La transizione ecologica fatta con il gas

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È chiaro ed evidente a tutti quanto che  il riscaldamento globale sta devastando diverse aree del Pianeta. Abbiamo sotto i nostri occhi anche quello che sta accadendo anche in Italia, in montagna per i ghiacciai, la desertificazione di alcune aree, la siccità che sta prosciugando i fiumi. La lista purtroppo sarebbe lunga.

Per poter – quantomeno tenere la temperatura media non superiore a 1,5-2 gradi Celsius al di sopra dei livelli preindustriali (il Pianeta oggi è di circa 1,1 gradi Celsius più caldo di quanto non fosse nel 1850-1900 [1]), come concordato e firmato con l’Accordo di Parigi – bisognerà essere concreti nel mutare radicalmente le pratiche produttive e di consumo. Questo vuol dire che le emissioni dovute a carbone, petrolio e metano dovranno diminuire, e tanto, nel giro di pochi anni. E probabilmente non basterà perché questi e altri impegni come quelli della 26ma Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (COP26) sono stati negoziati al ribasso. Andava fatto di più, ma un mix di bieche opportunità politiche, stupidità e interessi economici sostenuti dalle lobby finanziarie e industriali lo ha impedito.

Le recenti decisioni del Governo Draghi che continua a sbandierare la transizione ecologica, con un eufemismo , non vanno proprio in quella direzione. Del resto la stessa Commissione europea gli ha dato una mano quando ha deciso, favorendo le lobby, di dare l’etichetta verde, di sostenibilità ambientale, al gas e al nucleare.

carta delle istanze dei titoli minerariIl 13 febbraio scorso il Governo Draghi ha licenziato – attraverso il ministero della Transizione Ecologica – il Piano della transizione energetica sostenibile delle aree idonee (PiTESAI), un piano regolatore dell’estrazione di idrocarburi. Secondo questo piano che fa, più o meno, il gioco delle tre carte, individua le aree non più interessabili, né alla ricerca né all’estrazione, “per motivi legati al potenziale geominerario e alla storia esplorativa degli ultimi 30 anni”. Si tratta di Valle D’Aosta, Trentino Alto Adige, Liguria, Umbria, Toscana e Sardegna. Ma qui era ed è chiaro che di gas o non se ne è trovato o è talmente poco che non vale la pena svolgere qualsiasi attività. Nelle altre 15 Regioni si potrà procedere come se non sapessimo della già devastata Basilicata, dove si produce buona parte del petrolio italiano, del golfo di Taranto, delle coste della Romagna e anche qui la la lista sarebbe lunga. E tutto questo per cosa?
Non possiamo che condividere il commento nella lettera aperta del Gruppo Energia per l’Italia (22 tra docenti e ricercatori dell’Università di Bologna) che da anni commentano e contribuiscono con analisi e suggerimenti sulla politica energetica italiana:

“La crisi in atto è figlia della dipendenza italiana dal gas, climalterante e non rinnovabile. Il metano consumato in Italia (74 miliardi di metri cubi, fonte IEA, dati per il 2019) è quasi tutto (94%) importato e viene utilizzato per il 42% nella produzione di energia elettrica, per il 39% negli usi residenziali, commerciali e nei servizi pubblici, per il 14% nell’industria come fonte energetica, per il 2% nei trasporti. Di fronte a tutto questo assistiamo sgomenti a un’azione di governo di cui non comprendiamo la visione strategica: invece di puntare alla rapida sostituzione del gas fossile con fonti rinnovabili in tutti i settori di impiego, il governo italiano reperisce ovunque risorse per sostenere i consumi di gas, invocando addirittura la ripresa delle estrazioni di metano dal sottosuolo nazionale, quando è certificato dal Mise che le riserve sono assai modeste, ed equivalenti a circa un anno di consumi nazionali”. [2].

