L’albero della cuccagna. Puntata 2

L'albero della cuccagna
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Ora Sebastiano si sentiva veramente rilassato e se avesse avuto ancora una sigaretta da fumare, l’appagamento sarebbe stato completo anche perché avvertiva crescere la curiosità nei confronti di quell’uomo; voleva vederlo fisicamente, sentirlo parlare, osservare i suoi movimenti, capire bene di fronte a chi avesse capitolato in appena ventiquattro ore, passando dalla profonda abulia – mascherata sapientemente dietro pennelli e colori – ad uno stato di euforia che non provava da tempo.
– Quando riceverà la mia lettera? Speriamo che le Poste siano celeri, accidenti a loro, così forse dopo tre o quattro giorni dalla sua ricezione, mi arriverà la risposta e riprenderò a ragionare su qualcosa di concreto.
E se fosse un plico, con dentro un documento originale magari compromettente per qualche politico?
solito piagnisteo di un secondino che ha fatto quel mestiere solo perché osservante del motto ‘Tengo famiglia’.
Giuro che se capisco che è un pensionato perdi tempo, gli preparo subito una bella risposta del tipo ‘Mi rincresce, ma per sopravvenuti motivi familiari non posso continuare il colloquio epistolare avuto sin qui. La ringrazio ecc. ecc.’
Ma perché devo farmi sopraffare da questi stupidi e inconsistenti pensieri! Manteniamo la calma.
Quando arriverà la lettera – ma poi, sono sicuro che arriverà? – la leggerò e deciderò il da farsi.
Ora è meglio che finisca di dipingere la mia natura morta-

Gli stessi prorompenti e disordinati pensieri affollavano la testa anche di Angelo; ovviamente nel senso opposto.
– L’avrà ricevuta la mia lettera? Chissà che effetto gli ha fatto! L’avrò annoiato… indispettito? Sicuramente l’avrà letta con sufficienza – immagina quante ne avrà ricevute!
E chissà se poi mi risponderà. Beh, comunque vada, io ho fatto quello che volevo fare e se poi mi dirà che non è interessato… amen. Mi metto l’animo in pace e vado avanti. Ora la prima cosa da fare è mantenere la concentrazione – pensò Angelo pulendo con delicatezza le lenti dei suoi occhiali. – Devo cominciare a pensare a come impostare la mia prima lettera; dovrò presentarmi, fornirgli qualche dato sulla mia vita e poi entrare subito in discorso. Si, ma da dove iniziare? Dipenderà da quello che mi dirà nella risposta -. Questa semplice considerazione allentò la tensione di Angelo che ora, più disteso, poté portare a termine la prolungata ed elaborata pulizia delle lenti.

Senza saperlo Angelo e Sebastiano, nelle rispettive abitazioni, stavano vivendo le stesse angosce perché la ricezione di quelle lettere rappresentava il loro riscatto generazionale ed anche anagrafico, l’affermazione della loro esistenza come uomini.
Angelo, poteva finalmente scrollarsi di dosso quell’etichetta di emarginato che il suo lavoro gli aveva inevitabilmente stampato addosso ed ora che, forse, un famoso uomo di cultura si era dichiarato disposto a sentire quello che aveva da dire, lo inorgogliva a tal punto da fargli dimenticare tutti i pregiudizi che persone come lui si portavano dietro.
Sebastiano, dal canto suo, pur con tutte le riserve, si era profondamente commosso nel solo riscontrare che qualcuno si ricordava del suo lavoro, della sua militanza civile, e anche del suo coraggio fisico. Gli anni li aveva, ma ora come d’incanto, sembravano non pesargli più. Il solo fatto di essere stato oggetto dei pensieri di qualcuno, gli aveva fatto tirare il freno a mano al carro della vita che appariva incanalato verso una discesa ripida, diretta all’indesiderato esito finale.

La risposta di Colli arrivò finalmente dopo pochi giorni e fu consegnata ad Angelo in maniera alquanto insolita; di ritorno a casa dalla spesa fatta al mercato rionale, con due pesanti buste di plastica che occupavano le mani, incrociò il postino che come lo vide tirò fuori la busta ma prima di poter dire qualcosa fu preceduto dall’invito di un raggiante Angelo che quasi gli ordinò – Mettila nella mia tasca senza sgualcirla. Ora non posso fermarmi, ma domani ti offro il caffè. Ciao e grazie. – Con quella lettera in tasca, Angelo aumentò l’andatura perché la crescente frenesia gli faceva apparire il portone di casa distante chilometri e non poco più di un centinaio di metri.
Appena dentro l’androne, imboccò di corsa le scale facendo i gradini a coppia, sebbene il suo vicino, fermo con l’ascensore aperto, l’avesse atteso per salire insieme al piano.
Velocemente si liberò delle buste e presa la lettera con la delicatezza che si presta per un antico manoscritto, si sedette al tavolo di cucina e cominciò ad osservarla.
Notò subito che l’intestazione era stata scritta a penna e questo gli fece supporre che Colli avesse accettato sia la sua offerta che il mezzo per mantenere il contatto.
Buon inizio, pensò.
Poi girò la busta e lesse: Sebastiano Colli, Viale Gorizia 26 00198 Roma.
– Immaginavo che potesse abitare in quel quartiere alto borghese -, fu la prima considerazione di Angelo.
Distese la lettera sul tavolo e cominciò a leggere. Un minuto appena e la sua soddisfazione per la risposta si tramutò in gioia, contenuta, manifestata solo da un leggero sorriso dato che da anni non gli capitava più di provare soddisfazione per qualcosa.
– Ora, – rifletté, – devo concentrarmi sulla risposta – che, come da giorni andava pensando, avrebbe dovuto contenere qualche cenno biografico e poi… e poi scrivendo sarebbe venuto il resto.

