L’Africa della ricchezza di pochi e della povertà di molti

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Un dollaro e venticinque centesimi al giorno. Questa è la soglia numerica della povertà estrema, quella che affianca la malattia e la morte, quella che non dice della sofferenza umana. Quella che non dice quanti vivono con due, tre, quattro … dollari al giorno.

Qualche mese fa il Rapporto della Banca Mondiale – “The State of Poor” – spiegava  tra il 1981 e il 2010 la popolazione mondiale che viveva con meno di 1,25 dollari al giorno è passata da 1,9 miliardi a 1,2 miliardi che in percentuale significa un arretramento dal 52% al 21%. Il grosso di questo calo è ascrivibile in buona parte ai miglioramenti avvenuti in quel ventennio in Cina e in Asia Orientale.


Tanzania. Rifugiato angolano al lavoro. Foto Angelo Capitani
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La povertà viene osservata in 49 paesi che compongono la Least Developed Countries (LDC) e di questo gruppo 34 paesi appartengono al continente africano. Il dramma qui è rimasto quasi intatto perché la rilevazione alla partenza erano il 51% della popolazione e nel 2010 era ancora il 48%, con una concentrazione particolare nell’Africa Sub-Sahariana dove i poveri allo stremo delle forze sono raddoppiati da 205 milioni a 414 milioni.
Questo nonostante siano stati fatti significativi passi avanti nelle economie di alcuni paesi e, soprattutto, nonostante la ricchezza generale del continente fatta tra la l’altro di risorse minerarie e di terreni coltivabili.

La Commissione economica delle Nazioni Unite per l’Africa (Uneca) e la Banca Mondiale ritengono che l’Africa abbia le potenzialità per arrivare ad essere il nuovo granaio della Terra. A tutt’oggi qui sono presenti il 60% delle terre coltivabili non ancora sfruttate sul totale mondiale e sono anche di “buona qualità” visto un tasso di inquinamento inferiore.
Mozambico, Nigeria e Tanzania sono le nazioni con maggiori disponibilità di campi da coltivare secondo uno studio di Grow Africa  (partenariato istituito dal Forum economico mondiale per favorire lo sviluppo agricolo).
Questa posizione favorevole potrebbe non risolvere nemmeno i problemi di carestia che con notevole frequenza si verificano nel continente. Il controllo dei terreni sta passando di mano a vantaggio di multinazionali e stati sovrani alla ricerca di terre per garantirsi il futuro alimentare o magari energetico con coltivazioni adatte per i biocarburanti. Il fenomeno è quello dell’accaparramento delle terre di cui abbiamo parlato qui in altre occasioni.
Il controllo delle risorse minerarie è l’altro aspetto di una ricchezza che estende la povertà.
Uno dei paesi più poveri al mondo è il Congo, ma i suoi cittadini non ricevono quasi nulla in cambio per un’immensa ricchezza di cui dispone: il coltan un minerale senza il quale non si possono far funzionare apparecchi elettronici, a cominciare dai cellulari, e quasi l’80% delle riserve mondiali sono in quel paese oggetto di prede molto fameliche. Il cotone pregiato è coltivato e venduto a prezzi stracciati da due paesi che appartengono alla LDC, lista dei più poveri: Burkina Faso e Tanzania.


Tanzania. Lavoro nei campi. Foto Angelo Capitani
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Le sperequazioni  condite di ingiustizie appartengono anche alle storie interne delle nazioni africane. Qualche giorno addietro la rivista Ventures ha presentato come è distribuita la ricchezza tra quei cinquantaquattro miliardari del continente. In Nigeria ne vivono addirittura venti di loro e tra questi il primo della lista Aliko Dangote con i suoi 20 miliardi di dollari e passa che coprono svariate attività e paesi africani. Il secondo gruppo è  composto da egiziani. E lascio a voi le considerazioni per una realtà impossibile da giustificare, né sotto un profilo economico né etico.

Chiudo l’articolo con un’altra notizia apparsa in questi giorni, ma questa volta il contenuto presenta aspetti positivi.
In una ricerca  effettuata dalla Fondazione Mo Ibrahim secondo la quale, confrontando gli anni che vanno dal 2000 al 2012, la qualità dei governi africani è migliorata e questo progresso è stato particolarmente accentuato in Angola, Liberia e Sierra Leone. Va detto che i risultati positivi hanno riguardato 46 nazioni su 52 meglio governati in base ad una complessa serie di parametri. In testa alla lista ci sono le Mauritius, Capo Verde e Botswana. Ultima della lista la martoriata Somalia insieme alla quale perde terreno il Centrafrica dove la situazione peggiore sempre più a sette mesi dal colpo di stato che ha portato nel caos il paese e rischia di coinvolgere anche gli stati confinanti.

Pasquale Esposito

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