L’albero della cuccagna. Puntata 5

L'albero della cuccagna
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La proposta non trovò del tutto impreparato Colli che, in cuor suo, già aveva pensato di proporre un incontro.
Il fatto, poi, di fare il viaggio insieme per raggiungere l’isola di Pianosa lo metteva di buon umore e lo predisponeva ad una più attenta rilettura di quelle lettere per farsi un’idea profonda del suo interlocutore.
– Questo Brandimarte mi incuriosisce sempre di più. Spero che il suo aspetto fisico non stoni con la compattezza delle sue idee. Comunque, delusioni a parte, accetterò la sua proposta perché in definitiva ha ragione. Che senso può avere mantenere in vita un carteggio o magari iniziare una frequentazione se dovessimo scoprire che viaggiamo con le nostre idee su due binari distinti?
Sarebbe una perdita di tempo reciproca, ma non credo che andrà a finire così; sento che vivrò qualche emozione inaspettata perché, se conosco bene il carattere dei siciliani, a loro piace stupirti con i colpi da teatro, con le rappresentazioni iperboliche dei fatti quando meno te lo aspetti, così ti tolgono il tempo di reagire e al massimo, puoi solo chiederti se è tutto vero o magistrale interpretazione della verità.
Bene, non rimane che rispondere dandogli la mia disponibilità al viaggio che pregherò di organizzare come e quando vuole. Anzi, gli proporrò di farlo in auto così avremo possibilità di parlare tranquillamente -.
L’idea fu accolta con piacere da Angelo che fissò l’appuntamento sotto casa sua.
Aveva ventiquattro ore di tempo per preparare quel viaggio, tutto sommato con uno sconosciuto, che aveva sognato e meditato di fare da più di due mesi, da quando cioè aveva iniziato la corrispondenza con Colli.
Sapeva che ora non poteva sbagliare nulla, specialmente l’approccio iniziale. Controllò con meticolosità la lunghezza della sua barba per poi dedicarsi alla scelta degli indumenti che avrebbe indossato il mattino seguente.
Camicia, pullover e giacca a vento furono adagiati con cura sulla poltrona.
Ora aveva tutto il pomeriggio davanti a lui per controllare i documenti che si era proposto di portare per sottoporli all’attenzione di Colli, sempre che ci fosse stato tempo ed interesse per esaminarli. Riaprì per l’ennesima volta il suo zainetto, verificò al tatto la presenza di tutto quello che da tempo aveva stipato dentro, e poi con calma estrasse il vecchio libro di Colli, forse l’unica copia ancora in circolazione, guardò che tutto fosse in ordine e la depose nuovamente dentro.
Adesso non rimaneva che attendere il nuovo giorno.
Anche Sebastiano Colli, da parte sua, stava mentalmente organizzando il viaggio che avrebbe affrontato. Ma non aveva ritagli di giornale da esibire oppure libri da proporre; aveva solo tanta curiosità. Curiosità di conoscere fisicamente quel compagno di viaggio; curiosità di ascoltarlo, si perché una cosa era chiara ed incontrovertibile: era stato Brandimarte a cercarlo, a proporgli di instaurare un contatto epistolare su di un argomento che, in fondo, stava veramente a cuore solo a lui e quindi la regia di quella visita all’ex carcere di Pianosa sarebbe toccata a lui.
Colli, dal canto suo, si propose di assecondare quel viaggio nei ricordi di Angelo senza ostacolarlo e chissà, avrebbe potuto anche rinunciare a conoscere quella storia che gli era stata solo accennata se questo avesse aperto ferite in parte rimarginate nel suo occasionale compagno.
All’ora stabilita per l’incontro, Sebastiano Colli giunse puntuale davanti al portone di Angelo ma non fu necessario attendere perché dalle porte in vetro vide scendere con molta calma un uomo di media altezza, ancora robusto nel fisico, dal portamento eretto, con un piccolo zaino sulle spalle.
Non poteva che essere Angelo.
Sebastiano gli si fece incontro con il braccio teso per il saluto e quando la sua possente mano strinse quelle dita in parte aggredite dall’artrosi, provò lo stesso effetto di un prelievo di sangue. Solo che ora il fluido non usciva ma entrava in lui prepotentemente, come fosse stato spinto su con forza.
Notò che lo sguardo sorridente di Angelo si era quasi bloccato sulla sua possente figura che, a 75 anni, ancora manteneva compattezza ed elasticità.
“Il signor Brandimarte? Buongiorno, sono Sebastiano Colli”.
