La telefonia da Sip a kKR: una storia tutta italiana

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All’inizio era la Stet anzi la Sip, e poi la società telefonica di stato (e privata) ha attraversato vicende lunghe e complesse.
La Sip, Società elettrica piemontese, era nata nel 1899 con l’obiettivo di produrre energia idroelettrica; poi iniziò ad occuparsi anche di telefonia, a metà degli anni ’20 gli amministratori e la proprietà intuirono tutta la potenzialità del settore e conquistarono la maggioranza e il controllo di una serie di altre società telefoniche che erano nate in altre regioni del nord.
Dopo il famigerato 1929, l’azionista di maggioranza in grave crisi (che nel frattempo era diventato la Banca Commerciale italiana) vista la insostenibilità degli assetti industriali fu costretta alla cessione che portò al passaggio obbligato all’IRI e alla successiva creazione della STET finanziaria per controllare tutti gli assetti industriali dell’istituto.

Sin dall’inizio la storia dell’ente è fatta di privatizzazioni, di crisi, di cessioni, con lo Stato e i suoi commis protagonisti- E con i privati sempre pronti a socializzare perdite e problemi. E con la politica che manovrava più o meno tra le quinte.

A questo punto la storia si complica ulteriormente. Nel 1955, allo scadere delle concessioni telefoniche, in Italia esistono tre gruppi che controllano la telefonia: il gruppo STET (IRI) che insieme alla Sitpel agisce nelle grandi regioni del nord, il gruppo TE.TI di proprietà della famiglia Orlando e Pirelli che controlla le regioni del centro e la Set (controllata da Eriksson) concessionaria per il sud.
È un periodo di apprezzamento e grande stima per come sono amministrate le partecipazioni statali per cui le tre concessionarie vengono concentrate sotto la STET.

Nel 1962, quando è nazionalizzata l’energia elettrica e, col sostanzioso indennizzo che riceve, la Sip rileva le altre concessionarie e costituisce un’unica società che opererà da questo momento in poi in regime di monopolio. Questa società poi nel 1985 assumerà la denominazione definitiva di Sip, Società italiana per le telecomunicazioni P.A. Alla STET restano tutte le società che nel frattempo sono nate per occuparsi di campi contigui di telefonia e telematica.

Nel 1994, le  società; SIP, Iritel, Telespazio, Italcable e SIRM, tutte società dell’(enorme) gruppo STET, firmano un atto di fusione, dando così vita nel Luglio del 1994 a Telecom Italia. Nel 1995, da un ramo del gruppo che si separa: nasce Tim (Telecom Italia Mobile) che è controllata da STET per il 63,01%. E Tim, è molto attiva nello sviluppo tecnologico e per esempio è la prima azienda di telecomunicazioni in Europa a lanciare i messaggi scritti dal telefono cellulare (non ancora smart).
Qui inizia la sciagurata stagione di privatizzazioni, vendite vere e fasulle. Stagione in cui quella che doveva essere la madre delle privatizzazioni si rivela la madre di vari cavalli di troia e di guai per Tesoro e azionisti.
Vendere la Telecom e altri veri o presunti gioielli industriali sembra la soluzione per risollevare le sorti del bilancio italiano affossate da politiche dissennate di gestione del debito.
Si inizia nel 1997: il Tesoro (Ciampi ministro e Prodi presidente del Consiglio) cede il 36,3 % del capitale all’azionariato privato (26.000 miliardi di vecchie lire). L’obiettivo sarebbe la costituzione di una “pubblic company” il risultato è la partecipazione massiccia al capitale dei soliti noti: Agnelli, solite banche e solite aziende. Altro che public company, i grossi imprenditori vogliono comandare e godere della redditività del monopolio telefonico.