In linea con il Piano lo stesso Draghi, gioioso del suo Governo, il 18 febbraio annunciava il provvedimento sul caro bollette che deve alleviare i conti di famiglie, aziende e istituzioni locali dopo questi mesi di rincari del prezzo dell’energia.
Il decreto tra gli altri prevede misure in favore delle famiglie per circa 4,8 miliardi (interventi su IVA, su oneri di sistema, sul bonus sociale); a vantaggio delle imprese in generale attraverso interventi sugli oneri di sistema su elettricità e gas e su aziende particolarmente consumatrici di energia e gas. Il Consiglio dei ministri ha anche stabilito che le capacità di “stoccaggio nazionali disponibili” devono arrivare ad almeno il 90%” della capienza. Tra le misure anche incentivi al biocarburanti e idrogeno e semplificazioni per aumentare la produzione di energia da fonti rinnovabili per gli impianti fino a 200 kW. E, ciliegina sulla torta, aumento delle autorizzazioni all’estrazione di gas naturale in Italia. Si tratta di aumentare di 2 miliardi di metri cubi la produzione dalle aree già esistenti destinando il gas, con contratti a lungo termine e a prezzi calmierati, alle aziende in Italia.
Il direttore Greenpeace Italia, Giuseppe Onufrio scrive che

L’obiettivo citato un anno fa dal ministro Cingolani, cioè di una quota del 72% di rinnovabili al 2030, obiettivo condiviso da un fronte che va da Greenpeace alle associazioni dell’industria elettrica, avrebbe dovuto portarci a una svolta che, più volte annunciata, ancora non si vede. […]. Se installassimo 8 GW di rinnovabili all’anno, potremmo ridurre i consumi di gas nel settore elettrico di 2 miliardi di metri cubi, la stessa quantità di gas di cui si vuole aumentare la produzione nazionale. In assenza di questa svolta rinnovabile – per quanto dichiarata a parole – le misure presentate oggi appaiono la riconferma della linea “prima di tutto il gas”. Il solare va bene ma non a scala industriale, quella la si lascia al gas. È peraltro assente una misura per semplificare le installazioni agrivoltaiche – cioè impianti solari sotto cui si continua a coltivare – che invece potrebbe dare un contributo rilevante oltre dare un reddito aggiuntivo alle aziende agricole. La misura è presente nel Pnrr ma è limitata a soli 2 GW. Il Fraunhofer Institute ha valutato per la Germania – a titolo di esempio per dare il senso del grande potenziale energetico – che tutta l’elettricità oggi utilizzata da quel Paese, implicherebbe installazioni agrivoltaiche per 500 GW coinvolgendo solo il 4 per cento della superficie agricola tedesca e con benefici anche per le colture coinvolte. L’Italia ha una superficie agricola inferiore alla Germania ma ha molto più sole e consumi energetici ben inferiori” [3].

Senza entrare in questa sede in altre questioni collegate ai complessi meccanismi del mercato dell’energia, e del gas in particolare, andrebbe data la risposta a una domanda: che fine fanno gli extra profitti introitati in questi mesi dalle multinazionali di settore? Perché non destinarli alla comunità attraverso investimenti nell’ambiente e nelle energie rinnovabili?
Non stiamo parlando di “bruscolini”. Federico M. Butera ci fa sapere, riportando a sua volta un articolo de The Guardian, che il direttore finanziario della compagnia petrolifera e del gas BP, Murray Auchincloss, ha detto agli investitori questa settimana: «È possibile che stiamo guadagnando più soldi di quanti sappiamo cosa farne». Le compagnie petrolifere e del gas hanno riportato profitti da capogiro, […]”. Anche l’ENI, prosegue Butera citando l’ANSA, non raggiungeva profitti così elevati da dieci anni, “ma allora tutti i soldi che vengono drenati dalle nostre tasche a causa delle bollette gas e luce più care, vuoi vedere che vanno nelle tasche degli azionisti dell’Eni, della Bp, della Shell, e così via?” [4].

Sempre a proposito delle scelte del Governo Draghi ma anche di tutti quelli che lo hanno preceduto fin da quando era chiaro il riscaldamento globale, perché mai continuiamo a versare circa miliardi di sussidi ambientalmente dannosi alle aziende del fossile?

Pasquale Esposito

[1] https://www.ipcc.ch/report/ar6/wg1/
[2] https://www.energiaperlitalia.it/
[3] Giuseppe Onufrio, Prima di tutto viene il gas, poi un po’ di solare, 19 febbraio 2022
[4] Federico M. Butera, L’aumento dei prezzi del gas tra profitti da capogiro, 20 Febbraio 2022

 

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