Lagartijas Tiradas al Sol, Lázaro

Lázaro Gabino Rodríguez e Luisa Pardo in Lázaro ©Piero Tauro

Il Roma Europa Festival è una finestra sul mondo, perché consente di affacciarsi su realtà materialmente lontane con cui, altrimenti, sarebbe difficile entrare in contatto. Tra queste, sono grata al REF per aver presentato, in prima nazionale, Lázaro realizzato dalla compagnia messicana Lagartijas Tiradas al Sol. Uno spettacolo intensissimo, emozionante, dal carattere filosofico, che ruota intorno alla questione esistenziale dell'.

La società attuale ha fatto, in un certo senso, deflagrare il concetto di identità, che, oggetto di contraddizioni, viene messo costantemente in crisi. Da una parte, sta prendendo piede un'idea di identità sempre più fluida e scivolosa, che rivendica la libertà di “essere tutto”, senza considerare che, mettere in discussione “tutto”, potrebbe tradursi nel suo opposto: “non essere nulla”. Allo stesso tempo, la società attuale celebra l'apparenza che si esplica nella necessità della presenza in rete e sui social e che, nell'ottica del protagonista di Lázaro, sfocia nella: tirannia della bellezza, per cui bisogna “essere sempre di più”; più felici, più fichi, più magri, più belli, più eccessivi.

La paura di “essere nessuno” è l'argomento principe di quest'opera teatrale, che, come specificato nella dichiarazione di intenti dei fondatori della compagnia Lagartijas Tiradas al Sol: Non ha nulla a che fare con l'intrattenimento, è uno spazio per pensare, articolare, dislocare e svelare ciò che la vita quotidiana fonde, trascura o ci presenta come scontato”. Lázaro affronta questa paura atavica che il protagonista nutre fin dall'infanzia e che tenta di risolvere distinguendosi dagli altri a tutti i costi, ovvero stando sempre e costantemente contro.

Gabino Rodríguez / Lázaro è un personaggio complesso, dalle numerose sfaccettature con cui entriamo in contatto prima per via indiretta, tramite Luisa Pardo, co-protagonista dello spettacolo e co-fondatrice della compagnia e le testimonianze di altre persone; poi attraverso gli scritti autografi e, infine, conoscendolo direttamente.
Luisa Pardo apre la pièce parlandoci di Gabino al passato, come se fosse morto. Ci racconta del loro rapporto e del suo legame con la madre, interrotto bruscamente a causa della prematura scomparsa di lei dovuta a un cancro. Ci parla della crisi generata da questa separazione, mai metabolizzata dal protagonista, convinto che la madre non sia realmente morta ma che lo abbia deliberatamente abbandonato. Nello stesso tempo, Luisa ci parla di Gabino, attraverso le testimonianze di diciotto persone che ebbero l'occasione di conoscerlo; e tramite la toccante esposizione dei suoi effetti personali su un telo bianco, che ricorda un sudario.

Lázaro Gabino Rodríguez e Luisa Pardo in Lázaro ©Piero Tauro
Lázaro Gabino Rodríguez e Luisa Pardo in Lázaro ©Piero Tauro

 

Per Gabino Rodríguez: “Recitare è un atto di ribellione che pone la domanda più ovvia io sono io?” Tale quesito si fa ancora più eclatante per Gabino, il cui destino di attore sembra segnato sin dall'infanzia, quando diceva così tante e ben architettate bugie da far esclamare: “Amava fingere, sembrava nato per fare l'attore”.
Ancor prima di mettere in crisi la sua identità – rappresentata metaforicamente dal rostro: i tratti somatici del volto e dalla propria storia personale – Gabino aveva, dunque, fatto della menzogna la sua verità, facendo sì che la sua esistenza fosse indissolubilmente legata alla recitazione. E che per Gabino l'esperienza attoriale non fosse solo una passione ma proprio un destino, è confermato dall'assurda coincidenza che tutti i personaggi da lui interpretati fossero altrettanti Gabino. Andando a rimarcare l'ineluttabile e sinistra corrispondenza tra arte e vita.