Stimato Dottor Colli,
ho ricevuto la sua lettera di risposta che, come può immaginare, è stata molto gradita.
Credo che la prima cosa da fare sia presentarmi e lo faccio dicendole che sono nato in Sicilia, a Lercara Friddi, nel 1947. Ho trascorso la giovinezza nel mio paese, facendo diversi mestieri e frequentando le scuole serali. Come forse saprà, alla fine degli anni ’60 non c’erano grandi opportunità di lavoro per tutti e la mia Terra era ancora ad un livello di sottosviluppo che non concedeva spazi per immaginare un futuro diverso.
Il mio paese, poi, ti segnava già quando nascevi; lì c’era nato Salvatore Lucanìa, conosciuto dal mondo intero con il nome di Lucky Luciano e quindi appena giovanetto, se volevi mangiare, dovevi metterti alle dipendenze dei suoi uomini che ti dicevano cosa fare e cosa non fare.
L’unica alternativa che c’era, a ben vedere, era molto pericolosa da intraprendere perché nessuno in famiglia e in paese l’avrebbe capita ma, se poi questo fosse accaduto, c’era quasi la certezza matematica di essere fatto fuori. L’alternativa, come avrà intuito, era quella di entrare in Polizia con il concorso.
Io, Dottor Colli, solo una cosa avevo chiara; se il destino mi avesse obbligato a prestare un giuramento di fedeltà a qualcuno o a qualcosa, mai l’avrei fatto per una famiglia mafiosa. A costo della vita stessa. Così cominciò a crescere nella mia testa l’idea di adoperarmi per combattere quella mentalità e quegli uomini, intuendo che l’unico modo per farlo era di stargli accanto, controllarli ed evitare che i loro comportamenti e i loro discorsi, fossero mal interpretati. Ed eccomi nel 1970, a 23 anni, con la divisa degli agenti di custodia, prendere servizio presso il carcere di Pianosa.
Per una recluta alle prime armi era una prova durissima ma, come vede, sono sopravvissuto! Poi ho prestato servizio in altre prigioni, girando mezza Italia; ho conosciuto il Gen. Dalla Chiesa, ho vissuto quelli che chiamano gli ‘anni di piombo ‘ e la riforma del sistema carcerario con l’introduzione del 41bis.
Finalmente nel 2005, dopo 35 anni di servizio, sono andato in pensione soddisfatto del lavoro svolto. Solo una cosa mi ha profondamente ferito ed umiliato; mi permetto di riferirgliela perché so che comprenderà.
Appena in pensione, quasi tutti i miei amici mi sorridevano ma con un sorriso sarcastico, pieno di sottintesi, finché un giorno chiesi ragione di quel comportamento e un po’ tutti in coro mi fecero capire che l’albero della cuccagna era finito. Niente più privilegi, niente più favori; ora ero un cittadino pensionato come tutti e questo li rendeva felici perché erano convinti che aver fatto il ‘secondino’ significava prendere soldi a sbafo dallo Stato e non fare nulla.
Caro Dottor Colli, questa è una ferita che ancora mi porto dentro e parlarne con lei mi concede un minimo di sollievo. Ora non voglio appesantirla con tutte queste considerazioni, pertanto, se lei volesse continuare a parlare con me e conoscere quello che è stato – e forse è ancora – il mondo carcerario, la prego di non porsi scrupoli e rivolgermi qualunque tipo di domanda.
Grazie ancora per la sua disponibilità.

Angelo Brandimarte

Quando la lettera arrivò, Sebastiano Colli l’accantonò insieme all’altra corrispondenza che avrebbe letto, come sempre, dopo cena davanti al computer. Individuarla non fu difficile perché era l’unica busta con l’indirizzo scritto a penna e questa particolarità, oltre a farlo sorridere, gli fece ricordare l’impegno preso e pertanto, con curiosità si accinse a leggere cosa avesse da dirgli quell’interlocutore ancora sconosciuto sotto ogni punto di vista.
– Comunque ha una bella scrittura questo Brandi… come si chiama. Distesa, lineare, usa bene la punteggiatura ed è sintetico ed essenziale – pensò Sebastiano dopo una prima scorsa alla lettera.

Stefano Ferrarese

Puntata 1

L’albero della cuccagna è uno dei racconti della raccolta
Mettersi in gioco di Stefano Ferrarese
Casa Editrice Serena
pag. 219
€ 15,00

Copertina
Sarah Del Giudice
Mettersi in gioco
Opera in bronzo, 2008

Le successive puntate saranno pubblicate ogni sabato alle ore 15:00

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