La tradizione alimentare contadina nell’Abruzzo interno: la vendemmia (I).

Vendemmia 1958
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Nella preziosa foto d’epoca del 1910 che potete osservare qui di seguito sulla destra si vede, come era, molto in uso a quei tempi, una vite rampicante che sale fin sul tetto di quella abitazione. Altro simbolo importante il carretto, “parcheggiato” sempre sotto l’abitazione. Due significative componenti della tradizione alimentare di quei tempi.

Santuario Pratola Peligna
Pratola Peligna, Santuario Maria Santissima della Libera. Collezione privata Fernando Saccoccia

La vite rappresentava, con l’esito della sua coltivazione, uno strumento di condivisione delle fortune o sfortune della vita della quasi totalità degli abitanti dell’Abruzzo interno. Essa segnava la cadenza degli eventi ciclici di quelle esistenze, la vita sociale e quella economica di quei periodi. Si pensi che ad alcuni vitigni, in svariate zone d’Italia, veniva dato come nome: pagadebit, oppure straccia cambiali, perché con il raccolto si azzerava un anno di debiti contratti con i vari esercenti per garantire alla famiglia i risicati mezzi di sussistenza.
Il vitigno generalmente era il bombino bianco o lu càmplais [1] (trebbiano campolese, trivolese, trebbiano bianco di Avezzano o di Chieti) che – per le sue caratteristiche di solidità, resa e scarsa cura richiesta nella coltivazione rispetto agli altri tipi – garantiva, con ragionevole certezza, un raccolto in grado di soddisfare le esigenze della famiglia che lo coltivava.
Anche il vino che ne risultava non era di massimo pregio, ma è ancora rimpianto da chi lo ricorda con affetto e lo classifica come …vino della nonna, un bianco di corpo, a profumi freschi e pieni, al gusto soddisfacente, appagante e persistente, che non necessitava di essere bevuto freddo, e che malgrado fosse un bianco, induceva ad una meditazione tipica invece dei più blasonati rossi.

Vendemmia 1945 carri con buoi Tonino Puglielli
Vendemmia nel 1945, carro con buoi per il trasporto dell’uva. Collezione privata Tonino Puglielli

Questa è la descrizione che ne fa chi ha avuto la fortuna di conoscerlo. Purtroppo si tratta di ricordi perché di queste cultivar non se ne hanno più notizie e anzi, si perdono in quella multiformità di coltivazioni di trebbiani che comunque raggiungono nell’enologia nazionale importanti riconoscimenti.
A Pratola Peligna, zona-cuore della coltivazione della vite dell’Abruzzo, non si dava il nome di pagadebit ai vitigni coltivati, trattandosi di Montepulciano d’Abruzzo soprattutto, il suo fiore all’occhiello, ma la funzione era la stessa. L’esito del raccolto in Ottobre segnava in modo inequivocabile le sorti economiche dell’anno per il coltivatore e per la sua famiglia. Per questo si viveva con ansia tutto il periodo ciclico della coltivazione della vite con impennate nell’apprensione, nel periodo delle gelate primaverili o della commercializzazione quando, a seconda della qualità del raccolto ed anche della sua quantità, venivano fissati i prezzi per quintale del prodotto che tenevano in gran considerazione, chiaramente, il grado zuccherino delle uve.

vendemmia Pratola Peligna Tonino Puglielli
La vedemmia a Pratola Peligna. Collezione privata Tonino Puglielli

Nella storia della coltivazione della vite nell’Abruzzo interno il ricordo delle gran testimonianze di solidarietà arrivava proprio nel “combattimento” contro le gelate, perché di combattimento si trattava, al quale tutta la popolazione abile partecipava, consapevole che, l’esito della competizione contro gli avversi eventi atmosferici, avrebbe segnato la qualità della vita del paese almeno per l’anno successivo.
Si trattava di usare alcuni miscelatori di acqua, ammoniaca ed anidride solforosa, contenuti  in bomboloni e per questo l’operazione in dialetto era denominata ”a jttà l’ bomb’ ”. Durante la notte quando le condizioni indicavano segni premonitori (cielo terso, neve presente sulle cime dei monti) di avere una gelata compromettente per i raccolti, la popolazione disponibile veniva svegliata anche con l’uso del banditore (colui che attraverso l’uso di una tipica piccola tromba richiamava l’attenzione ed annunciava la necessità) e si raccoglieva presso l’aia comunale con tutti i mezzi disponibili.
Nella parte posteriore di quei mezzi motorizzati veniva montato il diffusore, una sorta di grande imbuto che era collegato al contenitore dell’acqua ed alle bombole di ammoniaca ed anidride solforosa: i due uomini impiegati al funzionamento dell’attrezzo, quando ogni mezzo si dirigeva nella zona a  lui assegnata, miscelavano le sostanze che fuoriuscendo generavano una fitta nebbia che avrebbe schermato le colture dal gelo. Il sistema funzionava, adesso se ne utilizzano altri come le candele o l’irrigazione a pioggia soprattutto, ma presentava grandi rischi per gli operatori esposti a pericolose  inalazioni dei prodotti chimici utilizzati. Le cronache riportano anche incidenti mortali dovuti alle nebbie prodotte dai diffusori che impedivano una circolazione sicura ai numerosi veicoli che le producevano. Per spargere i fumi in modo completo i mezzi dovevano muoversi celermente in stradine di campagna in cui la visione era impedita proprio dalla cortina fumogena che veniva diffusa.

