L’albero della cuccagna. Puntata 4

L'albero della cuccagna
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La lettera giunse dopo tre giorni e fu presa da Sebastiano con una foga tale da far pensare, al suo portinaio, che potesse contenere informazioni su di una eredità o qualche vincita milionaria.
Questa volta non la poggiò insieme all’altra corrispondenza che avrebbe letto in serata, ma si accomodò in poltrona e con il suo tagliacarte aprì delicatamente il lembo posteriore.
La lesse tutta d’un fiato, poi la riprese notando ancora una volta la caratteristica scrittura di Brandimarte, fatta di frasi brevi, essenziali e precise nella descrizione dei fatti.
Notò l’accenno ad un particolare della sua vita, appena abbozzato e subito ritirato dal discorso, sicuramente per non concedere spazi all’immaginazione del lettore.
– È proprio un tipo particolare questo Brandimarte. Vuole parlare, dire tante cose, mai poi si ritrae come fosse assalito dal pentimento. Quasi ne fa un vanto sentirsi culturalmente carente per poi stupirti, magari, con affermazioni che non ti aspetti. Comunque, lascia chiaramente intendere che è uno con le idee chiare; ha i suoi convincimenti e non credo che li abbandoni tanto facilmente.
Certo, ci vorrebbe uno psicologo per capirlo a fondo, ma a me risulta simpatico. Ecco, se dovessi paragonarlo ad un animale penserei ad un paguro, che vive rintanato nella sua conchiglia e qualche volta esce per vedere il mondo cosa fa, così per curiosità, perché tanto a lui non interessa. Bene, signor paguro Brandimarte, ora ti stano io.
Risponderò alla sua lettera riferendogli delle mie idee sul carcere duro e, dulcis in fundo, proverò a fargli raccontare di quello spicchio di vita che ha sapientemente nascosto sotto la sabbia -.

Caro Signor Brandimarte,
finalmente è arrivata la sua lettera. Sa, mi sto lentamente abituando a questa consuetudine che, lo confesso, una eventuale interruzione della nostra corrispondenza mi dispiacerebbe molto. Ma veniamo a noi.
Io le avevo chiesto notizie in generale sulle carceri speciali e lei, devo dargliene atto, mi ha fornito molti elementi per intavolare una corposa discussione sull’argomento.
Si, perché quello che lei mi dice, apre anche una finestra non troppo piccola su di un altro problema e cioè l’aspetto etico della pena, o meglio, l’eticità dello Stato quando di fatto si comporta come un vendicatore che annienta il suo avversario.
Il vero problema è: fino a che punto può spingersi uno Stato democratico nell’uso dei mezzi coercitivi per far rispettare la legge e stroncare il crimine? Esiste un limite?
O l’integrità statuale è vista come il bene assoluto da difendere con qualunque mezzo? Non ho risposte pronte da darle, magari già confezionate per essere usate, e questo è il motivo per il quale provo rispetto e ammirazione nei suoi confronti quando, con estrema onestà mentale, di fronte alle norme che regolano il 41 bis, mi dice di essersi sentito in difficoltà e quasi espropriato del suo lavoro di affiancamento al carcerato – mi passi il termine – rapinato dell’idea che lo aveva spinto ad indossare quella divisa.
Posso umanamente capirla, ma non posso non tornare al mio punto iniziale. Lei ricorderà il periodo degli ‘anni di piombo ‘ che prima di scatenarsi in Italia, si abbatterono sulla Germania. Il mio riferimento al gruppo della ‘R.A.F.’
Le apparirà evidente come evidenti le appariranno le molte similitudini fra l’attacco allo Stato portato dai terroristi e quello portato dai mafiosi.
Certo, le due cose non sono assimilabili fra di loro; un conto è l’ideologia politica, per quanto estrema possa essere, ed un conto è la sub-cultura mafiosa, se mi passa il termine.
Ebbene, pur nelle loro evidenti diversità tutte e due hanno tentato di incrinare la stabilità dello Stato, riuscendo a farlo vacillare non tanto sotto il profilo della sua tenuta, bensì sul tipo di risposta che uno Stato di diritto può e deve dare.
Nel 1977, la Germania ruppe gli argini della sua Costituzione e, molto più prosaicamente, scavalcò anche le leggi che lei stessa si era data. La storia la conoscerà; i capi terroristi furono ‘suicidati’ in carcere, mettendo praticamente fine alla crescita quasi esponenziale che il terrorismo stava compiendo.
Che dire? Possiamo parlare di un’etica pragmatica o di un pragmatismo etico?
Ecco, se permette, direi che la Germania dell’epoca abbia tratto ispirazione per i suoi comportamenti dalla sintesi hegeliana, che vede lo Stato immune dai vincoli imposti dalla morale o da altre fonti del diritto.
In Italia, come ha ben sottolineato lei, si è pensato di ricorrere ad un metodo più ‘sofisticato’ – uso le sue parole – che salvasse la facciata di legalità ma che comunque fosse capace di raggiungere lo scopo. Così si sono pensati le carceri speciali che, da quanto apprendo dai giornali, potrebbero a breve aumentare di numero.
Probabilmente ora, dopo questa lunga e spero non noiosa disquisizione, lei si attenderà di conoscere il mio pensiero.
Forse la deluderà apprendere che credo nella difesa dello Stato, anche se questa debba passare per un manifesto accantonamento dei principi del diritto. Ma bisognerà sorvegliare sulla corretta applicazione di queste norme che continuo a ritenere legate all’emergenza.
Spero di poter continuare la corrispondenza con lei su questo specifico punto e conoscere il suo pensiero.
Ora vorrei toccare un punto che lei ha appena accennato, purché tale mia richiesta non invada la sua sfera personale e le appaia una indebita ingerenza.
Mi riferisco a quel fatto che le è accaduto nel 1998 e sul quale sta ancora riflettendo. Probabilmente è legato al suo lavoro e forse conoscerlo insieme potrebbe aiutarci nel prosieguo della nostra conversazione, come pure avere notizie sulla localizzazione del suo cognome in Sicilia, dato che mi risulta essere presente nelle zone dell’Italia centrale.
Attendo con rinnovato interesse la sua risposta e le porgo i miei più sentiti saluti.

