L’Afghanistan dimenticato. Intervista a Giuliano Battiston

Afghanistan
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L’Afghanistan è tornato brevemente alla ribalta sui media mainstream lo scorso otto marzo per un devastante attacco. Sembra un secolo fa quando gli afghani si ritrovarono sotto attacco ma il Paese resta sempre in guerra e non sembra esserci soluzione per il coacervo di interessi geo-strategici e anche economici.
Ne abbiamo parlato con Giuliano Battiston, giornalista e ricercatore freelance, scrive per quotidiani e periodici tra cui “l’Espresso”, “il manifesto”, “pagina99” e “Lo straniero”. Esperto di Afghanistan, si occupa di islamismo armato, politica internazionale e globalizzazione. Nel 2016 ha pubblicato “Arcipelago jihad. Lo Stato islamico e il ritorno di al-Qaeda” che
racconta una storia del jihad, dalla Giordania e l’Afghanistan alla fine degli anni novanta del secolo scorso, al Medio Oriente e fino all’Europa ai giorni nostri

Sono trascorsi quindici anni dall’inizio di una guerra che ha devastato il paese e i suoi abitanti. I media più importanti sembrano essersi dimenticati dell’Afghanistan se non quando si parla di profughi. Può darci un breve quadro della situazione economica e sociale?L’Afghanistan in effetti è ormai fuori dai radar dei media internazionali. Il conflitto si prolunga da molto tempo, troppo per la macchina bulimica dell’informazione, che va alimentata con carburante e storie sempre nuove. Eppure, nel paese centro-asiatico il conflitto continua. E si intensifica. Per accorgersene basterebbe dare un’occhiata ai rapporti della missione delle Nazioni Unite a Kabul, Unama, che certificano l’aumento delle vittime civili. Mentre i rapporti dell’Asia Foundation, inaugurati nel 2004, ci dicono che oggi il livello di ottimismo degli afghani per il futuro è il più basso di sempre, come d’altronde ho modo di verificare ogni volta che arrivo in Afghanistan. L’elemento più preoccupante è che il disinteresse mediatico riflette un altro disinteresse, quello delle cancellerie occidentali, che hanno sempre più difficoltà a giustificare il sostegno finanziario per una guerra che sembra infinita e una ricostruzione che non avviene mai.
Economicamente il Paese è ancora dipendente dagli aiuti internazionali, a dispetto dei tentativi compiuti dal presidente Ashraf Ghani, che ambisce a trasformare il Paese in uno hub-energetico e commerciale dell’Asia centrale. Ma le sue idee molto ambiziose sono contraddette dalla mancanza di infrastrutture e da un livello di corruzione istituzionale tra i più alti al mondo. Mentre i fondi per lo sviluppo e la ricostruzione diminuiscono progressivamente. Non dobbiamo sorprendercene: la storia dei recenti conflitti dimostra che gli aiuti allo sviluppo vanno di pari passo con la presenza delle truppe straniere: più truppe, più soldi, meno truppe, meno soldi. E in Afghanistan ormai da tempo la modalità prevalente è quella del “facciamo le valigie”. La guerra è persa. La diplomazia cerca un modo per portare a casa uomini e risorse senza ammettere la sconfitta.

Quali le principali differenze tra il governo di Hamid Karzai e quello attuale di Ashraf Ghani?
La principale differenza è la fiducia con il partner principale, gli Stati Uniti. Negli ultimi anni della sua presidenza Hamid Karzai aveva rotto con l’amministrazione americana, che rimane il più importante partner militare e sponsor politico di Kabul. Karzai aveva alzato i toni, accusando apertamente gli americani di alimentare il conflitto con i Talebani e le altre forze anti-governative, anziché combatterle.
Ashraf Ghani, che ha vissuto quasi trent’anni all’estero e molti di questi negli Stati Uniti, dove ha insegnato e lavorato per la Banca mondiale, gode invece della fiducia dell’establishment americano. È un tecnocrate, con un profilo molto diverso dai signori della guerra che costellano il panorama politico afghano, un personaggio adatto ad accogliere in Afghanistan senza troppe domande il modello di economica neoliberista che Washington esporta nel mondo. Pur rispettato all’estero, Ghani non ha più la fiducia della popolazione afghana: in campagna elettorale aveva promesso molto, grandi riforme, trasparenza assoluta, inclusione sociale, partecipazione dei cittadini, lotta ai Talebani, pace, sicurezza e un maggiore benessere, ma le cose vanno in senso contrario, anche perché il suo governo è paralizzato nell’antagonismo tra lui e quello che era il suo principale sfidante alle elezioni presidenziali, Abdullah Abdullah, diventato poi una sorta di “primo ministro” su pressione dell’allora segretario di Stato Usa, John Kerry. Insomma, il governo bicefalo Ghani-Abdullah è screditato agli occhi degli afghani. Estenuati da un conflitto che continua a mietere vittime, da un’economia fragilissima e dal consolidamento dei Talebani, che oggi controllano ampie porzioni del territorio nazionale.