I piani di realtà per Gabino si confondono, si mischiano e si compenetrano. Egli confessa di cominciare a pensare al cambio di identità quando si accorge che, nella vita, si ritrova a ripercorrere le scene tratte dai suoi film. Come se, soggetto a una drammatica depersonalizzazione, non riuscisse più a distinguere la verità dalla finzione.
Nello spettacolo questi piani di realtà sono rappresentati dalle diverse voci che entrano in scena che parlano “di e per” il protagonista: Luisa, le testimonianze, gli oggetti, i video. La telecamera amplifica la sensazione di spaesamento e, dunque, il messaggio dello spettacolo, perché mette in discussione la realtà proposta agli spettatori, nella misura in cui viene usata anche in tempo reale, creando in scena tre realtà parallele e provocando, quindi, una metaforica duplicazione delle identità in gioco. Quella vissuta dal pubblico, quella interpretata dagli attori e quella proiettata dagli stessi.

Durante lo spettacolo assistiamo alla progressiva metamorfosi dei due personaggi in clown. Una figura complessa, un “contenitore di opposti” che rappresenta il “non essere” per eccellenza, dal viso truccato, simbolo di una maschera perenne. Come per dire che il Lázaro in cui si trasforma il protagonista non è più vero della faccia dipinta da clown, un'altra finzione per ingannare se stessi e gli altri.

Questa trasformazione è drammatica soprattutto in Luisa, perché avviene lentamente, con il crescere del pathos che lei trasmette in maniera struggente, come se le macchie rosse sul viso rappresentassero l'impossibilità di comprendere, fino in fondo, il dramma dell'amico. L'incomunicabilità nell'era della comunicazione.

Penso che la compagnia non intenda offrire una risposta alle domande esistenziali poste dal testo: “Cosa mi fa essere me e non qualcun altro? Come si diventa un altro? È davvero possibile smettere di essere quello che sono?”. Penso che l'essere umano, in quanto tale si trasformi, cambi sempre, evolva e retroceda, insomma, non sia mai uguale a se stesso. Anche perché la vita non è un film e non segue un copione prestabilito. Forse, aggiungerei, che non è del tutto sbagliato cambiare a seconda delle circostanze e rapportarsi in modo diverso ai vari contesti e situazioni che si affrontano.

Sicuramente, l'identità dell'essere umano va oltre l'aspetto fisico. Pensare di sfuggire ai propri fantasmi, ricorrendo alla chirurgia estetica è una vana illusione, come sa perfettamente il protagonista che, non a caso, cita vari personaggi tra cui Michel Jackson. E, per quanto la contemporaneità sia ricca di contraddizioni, credo che offra ampio spazio anche a chi desidera andare più a fondo, oltre la superficie e l'apparenza.

Trovo che Lázaro sia un'opera davvero ben costruita e recitata, tanto che è inevitabile chiedersi quanto di Gabino Rodríguez ci sia effettivamente nel suo personaggio e, ancora, se sia possibile distinguere tra attore e personaggio. Insomma, lo spettacolo è perfettamente riuscito nel suo duplice intento di porre domande e nel mostrare che “le cose sono come sono, ma che possono anche essere differenti.

Ludovica Palmieri

 

Lázaro
Un progetto di Lagartijas Tiradas al Sol
Sviluppato: Luisa Pardo e Lázaro Gabino Rodríguez
Accompagnamento: Mariana Villegas e Francisco Barreiro
Spazio: Sergio López Vigueras
Traduzione: Salvador Amores
Creato nell'ambito di “My documents” di Lola Arias
Coproduzione: Mousonturm Frankfurt am Main mit, Kampnagel Hamburg, Kaserne Basel e Münchner Kammerspielen

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