Sebastiano Colli

 

Anche Angelo attendeva con ansia l’arrivo della lettera e quando il postino del quartiere provò a consegnargliela personalmente, come favore per la loro amicizia, quasi la tolse dalle mani dell’incredulo uomo liquidandolo con la solita promessa di offrirgli l’ennesimo caffè.
Il suo tavolo in cucina, deputato alla lettura delle notizie importanti, era già sgombero e pronto per ospitare quei preziosi fogli di carta.
Inforcati gli occhiali, Angelo si gettò in una lettura spasmodica assecondando con lenti movimenti della testa ogni riga letta. Appena terminato l’impegnativo esercizio, con una violenta manata spinse lontano quei fogli di carta, seguiti poco dopo dagli occhiali.
– No, no, non ci siamo. Non ha capito nulla. Ma come, io gli parlo di detenuti, di corpi sofferenti, di persone umiliate, di esseri calpestati, e lui… e lui mi fa la lezione di storia sul terrorismo, mi parla di etica dello Stato, di Hegel, ma Cristo… che c’entra tutto questo?
Possibile che quest’uomo abbia perso la sensibilità che ha sempre dimostrato di avere? Colli, sei una delusione!
Forse, però, la colpa è mia. Non avrei dovuto scriverla quella maledetta prima lettera o, almeno, non avrei dovuto scriverla a lui! Intellettuale imborghesito, che si nasconde dietro i soliti paroloni; che vuole dimostrarmi? Che lui ne sa più di me su come deve andare il mondo?
È così! Mi ha fatto capire che ognuno deve stare al suo posto; i detenuti nella loro prigione, bella o brutta che sia, ed io pensionato, come lui tra l’altro, devo andare al dopolavoro per il tresette e basta, perché tanto non posso arrivare a comprendere la sottigliezza dei suoi ragionamenti.
Ma io non mi ritiro. Ti ho agganciato, caro Colli, e ora non ti lascio più. Prima di parlare di etica, morale, entra dentro un carcere e poi vediamo!
Ora ti rispondo e ti faccio una proposta, così se accetti ti racconto anche quello che mi è accaduto nel ’98 e capirai anche qualcosa del mio cognome –
Preso dall’ira, Angelo andò per prima cosa a ricontrollare il contenuto del suo zainetto per essere sicuro che dentro ci fosse ancora tutto quel materiale, più il libro, che avrebbe mostrato a Sebastiano Colli.
Poi, riconquistata la calma, si sedette nuovamente al tavolo di cucina con la penna, ancora una volta, puntata sul margine alto del foglio.

Egregio Dottor Colli,
è sempre con gran piacere che affronto la lettura delle sue lettere e con altrettanta soddisfazione provo a fornirle le mie risposte.
L’ultima sua in ordine di tempo, credo possa essere interpretata come la solare manifestazione del suo pensiero odierno sul mondo carcerario e sulla filosofia che sorregge l’applicazione delle pene.
Non spetta a me esprimere giudizi e, pertanto, mi limito ad osservare che la sua interpretazione della legislazione penitenziaria discende esclusivamente dalle approfondite letture che ha fatto sull’argomento, le quali, però le hanno impedito un efficace riscontro dal vivo, convinto che la ‘carta’ non potesse non affermare il vero. Proprio per questo motivo, ho pensato di farle una proposta; per prima cosa incontriamoci e conosciamoci di persona. Dopo due mesi di serrata corrispondenza credo possa essere di reciproco interesse.
Poi, se fosse d’accordo e i suoi impegni non glielo impedissero, le proporrei di fare un viaggio insieme a vedere il carcere di Pianosa; ritengo che lì potrà rintracciare tutti gli elementi necessari per formarsi un quadro generale del problema. Potrebbe essere questa l’occasione per raccontarle di quell’episodio che le ho citato, perché proprio lì sono sicuro di trovare la forza per farlo.
Sarei sinceramente contento lei potesse accettare la mia idea così, forse, decideremo se continuare a scriverci a distanza, magari a frequentarci, oppure interrompere il nostro rapporto.

Angelo Brandimarte

Stefano Ferrarese

L’albero della cuccagna è uno dei racconti della raccolta
Mettersi in gioco di Stefano Ferrarese
Casa Editrice Serena
pag. 219
€ 15,00

Copertina
Sarah Del Giudice
Mettersi in gioco
Opera in bronzo, 2008

Le successive puntate saranno pubblicate ogni sabato alle ore 15:00

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