L’aborto sempre osteggiato e le donne ne pagano le conseguenze

Stefano Corso foto donna
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Gli equilibri sono sempre precari quando si parla di diritti, soprattutto quando bisogna tutelare quelli di più parti evitando che vadano in contrasto tra di loro.
E quando l’equilibrio da gestire è quello fra la scelta e la salute della donna e la tutela della vita, il paragone va al funambolo che cammina su una corda tesa tra le pareti di un burrone.

In effetti la “194”, la legge che dal 1978 regola sia la tutela sociale della maternità che l’interruzione volontaria della gravidanza, è un provvedimento complesso con finalità sociosanitarie, legittimato non solo dall’essere stato promulgato dagli appositi organi di stato, ma anche validato dal successivo referendum popolare.
Eppure anche questa legge è stata più volte minacciata di revisione in senso restrittivo, non tenendo conto che il vero problema  non sta tanto nel contenuto quanto nella sua non piena attuazione.

Stefano Corso donna
Emily. Foto Stefano Corso

Fino al 1975 l’aborto era illegale e punito dal codice penale con la reclusione. Fino ad allora circa 20mila donne all’anno morivano per interruzione clandestina di gravidanza o per malattie conseguenti alla pratica. Ma per molte di loro la paura di non poter sostenere la maternità era più forte di quella di morire. Del resto di aborto non si parlava, era un “fatto da donne” e riguardava esclusivamente una loro “colpa”, anche quando era la conseguenza di uno stupro. La vittima non era tutelata dalla legislazione in nessun caso, anzi, diventava colpevole di “essersela cercata”. Lo stupro era ancora un delitto contro la moralità e non contro la persona.
Così ci si affidava al “cucchiaio d’oro” di turno, i medici che praticavano l’aborto clandestinamente, o, se non si disponeva dei soldi necessari a pagare la parcella, alla “mammana”, figura femminile diffusa soprattutto nell’Italia centro-meridionale che aiutava più o meno gratuitamente le donne a partorire o abortire. I metodi utilizzati erano molto pericolosi: ferri da maglia, aghi, grucce o erbe a cui si attribuivano proprietà abortive, ma che di sicuro avevano solo gravi effetti collaterali. Si stima che all’inizio degli anni ’70 il numero di aborti clandestini praticati annualmente si aggirasse intorno al milione e duecentomila.

I primi anni ’70 furono caratterizzati da un grande fermento sociale e culturale che investì sia il diritto di famiglia che quelli delle donne, con la legge Fortuna-Baslini sul divorzio e la sentenza della Corte Costituzionale che dichiarava illegittimo l’articolo del codice Rocco, il codice penale italiano emanato nel ventennio fascista, che classificava la contraccezione e l’aborto come “delitti contro l’integrità e la sanità della razza”.
A metà di quegli anni, grazie anche alle azioni e alle dimostrazioni del Centro d’informazione sulla sterilizzazione e sull’aborto (CISA), del Partito Radicale, in parte del Partito Socialista, ma soprattutto per merito delle donne che finalmente davano voce alla propria coscienza, furono raccolte oltre 700.000 firme per la consulta referendaria. Il referendum saltò per lo scioglimento anticipato delle camere, ma ormai le coscienze erano smosse e le donne autodeterminate. In quello stesso anno poi la Corte Costituzionale consentì con una sentenza il ricorso alla interruzione volontaria della gravidanza (IVG) per motivi gravi. Il divieto restava, ma incomincia a cambiare aspetto.
Finalmente il 22 maggio del 1978 entrò in vigore la legge 194, che consentiva alle donne, nei casi previsti dalla norma, di poter ricorrere all’interruzione volontaria di gravidanza in una struttura pubblica nei primi 90 giorni di gestazione. La legge fu confermata dai cittadini italiani solo tre anni dopo, quando furono chiamati a votare per cinque referendum abrogativi.