Vendemmia 1958
Lavoratrice durante la vendemmia del 1958. Collezione privata Tonino Puglielli
vendemmia
Lavoratrici durante la vendemmia. Collezione privata Tonino Puglielli

Il secondo maggior livello d’ansia lo si affrontava quando bisognava decidere se conferire il prodotto alla Vinicola (la De Prospero di Bagnaturo di Pratola Peligna in quel periodo) che avrebbe garantito un pagamento più basso ma sicuro e più in la nel tempo, oppure rischiare consegnando il prodotto ai cosiddetti cariarelli, commercianti per lo più di origine napoletana, che  si raccoglievano a Piè de la forma, una piazza all’ingresso del paese, ed acquistavano le partite migliori a prezzo molto più alto con pagamento in contanti. Da questo ultimo ricordo nasceva l’aspetto che ha poi contrassegnato nel bene e nel male le sorti di questa importante coltivazione di qualità cioè che, le uve dei Peligni venivano usate per aggiustare qualitativamente le produzioni di altre zone a minor vocazione.

Festa nazionale dell'uva Pratola Peligna
Un documento “pubblicitario” della Festa Nazionale dell’Uva a Pratola Peligna nel 1935

Attualmente, durante la prima settimana di Agosto a Pratola Peligna, la manifestazione Le uve dei Peligni raccoglie i fasti delle antiche feste dell’uva attraverso visite guidate alle cantine, degustazioni di prodotti tipici e di svariate tipologie di vini.

Si diceva nel bene e nel male perché comunque veniva riconosciuto l’alto livello qualitativo del prodotto mentre, di contro, conferendo ad altri l’uva, si dava soddisfazione immediata all’aspetto economico e non si è mai sviluppato il bisogno di tentare di avere un prodotto finito di alta qualità, a remunerazione e visibilità molto più alta come quelle uve avrebbero consentito, e come, solo adesso, qualche illuminato, ma tardivo imprenditore agricolo tenta di fare. Si tratta di meritori investimenti che sul mercato iniziano ad avere ragguardevole visibilità ed ancora lontani dai successi che la qualità del prodotto di queste terre meriterebbe.
Del resto quando uno dei produttori ai più alti livelli qualitativi internazionali, l’abruzzese Valentini, in un recente incontro ha confermato che i suoi antenati prelevarono le barbatelle nella Valle Peligna, quale altro riconoscimento più autorevole si può avere per questa zona?

Quello che a mio parere non è stato mai chiarito completamente è il perché di un successo solo parziale di questa economia. Si è detto del tentativo della Vinicola De Prospero che si imponeva con lusinghiero successo nel mercato negli anni ‘50. Per la verità non si trattava di un tentativo, ma di una realtà consolidata che aveva iniziato ad aggredire il mercato in modo autorevole. Aveva anche dei punti vendita importanti, come quello affidato a Enzo De Pamphilis, per il mercato laziale a Roma, ed inoltre il movimento dei suoi mezzi si osservavano ormai in tutte le direzioni. Purtroppo quello che avrebbe facilmente dovuto essere un successo,  parallelo a quella del movimento del vino e dell’Italia in pieno boom economico, non si rivelò tale. La vinicola chiuse, senza che se ne comprendessero le ragioni, lasciando un’intera vallata prima che fossero adeguatamente valorizzate le sue eccellenze. Forse la miope scelta politica di voler rincorrere un progresso nell’industria? Il miraggio diventato concretezza del posto di lavoro offerto dai presunti mecenati di turno a svantaggio della maggior vocazione agricola del territorio? Oppure la troppo semplicistica giustificazione legata alle ingerenze politiche ed alla mancanza di competenze degli uomini che, sempre la politica, designava per lavorare in quella realtà?  Inizia in pratica così l’abbandono di un prodotto che avrebbe significato benessere e ricchezza.

Pratola Peligna Distilleria Belsito
Pratola Peligna. Distilleria Belsito in via Trieste. Collezione privata Fernando Saccoccia

Altro testimone storico di quanto in quel periodo era fiorente l’economia agricola legata alla vite era la presenza di un’antica distilleria, ubicata in via Trieste a Pratola Peligna, che finì drammaticamente le proprie attività quando, durante l’ultimo conflitto mondiale, le truppe tedesche in ritirata, rasero al suolo l’intera struttura.
Emidio Maria Di Loreto

Si ringraziano Tonino Puglielli, Fernando Saccoccia, Rinaldo Petrella e Bruno Santarelli per la collaborazione e la concessione delle foto.

[1] Per un approfondimento della storia dell’economia della vite, cfr. Rinaldo Petrella, “Parole perdute nello Strapaese”, Edizione Qualevita.

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