Nel febbraio ’99 Roberto Colaninno, che già controlla la Olivetti, attiva nel ramo telecomunicazioni con Omnitel e Infostrada, lancia un’offerta pubblica di acquisto con cui riesce a ottenere il 51,02%. Il ministero del Tesoro, che avrebbe potuto bloccare l’operazione (fatta a debito, finanziata da 61mila miliardi di lire) con la sua “golden share“, non si presenta all’assemblea per l’esame dell’offerta. Nell’operazione, si evidenziano i limiti dei nuovi protagonisti: la cosiddetta razza padana/padrona agisce quasi senza essere contrastata (anzi con la benedizione del governo D’Alema e dei ministri economici Ciampi e Amato). La chiave dell’Opa è in una scatola lussemburghese, la Bell (messa in piedi da Colaninno e Gnutti), che con il supporto della banca americana Chase Manhattan, permettono l’acquisizione.
In questo caso il direttore del Tesoro Mario Draghi probabilmente capisce tutti i limiti dell’operazione e prevede il drammatico indebitamento che ne conseguirà ma chiede soltanto un ordine scritto del governo perché il Tesoro non si opponga all’operazione.
Il controllo della nuova Telecom viene esercitato da questi nuovi campioni del capitalismo italiano con una strategia consolidata nelle vicende societarie italiane e cioè con una catena di società a piramide, per cui eventuali nuove acquisizioni non avranno bisogno di Opa. Con costi molto più bassi e sopportabili si negozia una delle “scatole” di controllo e così si acquisisce il controllo di tutto! Cosi fa Tronchetti che nel 2001 con Benetton (20%) compra la Bell. Tronchetti si dimetterà nel 2006

I debiti rappresentano ormai un importo doppio rispetto al patrimonio, la redditività è colata a picco ma ci hanno guadagnato molti miliardi sia Colaninno e c. che Tronchetti e c. anche perché i vari acquisti hanno pesato solo sulla cassa di Telecom. Trascurando altre operazioni più o meno opache come la vicenda Pagine Gialle o la vendita di asset telefonici esteri posseduti, fonte di importantissimi guadagni.
La situazione finanziaria è insostenibile Bisogna inventarsi qualcosa. Così nel 2007 un gruppo di società italiane – le solite: Mediobanca, Generali, Intesa Sanpaolo Benetton con “Telefonica” società spagnola di telecomunicazioni, lancia un’offerta per rilevare il 23% di Telecom al momento controllata da Pirelli tramite Olimpia. Nel 2015 azionista di riferimento di Telecom Italia diventa la newco «Telco» con il 23%
Il gruppo francese Vivendi acquista il 20% delle azioni e diventa l’azionista di riferimento, nel 2018 lo stato rientra e Cassa depositi e prestiti acquisisce il 4% del capitale del gruppo che dal 2019 si chiama Tim. Sempre nel 2018 entra nel gioco Elliot che inizialmente si accontenta di un 3% del capitale.

Non può sfuggire che la storia della Telecom degli ultimi vent’anni è strettamente collegata alle vicende politiche: con Prodi e Ciampi, le privatizzazioni, con D’Alema il tentativo di superamento di equilibri azionari tradizionali, con Berlusconi, la parabola di Tronchetti e con i nuovi equilibri politici incerti e altalenanti le vicende ugualmente altalenanti di ricerca di partner e infine con Gentiloni il riaffiorare di una voglia di stato. Dalla parte degli investitori si sono visti difetti e limiti dei rappresentanti tradizionali ma anche dei nuovi capitani coraggiosi: tutti contraddistinti in uguale misura da mancanza di progetti e da una voracità incontenibile.

Che succede ora?
Il fatto nuovo è che è arrivata per vie ufficiali una manifestazione di interesse dal Fondo Usa Kkr che lo scorso anno ha acquisito una quota del 37,5% in FiberCop con 1,8 miliardi di euro, FiberCop è la consociata che detiene la rete dell’ultimo miglio di TIM, che collega i cosiddetti armadietti stradali alle abitazioni dei clienti.
Comunque vada sia in caso di successo dell’Opa, che di maggiore impegno dello Stato bisogna augurarsi che non si tratti della solita operazione di rapina come le altre ma che permetta di progredire sia sul piano industriale che su quello tecnologico per sviluppare una rete infrastrutturale valida, ma anche per dotare finalmente il panorama industriale italiano di un gigante senza piedi di argilla.
fdm

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