La tenerezza e il lavoro nel MET, il Medical Emergency Team

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Il MET è l’acronimo di Medical Emergency Team, in altre parole è la squadra che interviene durante un’emergenza ingestibile in altri modi.

Fasi
Quando arriva la chiamata dalla centrale del 118 l’infermiere deve essere pronto a scrivere le parole chiave delle informazioni che gli vengono trasmesse. In seguito, tramite un apposito programma presente in un computer del Triage, le manda a tutti coloro che fanno parte del MET durante il turno. È a questo punto che il cicalino inizia a suonare finché non lo zittisci. In pochi istanti, se c’è l’indicazione, tutta la squadra si unisce in una sala, Shock Room, meglio conosciuta come Sala Rossa.

Shock Room
In questo stanzone si trovano quattro letti: tre per adulti, uno pediatrico. Quando dico “adulti” e “pediatrico” non intendo che i letti sono di dimensioni diverse ma che la postazione presenta strumenti adatti per entrambe le categorie.
Quando entri qua dentro capisci che le cose sono diverse da qualsiasi altro ambulatorio del Pronto Soccorso. Ci sono schermi a muro per visualizzare i referti in tempo reale, ogni postazione ha un carrello con mille cassetti, farmaci d’emergenza (esclusi quelli che si tengono sottochiave come gli stupefacenti), aghi, bisturi, fili da sutura. Dietro i letti ci sono i monitor con così tanti cavi che se non si riordinano dopo ogni uso si rischia di combinare un casino.
C’è addirittura l’apparecchiatura per eseguire gastroscopie d’emergenza e, ovviamente, l’immancabile defibrillatore.
Non è solo quello che si presenta davanti agli occhi che fa intuire che c’è qualcosa di diverso dalle altre stanze; anche l’odore cambia. Un odore che quando inspiri entra veloce come un fulmine quando colpisce un albero. L’olfatto non può scampare all’intensità di questo olezzo. Quello più pungente è l’odore del disinfettante, di alcol, amuchina e qualsiasi altra sostanza utilizzata per le ferite e per pulire i pavimenti.
Quando rientro in questo posto vengo invasa da cosi tante emozioni forse dettate da tutto quello che ho visto. A volte ti senti invincibile in questa stanza, si lavora in squadra, si collabora, ognuno sa fare quello che deve fare e soprattutto c’è organizzazione. Nessuno intralcia nessuno e tutti riconoscono i propri limiti.
All’interno della Shock Room avvengono le vicende più agghiaccianti, più spaventose e più incredibili del Pronto Soccorso. Le scene sono molto simili a quelle che presentano in televisione nei tanto famosi Medical Drama.
Spesso, però, il finale è molto diverso.

17:00 circa
Chiamata dalla centrale del 118.
Uomo, sulla cinquantina.
Incidente con camion, rimorchio finito sotto il cavalcavia.
Dinamica Maggiore. I presupposti per definirla dinamica maggiore sono: incidenti in cui sono coinvolti bambini con età inferiore ai 5 anni, la violenza dell’impatto, scontro tra mezzi di dimensioni opposte, tempo di estricazione  (ovvero l’estrazione di una persona da un veicolo) maggiore ai 20 minuti, persone decedute.
Paziente cosciente ma in stato di Shock.
Arrivo con elicottero previsto entro sei minuti.
Una volta ottenute queste informazioni Mattia manda il messaggio sul cicalino del MET: uomo, dinamica maggiore, sei minuti tempo d’arrivo con elisoccorso.

Io sono molto emozionata, agitata, nervosa, è la prima volta che arriva un paziente in elicottero.
Non ho avuto il tempo di arrivare alla Shock Room che dentro erano già pronti un medico anestesista, il medico del Pronto Soccorso, due infermieri del Pronto Soccorso, due infermieri della Terapia intensiva neuorochirurgica  e uno della terapia intensiva generale.
Mi accorgo che sono tutti molto tranquilli, si conoscono, si salutano, pacche sulle spalle e mi domando come facciano a essere cosi spensierati sapendo che sta arrivando qualcuno in cui sarebbe difficile riconoscere come uomo .
Ognuno di loro ha già preparato tutto il materiale per medicazioni, intubazione d’emergenza, punti di sutura, sacche per il ripristino di liquidi. Sul muro è presente un tabellone dove vengono scritte le stesse informazioni passate al cicalino. Si aggiungeranno, poi, quelle trasmesse dai soccorritori.