I continui attentati, l’ultimo devastante dell’8 marzo, dimostrano come l’Afghanistan sia sempre sull’orlo di una guerra civile che vede, tra gli altri, come attori Daesh, al-Qaeda e il Califfato, un mix di potere e dottrina religiosa? L’attacco dell’8 marzo, un vero e proprio assalto di militari addestrati, lascerebbe pensare che la determinazione dell’Is stia crescendo nel Paese puntando anche al controllo di qualche regione. Quanto è avanzata la loro presenza e, esistono relazioni, anche militari, con i Talebani? E l’oppio (anche i lapislazzuli) come risorsa immensa per finanziarsi?
Il Califfo Abu Bakr al-Baghdadi ha tentato di guadagnare consensi anche in Afghanistan, un paese centrale nella storia dell’islamismo radicale, perché è la culla del jihad contemporaneo. Così, ha inaugurato la cosiddetta Provincia del Khorasan, un termine con cui si intende un’area molto ampia dell’Asia centrale, ma in particolare il Pakistan e, appunto, l’Afghanistan. Il tentativo di raccogliere consensi, uomini e territorio in Afghanistan però non ha funzionato.
opertina arcipelago_jihad di giuliano battistonOggi lo Stato islamico può vantare il controllo di alcuni distretti periferici della provincia orientale di Nangarhar, al confine con il Pakistan, lì dove è più diffuso il salafismo, la corrente dell’Islam sunnita minoritaria in Afghanistan, ma poco altro. Nel Paese, lo Stato islamico è combattuto non solo dalle truppe governative e dalle forze speciali americane, ma anche dai Talebani. Tra Talebani e Stato islamico c’è un forte antagonismo, dovuto a ragioni dottrinali, ideologiche, e al fatto che i Talebani hanno sempre gravitato – a volte riluttanti, a volte meno – nell’orbita di al-Qaeda, l’organizzazione a cui lo Stato islamico cerca di sottrarre l’egemonia sul jihad globale. Soprattutto, i Talebani hanno un’agenda prevalentemente domestica, e non intendono permettere che jihadisti settari e dall’agenda globale come quelli dello Stato islamico gli rovinino la “piazza”. Le relazioni sono di opposizione, di aperto antagonismo. Vale la pena ricordare che, con il fatto stesso di auto-proclamarsi Califfo, Abu Bakr al-Baghdadi, il leader dello Stato islamico ha esautorato il titolo di “Guida dei fedeli” che dal 1996 rivendicava il leader dei Talebani, mullah Omar. I Talebani hanno sempre guardato con sospetto allo Stato islamico, e sebbene qualche militante di medio-basso rango abbia deciso di cambiare casacca per ragioni di opportunismo o di soldi, è difficile – direi impossibile – che lo Stato islamico possa consolidarsi troppo in Afghanistan.