“Buongiorno; sembra che per lei il tempo non sia passato! Complimenti. Ero convinto che l’avrei rivisto come nei miei ricordi, esclusi i capelli bianchi!” disse Angelo strappando una risata fragorosa a Sebastiano.
Il viaggio fino a Piombino, porto d’imbarco per Pianosa, fu tranquillo e piacevole anche se ognuno di loro studiò mentalmente la tattica migliore per far parlare l’altro.
Sebastiano, fedele alla sua idea, non aveva intavolato alcun discorso, limitandosi ad assecondare gli argomenti scelti da Angelo.
Questi, dal canto suo, aveva fatto molta attenzione a non portare la discussione sul tema a lui a cuore, perché voleva farlo soltanto quando fossero giunti a destinazione; sapeva che l’ambiente particolare nel quale avrebbe introdotto Sebastiano, sarebbe servito ad aumentare la concentrazione ed allora proprio lì avrebbe ripreso quel discorso sull’eticità della pena che proprio non aveva mandato giù, almeno per come gli era stato argomentato da Colli.
Tutto andò come previsto ed anche la navigazione non presentò problemi, a parte un forte vento di grecale che rimestò le onde mandandole a sbattere una contro l’altra fino a farle diventare di un blu scuro e confondersi con il cielo plumbeo di quella mattinata invernale.
Quando scesero dal traghetto, la forza del vento li accompagnò fuori dal piccolo molo di attracco e li convinse ad entrare nell’unico bar-ristorante dell’isola.
Colli notò subito lo sguardo indifferente dei gestori, forse abituati a quelle giornate di tempesta.
“Le sembrano tipi strani?” gli chiese Angelo avendo notato lo sguardo perplesso di Sebastiano.
“Strani? Penso di no; piuttosto direi diversi. Hanno uno sguardo penetrante ma è come se guardassero senza vedere. Mi dà l’impressione di apparirgli come figure trasparenti e forse ai loro occhi giunge quella stessa diversità che io ho creduto invece di vedere in loro. Si, devo riconoscere che quelle persone mi hanno fatto uno strano effetto” confermò Colli girando il suo caffè.
“Beh, ma almeno il caffè è buono? Vedi Sebastiano – ora che abbiamo fatto colazione insieme credo possiamo darci del tu – hai perfettamente ragione. Le sensazioni che hai provato sono vere, reali. Queste persone trasmettono veramente quello che tu hai letto dai loro occhi.
E sai perché? Perché sono detenuti. Più esattamente sono detenuti in semilibertà, con ancora un paio d’anni da scontare. La mattina vengono qui, lavorano tutto il giorno, poi rientrano in carcere per la notte.
Dai, usciamo che ti porto a vedere quel poco che l’isola offre. Tieni presente che qui ci vivono in pianta stabile non più di venti persone e tutte le attività si svolgono in questo piccolo fazzoletto di terra di pochi chilometri quadrati perché, quello che rimane dell’isola, oggi è parco naturale ed è proibita anche la balneazione.
Poi, dentro l’isola, c’è un altro mondo; ora scomparso. Ma rimangono le sue rovine a ricordarci quello che fu. È l’ex carcere di massima sicurezza” disse Angelo affiancando un esitante Sebastiano.
“Ora che siamo qui, potresti dirmi il vero motivo per il quale hai insistito a venire? E con me?” chiese Sebastiano.
“Il vero motivo? Ma è quello che ti ho detto nell’ultima lettera! Avevo piacere di farti vedere un carcere, un carcere speciale, che ti permettesse di capire come dalle pagine dei libri si passi alla pratica applicazione”.
“D’accordo. Mi farò condurre come un novello Dante fin dentro l’oscurità…”.
“… dell’inferno” disse con rabbia Angelo, stroncando sul nascere quel tentativo di innocua goliardia.
Angelo e Sebastiano attraversarono in silenzio il piccolo centro ormai disabitato, dove cartelli stradali, strisce pedonali, insegne dei negozi stavano solo ad indicare una lontana presenza umana.
I loro passi sembravano fare da controcanto alle folate di vento freddo che si intrufolava nelle strette viuzze laterali per poi fuggire via, portandosi dietro nella sua fuga quello che raccoglieva lungo la strada.
Dopo aver percorso poco meno di un chilometro, lasciandosi alle spalle il minuscolo centro, quasi d’improvviso, gli si parò di fronte un muro in cemento armato che bloccò di colpo i passi di Sebastiano.
“Che cos’è questo?” disse, rivolgendo lo sguardo verso Angelo.
“Un muro! Un semplice muro!” confermò ironicamente l’ex guardia carceraria.