Sei minuti dopo
Arriva una persona ricoperta di sangue, in alcuni punti del corpo non sembra nemmeno sangue suo perché non sono presenti ferite.
Ci facciamo spiegare la dinamica dai soccorritori dell’elisoccorso. Una donna è deceduta. Certo, chi sopravvivrebbe al peso di un rimorchio che ti cade addosso da parecchi metri di altezza? Ecco spiegato il motivo della dinamica maggiore. Guardo questo signore. È confuso, non capisce bene cosa sia successo, non sa che la donna è morta e ci viene detto di non comunicarglielo, non in questo stato.
Viene eseguita l’eco-FAST ovvero la Focused Abdominal Sonography for Trauma che serve, in circa 4 minuti, a vedere se ci sono lesioni agli organi addominali. Negativa.

Ha un taglio in testa. Non sembra un taglio profondo, non dalla mia prospettiva almeno. È un taglio profondo, parecchio profondo. Lo guardo in faccia: palpebre edematose, viola, a malapena riesce a tenere gli occhi aperti, sono troppo gonfi. Escono lacrime, sta piangendo. Lo sento ripetere più volte “il mio camion mi ha tradito”, è una frase che non riesco a dimenticare. Provo tenerezza, mi fa tenerezza, e mi avrebbe fatto comunque tenerezza qualora i suoi esami tossicologici fossero stati positivi. Non era né ubriaco né sotto effetto di stupefacenti. Il suo camion lo ha tradito, ha ragione. E non sa che il suo camion traditore ha pure ucciso una donna che sicuramente avrà avuto una famiglia, e che questa ora ce l’avrà con lui fino alla fine dei suoi giorni.
Vorrei dire ai familiari della vittima che non è stata colpa di questo signore, insomma che è stato il camion a tradirlo.

Guardo il labbro, o quello che una volta sicuramente era un labbro superiore.
Mattia mi dice “guarda, il mio dito passa da parte a parte” e non capisco perché mi stia mostrando questa cosa così orribile. Forse vuole aiutarmi a farmi il pelo nello stomaco. Sta di fatto che il suo dito passava davvero da una parte all’altra di quel labbro lacerato dal quale si vedevano i denti altrettanto distrutti.
Mentre i medici suturano la testa e il labbro, dopo una buona dose di Lidocaina per alleviare il più possibile il dolore, io faccio l’unica cosa che mi è permessa di fare in una situazione come questa, il mio primo aiuto in soccorso: cerco di restituire un po’ di dignità a quest’uomo ripulendolo da tutto il sangue che aveva sulle mani. Nel caso fosse riuscito ad aprire gli occhi, cosa impossibile da quanto erano gonfi lo so, almeno gli avrei risparmiato questa visione. Guardandosi le mani avrebbe potuto pensare “dio mio ho ucciso qualcuno con queste mani?” E se avessi avuto la possibilità di rispondergli telepaticamente gli avrei detto “no, è il sangue delle tue ferite alla testa e al volto, però si, una persona è mortama non sei stato tu, è stato quello stronzo del tuo camion che tu hai guidato per anni e che ti ha tradito”.
Prendo molte garze bagnate di soluzione fisiologica e inizio a strofinargli le mani. Mauro mi suggerisce di utilizzare l’acqua ossigenata per togliere il sangue, soprattutto quello un po’ più secco. Non posso descrivere bene l’odore che si sente, l’odore del sangue con l’acqua ossigenata. È un odore che ricordo molto bene anche se non ce l’ho sotto al naso in questo momento. Un odore forte, intenso, non pungente, ma che ti impregna i vestiti anche senza sporcarli.
Non mi interessa, è sicuramente più importante dare una ripulita al nostro paziente disperato prima che la polizia venga ad interrogarlo.
Vorrei dire loro che questa persona non sa molto di quello che è successo e che forse è meglio aspettare che si riprenda un po’ prima di torturarlo. Però è morta una signora.

Dopo un’oretta trascorsa nella Sala Rossa prepariamo il paziente per portarlo in ortopedia. Ha la spalla destra rotta tra le tante cose.
Chissà quanto dolore deve provare questo signore e non parlo solo di quello fisico. Ci ritroviamo, Mattia un altro infermiere ed io, a ripulire la postazione. Non c’è sangue per terra ma bisogna sistemare la postazione per il prossimo sfortunato.

Per un po’ l’odore della Shock Room rimane quello del sangue, dell’acqua ossigenata e della disperazione.
Francesca M.G.

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