cui il figlio di Guo Boxiong, ex vice segretario della Commissione militare centrale, il generale Xu Caihou, ex vicepresidente della Commissione militare centrale, Jiang Jiemin, presidente della commissione governativa responsabile dell’amministrazione delle imprese statali e Li Dongsheng, viceministro della Pubblica sicurezza.
Il 7 ottobre 2014 l’agenzia governativa Xinhua pubblicava la lista dei risultati raggiunti dalla campagna anti-corruzione con migliaia di funzionari arrestati, miliardi di dollari di sprechi, conflitti di interessi e centinaia di migliaia casi di “violazione degli interessi del popolo” ad esempio nella sanità, nel settore abitazioni, nella sicurezza sui posti di lavoro. Di fatto «la campagna anticorruzione lanciata in Cina da Xi Jinping subito dopo il suo insediamento è l’evento che ha maggiormente scosso l’ambiente politico cinese dal 1989 ad oggi. Anche per quanto riguarda le silenziose ma cruente lotte di potere di Pechino» [1].

Questa lotta non è stata combattuta non solo all’interno degli organi di partito o nei tribunali ma, come accaduto in passato, con i media. La televisione di Stato (Cctv) ha svolto un ruolo pubblico importante per l’attività di propaganda, «i palazzi della Cctv, sono considerati una sorta di “stato nello stato”, un’enclave di potenti con un solo obbligo: non pestare i piedi alla politica, o meglio. Assecondarla. E la televisione è tornata ad avere un ruolo centrale per la campagna contro la corruzione guidata dal presidente Xi Jinping» [2]. Oltre a confessioni in diretta delle malefatte di personaggi importanti c’è stato anche il caso dei due sketch trasmessi durante il programma che festeggiava l’arrivo del nuovo anno, visto da più di 700 milioni di persone, e che raccontavano di un corrotto deriso che si consegnava alla giustizia.
Ma la televisione è anche un segno di quanto sia esteso il fenomeno perché la corruzione è stata scoperta al suo interno. Alcune figure di rilievo tra presentatori e direttori sono stati espulsi o arrestati e soprattutto «sembra emergere con più evidenza (e meno possibilità di essere dimostrato) è una fitta rete di rapporti non ortodossi tra i personaggi del mondo dello spettacolo e gli alti funzionari che stanno cadendo nelle maglie della Commissione disciplinare. Il presentatore del canale finanziario ad esempio, sembra essere coinvolto in una storia di sesso con la moglie di Ling Jihua, braccio destro dell’ex presidente Hu Jintao» [3].

Sul Washington Post Simon Denyer si è chiesto se questa lunga e profonda campagna anti-corruzione nel Paese di Mezzo stia funzionando. In effetti i pareri sono discordanti e vanno da chi sostiene che il blocco del sistema delle tangenti sia un ostacolo per la crescita economica data la sua enorme diffusione a chi invece pensa al miglioramento che ne avrà l’intero sistema Paese.
Le diverse misure prese, dall’obbligo della firma da parte dei funzionari di un documento che li impegni a lavorare trasparentemente al controllo delle spese di lusso sarebbero deleterie per il funzionamento della macchina perché, come spiega Ren Jianming, professore di governance dell’Università Beihang di Pechino, «i funzionari cinesi non sono abituati a un sistema che funzioni senza corruzione: oggi sono portati a “non fare niente” per evitare di “fare qualcosa” di sbagliato che li possa portare a essere indagati per corruzione» [4]. Altri invece guardano al futuro e con il tempo l’affermarsi della trasparenza comporterà una maggiore efficienza all’economia cinese come accaduto a Hong Kong e Singapore negli anni Settanta. Già dal 2015 secondo Lu, della Bank of America, ci si attendono impatti minori della campagna perché «il governo ha riaffermato la sua autorità» e per il fatto che «negli ultimi due anni sono stati promossi diversi ufficiali più giovani della media attuale, e sono anche più trasparenti e più fedeli al governo. Sono funzionari che sembrano essere più efficaci e responsabili nel dare impulso alla crescita» [5].

Ma torniamo al tema dell’esercizio e del consolidamento del potere perché questa lunga guerra alla corruzione è stata anche o soprattutto una guerra a coloro i quali si opposero all’ascesa di Xi Jinping che giunto al comando «non ha fatto mistero di voler annientare ogni “corrente interna”. La campagna anti corruzione lanciata da Xi, ancora prima di una manovra realmente tendente alla normalizzazione dell’apparato burocratico, caratterizzato da fenomeni legati a mazzette e tangenti di ogni genere, è stata un’operazione politica, tesa a rimpiazzare i vecchi funzionari con nuovi e vicini alla presidenza. Zhou è uno dei trofei più importanti messi nel sacco da Xi Jinping» [6]. Il Presidente cinese oltre a smantellare il potere politico e finanziario di Zhou all’interno del Partito comunista «si è contraddistinto per una feroce campagna contro ogni forma di dissidenza e di contrasto al suo “sogno cinese”. Ci sono state strette sui media, sulle università, sulla stampa. In Cina si vive un momento in cui tutto quanto può essere associato all’Occidente, diventa improvvisamente “pericoloso”»[7].
Pasquale Esposito
[1] Federico Picerni, “La crociata contro la corruzione in Cina”, www.cronache internazionali.it, 20 dicembre 2014
[2] Cecilia Attanasio Ghezzi, “Cctv: spettacolo, sesso e potere”, www.chine-files.com, 1 aprile 2015
[3] Cecilia Attanasio Ghezzi, ibidem
[4] Simon Denyer, “La campagna anti-corruzione in Cina funziona?”, www.ilpost.it, 13 febbraio 2015; l’articolo è ripreso dal Washington Post
[5] Simon Denyer, ibidem
[6] Simone Pieranni, “L’ex zar della sicurezza cinese ufficialmente incriminato di tradimento”, www.ilmanifesto.info. 4 aprile 2015
[7] Simone Pieranni, ibidem

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