Stefano Corso foto donna
Emily. Foto Stefano Corso

Da allora la mortalità femminile è scesa sensibilmente e, paradossalmente, è sceso anche il numero degli aborti praticati (-50%) forse proprio grazie alla maggiore coscienza e informazione.
Ma risultati ben più significativi si sarebbero ottenuti se la legge fosse stata completamente attuata e se  le autorità politiche e sanitarie avessero promosso una seria strategia per favorire sia l’educazione della sessualità che la maternità responsabile.  La 194 prevedeva infatti  l’introduzione dell’educazione sessuale nelle scuole, la promozione della conoscenza dei metodi contraccettivi, l’assistenza della gestazione anche nella prevenzione dei difetti congeniti e la tutela della maternità sul piano giuridico ed economico. Ma soprattutto la legge prevedeva che all’interruzione volontaria della gravidanza si potesse giungere dopo aver usufruito dell’attività di prevenzione di Consultori familiari dotati di ginecologo, pediatra, psicologo, ostetrica, assistente sociosanitario e consulente legale.
Ad oggi i Consultori sono invece pochi (uno ogni 31 mila abitanti), soprattutto di stampo cristiano (con evidenti difficoltà per le donne appartenenti a altri credi o di animo laico o ateo), e con carenza di strutture e figure professionali (solo il 4% risulta avere un organico completo).
A ciò va aggiunto che in Italia il 70% dei medici sono obiettori di coscienza e che nel Lazio la percentuale sfiora il 90%.  Anche l’obiezione è un diritto tutelato dalla 194 ma, se molti specialisti hanno preso questa scelta per ragioni morali, altri lo hanno fatto solo per questioni pratiche legate alla carriera o alla reputazione. Essere un “abortista” ancora oggi fa vivere ai margini della società.

Stefano COrso donna
Emily. Foto Stefano Corso

A causa di ciò molte donne sono costrette a recarsi in altre regioni o addirittura all’estero per esercitare i loro diritti. Abortire è una delle scelte più sofferte che una donna possa prendere, perché mai priva di conseguenze emotive, anche quando ne è convinta e consapevole. E la sofferenza è amplificata se, per esercitarla, è costretta anche a spostarsi dal proprio ambiente. Ad aprile di quest’anno il Consiglio d’Europa si è espresso al riguardo affermando che “l’Italia viola il diritto alla salute delle donne, che incontrano troppe difficoltà se vogliono abortire, e discrimina i dottori e il personale medico che non hanno scelto l’obiezione di coscienza”. A maggio la regione Lazio ha indetto un concorso per assumere due dirigenti di Ostetricia e Ginecologia per l’ospedale San Camillo di Roma che fossero pronti ad applicare la legge. Per la prima volta in Italia sono state messe a bando posizioni “blindate” perché unico modo per tutelare il servizio e garantire alle donne il rispetto del proprio diritto di scelta.
A nulla è servito anche l’introduzione nel 2010 della pillola RU486, cioè la procedura farmacologica per abortire,  tecnica sicuramente meno invasiva di quella chirurgica. La sua diffusione fatica a prendere piede nonostante l’Organizzazione mondiale della sanità lo indichi come metodo da preferire entro le 9 settimane di gravidanza. I medici che dovrebbero prescriverla sono gli stessi che non praticano l’aborto (7 su 10). E gli stessi che si rifiutano anche solo di assistere una paziente che si è sottoposta  a interruzione volontaria di gravidanza  in ospedale, nonostante una sentenza della Cassazione nel 2013 si esprimesse in tal senso: Il diritto di obiezione di coscienza «non esonera il medico dall’intervenire durante l’intero procedimento» in quanto «il diritto dell’obiettore affievolisce, fino a scomparire, di fronte al diritto della donna in imminente pericolo a ricevere le cure per tutelare la propria vita e la propria integrità».

L’abbiamo visto in passato, lasciare o rendere l’aborto una pratica illegale non riduce la necessità di ricorrervi. Facilita solo l’accedervi in condizioni di sicurezza senza tuttavia arginare il proliferare delle procedure illegali e pericolose. Esse infatti non scompariranno se persisteranno condizioni che impediscono alle donne di esercitare effettivamente il proprio diritto di scelta. La legge 194 non è un semplice provvedimento di liberalizzazione dell’aborto. È chi non ha promosso l’opera di prevenzione che essa imponeva che l’ha resa, presso l’opinione pubblica non informata, una minaccia alla vita.
Federica Crociani

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