Dopo un mese di chiusura le autorità pachistane hanno riaperto i posti di frontiera di Chaman e Torkham con l’Afghanistan. Le relazioni tra i due paesi sono sempre critiche, può spiegarci il motivo insieme al ruolo di Islamabad nella regione?
I rapporti tra Kabul e Islamabad sono storicamente complicati. C’è un fattore strutturale: la contesa sulla Durand Line, la linea di confine stabilita a tavolino dagli inglesi alla fine dell’Ottocento. E ci sono fattori più contingenti. Kabul ritiene per esempio, e a ragione, che Islamabad continui a sostenere i Talebani, per esercitare qualche forma di controllo su un’area che viene considerata strategica, nella partita tra Pakistan e India, rivali storici che continuano a contendersi il Kashmir. Per gli afghani, dietro ogni problema c’è la mano dei pachistani, dei servizi segreti militari. Si tratta di una sorta di ossessione, radicata in motivi reali. Il rapporto tra le popolazioni è buono, ma c’è un fortissimo sospetto reciproco tra governi. E Islamabad ha un’altra arma da usare contro Kabul: i milioni di rifugiati afghani che hanno lasciato il paese nel corso di quasi quarant’anni di conflitto (perché il conflitto comincia con l’occupazione sovietica del 1979), molti dei quali negli ultimi mesi sono stati rispediti in Afghanistan, aggravando una situazione umanitaria già catastrofica. Islamabad usa l’arma dei profughi sia contro Kabul sia nei confronti degli Usa, a cui manda a dire: “se non continuate a finanziare le nostre spese militari, faremo esplodere la bomba demografica in Afghanistan“. Ma sui profughi e i migranti anche l’Unione europea gioca sporco: ha condizionato i fondi alla ricostruzione e per lo sviluppo, essenziali per l’Afghanistan, all’accettazione da parte di Kabul di un accordo che prevede il rimpatrio anche forzato di tutti quegli afghani ora in Europa la cui richiesta di asilo non viene accettata. Un ricatto vero e proprio. Per tornare al rapporto con il Pakistan, va aggiunto che, a dispetto dell’ostilità con cui si guardano i due governi, qualche forma di collaborazione è indispensabile: non ci potrà essere pace in Afghanistan se nel processo di pace non sarà coinvolta anche Islamabad.

Non mi sembra che le forze militari, degli USA prima di tutto, siano servite a molto. L’aggravante è l’incapacità e la voglia di provare seriamente a mettere intorno ad un tavolo tutte le parti coinvolte – Talibani inclusi – per avviare un percorso di pace. Adesso secondo l’agenzia afghana Pajhwok si dovrebbe tenere una Conferenza di Pace sull’Afghanistan a Mosca il 14 aprile? È così impossibile che non valeva e non vale la pena tentare? La Russia riprende le redini della diplomazia come in Siria? Trump e la sua amministrazione che ruolo pensa giocheranno in Afghanistan?
Io ritengo che la stessa presenza delle truppe militari statunitensi, così come quelle degli altri “alleati”, abbia alimentato la macchina della propaganda anti-governativa, dunque favorito i Talebani. Gli afghani che ho incontrato in questi dieci anni di viaggi ricorrenti nel paese la pensano in modo diverso tra di loro, a seconda delle aree geografiche, dei background sociali e culturali, degli interessi che hanno. Ma tutti enfatizzano un dato di fatto: le truppe straniere promettevano di portare pace e sicurezza. Pace e sicurezza però non ci sono. Ognuno poi ne trae conseguenze diverse.
Quanto al processo negoziale, c’è da dire che da alcuni anni perfino l’amministrazione americana ha riconosciuto la necessità di un processo di pace, ma si tratta di una strada molto complicata, perché occorre mettere allo stesso tavolo le potenze regionali, con interessi spesso divergenti, e perché le aperture al negoziato sono state spesso troppo intermittenti. Obama per esempio ci aveva provato, ma verso la fine del suo secondo mandato, quando era chiaro che la sua amministrazione non avrebbe portato a casa nulla di significativo, è tornato a insistere sulla vecchia strategia del contro-terrorismo e degli omicidi mirati. Una strategia che permette di eliminare alcuni leader talebani, ma che allo stesso tempo alimenta la mobilitazione anti-governativa (perché produce vittime civili) e, rompendo la catena di comando talebana, rende più difficile trovare un interlocutore con cui sedersi poi al tavolo negoziale. Quanto a Trump, a Kabul aspettano ancora di capire quale sia la sua politica. Se si affidasse, com’è prevedibile, alla vecchia ricetta del “più truppe e più droni”, la guerra afghana sarebbe destinata a prolungarsi. Ma noi europei saremmo comunque troppo distratti per accorgercene.
Pasquale Esposito

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