“Vedi, dietro questo sbarramento c’è quello che rimane del famoso carcere speciale. Questo muro, quando presi servizio io, non c’era. Fu fatto costruire dal generale Dalla Chiesa credo nei primi anni ’90, e sai perché? Non per motivi di sicurezza – da qui non scappa nessuno – ma perché i mafiosi capissero che la loro non era soltanto una costrizione fisica bensì anche una costrizione mentale. La loro testa non avrebbe potuto spaziare fuori dalla cella perché a fermare i pensieri ci sarebbe stato questo muro di cemento armato. Capisci?
Se vuoi saperne di più, ho con me dei ritagli di giornale di quell’epoca dove quello che ti ho detto è spiegato bene.
Mi sono sempre chiesto se il Generale avesse mai letto il tuo libro ‘Scordiamoci di loro’. D’altronde tu lo avevi previsto con vent’anni di anticipo che sarebbe andata così”.
“Beh, non proprio così. Nel libro che tu citi, io ho voluto soltanto mettere in guardia il lettore contro le facili generalizzazioni. Ho ricordato che in generale, ogni sistema giudiziario ha bisogno di un colpevole che soddisfi la nostra morale. Insomma, volevo si capisse che si razionalizza il male legandolo ad una motivazione convincente o ad una associazione nata per delinquere, ma mai alla conseguenza di un percorso di vita…” non poté finire il concetto, perché Angelo con destrezza aveva tolto dallo zaino il libro di Colli e preso a leggere.
“Accusare è liberatorio; mette le cose a posto ed esonera dalla responsabilità per la prevenzione. Pagina 35; lo hai scritto tu nel 1977” disse con orgoglio Angelo.
“Vedi Angelo, credo che quello che tu mi hai letto sia ancora attuale, nel senso che la prevenzione è il fulcro sul quale far girare l’intero sistema perché, e questo tu lo sai benissimo, i detenuti appena entrati nel carcere tendono a stabilire i primi contatti con soggetti che hanno commesso lo stesso tipo di reato” concluse Colli, convinto di aver esposto in maniera chiara dei concetti base elementari.
Angelo lo fissò in silenzio, con uno sguardo di disapprovazione e commiserazione; poi capì che era giunto il momento giusto per togliere dalla testa del suo amico quell’idea aulica e solenne della giustizia; anzi, dell’applicazione delle norme di giustizia.
In quel breve silenzio, decise di non aggredire verbalmente Sebastiano ma condurlo lentamente, proprio come un inesperto Dante, dentro quel buco nero di cui, forse, non conosceva neanche l’esistenza.
“Non è così. Almeno, non qua. Sebastiano, io ho insistito per condurti qui affinché tu capissi che cosa significhi annientare una persona. I tuoi articoli, i tuoi libri… tutti belli, ma qui dentro si è inaugurato un nuovo sistema di sterminio selettivo, molto sofisticato, poco appariscente, quasi silente, ma dall’efficacia dirompente. I poveri poliziotti tedeschi gli hanno dovuto sparare ai terroristi, negli anni ’70, per farli sparire; metodi grossolani! Qui dentro si è raggiunta la perfezione nel metodo…” si interruppe Angelo, e con uno scatto nervoso estrasse nuovamente il vecchio libro del suo amico e prese a leggere.
… ecco, vediamo… pag. 64, dici… la forza del diritto sta nella sua autorevolezza, capace di motivare il detenuto ad una presa di distanza dal suo comportamento, e non nell’esercizio di una costrizione fisica nei suoi confronti.
Belle parole, non c’è che dire. Se tu le avessi declamate in questo carcere vent’anni addietro, sarebbero scoppiati tutti a ridere. Non te la prendere. Quando entreremo dentro capirai il perché” provò a consolare uno spaesato e sconsolato Sebastiano.
Lentamente presero a girare intorno all’imponente muro grigio, con Angelo in testa, fino all’entrata del carcere ormai abbandonato ed in via di disfacimento.
L’attraversarono in silenzio, calpestando ogni tipo di rottame, carte ingiallite, scaffali di legno spezzati ed adoperati da chissà chi per accendere il fuoco; una grigia desolazione che non faceva altro che incupire ancor di più i due uomini.
“Dove stiamo andando?” chiese Colli, incapace di comprendere ancora il sottile gioco psicologico del suo amico che lo trascinava dietro di sé come fosse un detenuto.

Stefano Ferrarese

L’albero della cuccagna è uno dei racconti della raccolta
Mettersi in gioco di Stefano Ferrarese
Casa Editrice Serena
pag. 219
€ 15,00

Copertina
Sarah Del Giudice
Mettersi in gioco
Opera in bronzo, 2008

Le successive puntate saranno pubblicate ogni sabato alle ore 15:00

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