L’altro volto della Terra dei fuochi

history 25 minuti di lettura

Dopo l’ultimo articolo sulla Terra dei Fuochi, sedimentate le emozioni generate nell’immediato, chiamo Agostino. Lui è un cittadino della provincia di Caserta, da sempre, quasi fisiologicamente, impegnato in politica. La sua politica è quella vecchio stampo: sezione, territorio, volontariato, esseri umani ed emozioni. Non va più di moda, ma resta l’unico modo per conoscere l’animo dei territori.
Agostino mi organizza un tour senza spiegarmi di cosa si tratti, mi dice solo che mi sorprenderà perché è tutto vero ciò che vediamo in televisione ma è anche vero che quello stereotipo territoriale deve essere analizzato più a fondo. Dopo una serie di buche reciproche, riusciamo a vederci la mattina del 4 gennaio. Siamo in tre, c’è anche mio figlio Bruno, quindicenne divoratore e “ripetitore” di Gomorra.

Questo rapido giro è fondamentale soprattutto per lui. Non so se abbia ragione Cafiero de Raho (Procuratore Nazionale Antimafia) che considera Gomorra diseducativo soprattutto per i giovani oppure se abbia ragione Roberto Saviano che dice che la realtà è un problema non la sua narrazione. Sto con entrambi; mi permetto di aggiungere che la narrazione seriale diviene necessariamente un po’ troppo mitologica: un uomo che sta morendo con una pistola puntata in fronte non dice una frase mitica ma si caga addosso, letteralmente. I personaggi di Gomorra iniziano ad assomigliare un po’ troppo ai pistoleri di Sergio Leone.

Partiamo da Santa Maria a Vico. La prima tappa è a Carinola, l’azienda che visitiamo si chiama Cleprin, l’imprenditore è Antonio Picascia, originario di Sessa Aurunca. L’azienda è leader nella produzione di detergenti per uso professionale. L’imprenditore locale è accompagnato dal socio bresciano, Pierluigi Orio, da lui affettuosamente definito barbaro. Quest’ultimo, titolare di attività imprenditoriali in diverse nazioni europee, ha deciso di trasferirsi in provincia di Caserta dopo avere verificato la serietà del progetto dei due imprenditori locali. Picascia ha in mente la realizzazione di progetti di enorme portata, il contesto, non solo quello locale ma anche quello nazionale, non riesce chiaramente a seguire la sua velocità di pensiero.
L’azienda, fondata nel 1991, è leader nella produzione di detergenti per uso professionale e fa ricerca e sviluppo in collaborazione con l’Università. Ha ottenuto il rating di legalità a “tre stellette”, il massimo possibile. I suoi detergenti sono a basso impatto ambientale; una linea è dedicata ai prodotti ecologici distribuiti anche attraverso «Il Pacco alla Camorra», cioè la confezione frutto del lavoro di terreni e aziende sottratte alla malavita organizzata o che si sono ribellate ai clan, un progetto del Consorzio Nuova Cooperazione Organizzata. Franco Beneduce e Antonio Picascia sono i due proprietari della Cleprin Srl.
Gli emissari del clan Esposito (detto dei Muzzoni, che opera nella zona al confine tra Caserta e Latina) hanno aspettato che l’azienda crescesse e nel 2007 si sono fatti vivi.
Alla presenza mia – raccontò Antonio Picascia – del mio socio, di quello che era un funzionario del Comune (di Sessa Aurunca) e il fratello del boss dissero: “Finora siete stati tranquilli, adesso se volete continuare a star tranquilli questa cosa s’ha da fare” ”. Franco e Antonio però non si lasciarono intimidire: “La prima richiesta – racconta Franco – fu di assumere il fratello del boss latitante, Gaetano Di Lorenzo, per mille euro al mese. Li andammo a denunciare, il clan non lo sapeva ancora così ci convocarono nell’officina di un carrozziere amico mio. Si ripresentarono perché volevano il pizzo, l’usanza è chiedere “un aiuto per gli amici bisognosi”. Non abbiamo mai saputo quanto volessero esattamente, come valutavano l’azienda. Di solito fanno una richiesta, tu ribatti, poi fai intervenire un amico comune e, alla fine, si arriva a un accordo. Ma noi li abbiamo denunciati di nuovo”.
In sei finirono a processo e patteggiarono la pena: “Nel 2010, uscito dopo appena 4 mesi di carcere, l’ex direttore dell’ufficio tecnico del Comune di Sessa Aurunca, Arturo Di Marco, mandò i camion ogni notte per un mese ad agosto a scaricare percolato davanti i cancelli della nostra fabbrica – prosegue Franco – Raccontammo tutto alle forze dell’ordine: così vennero arrestati in flagrante due dipendenti della società che aveva l’appalto per la raccolta dei rifiuti”, si trattava della Ecological Service Srl di Boscoreale.
Da allora la Cleprin è oggetto continuo di denunce anonime, c’è chi li vede scaricare rifiuti nei fossi o commettere reati, a ogni delazione rispondono con una controdenuncia alla Dia. «È diventato un fatto di principio per i clan, siamo un esempio pericoloso. Nel 2007 ci sentivamo soli, oggi abbiamo una rete intorno che ci sostiene».
L’azienda il 24 luglio del 2015 è stata distrutta da un incendio doloso. Due terzi dell’impianto della fabbrica, allora ubicata a Sessa Aurunca, vennero distrutti dalle fiamme. Un incendio doloso di cui non si sono mai trovati i responsabili. Il giorno prima, Antonio Picascia, aveva partecipato, insieme a Raffaele Cantone, presidente dell’anticorruzione, ad un incontro con i giovani che frequentano i campi di Libera. Aveva usato parole forti contro i camorristi, chiamandoli “scarafaggi”.
Nel marzo del 2017 c’è stata l’inaugurazione del nuovo stabilimento a Carinola, davanti ad alcune centinaia di persone, per lo più esponenti di associazioni di volontariato, studenti, esponenti della società civile e i 35 dipendenti della fabbrica. Quello inaugurato è un nuovo stabilimento per la produzione di saponi e detergenti ecocompatibili, su una superficie di 25 mila metri quadri.
Abbiamo riso quando ci hanno incendiato la fabbrica e oggi piangiamo per la gioia”, ha detto Antonio, visibilmente emozionato. Sul palco accanto a Picascia, anche il presidente di Confindustria Caserta, Gianluigi Traettino, il giornalista Sandro Ruotolo, Valerio Taglione coordinatore del Comitato don Peppe Diana”, Luigi Ferrucci, presidente della Fai di Castel Volturno, la giornalista Alessandra Tommasino e il vicepresidente della commissione antimafia Luigi Gaetti.
Anche dopo l’incendio, che distrusse i 2/3 della struttura, continuammo a produrre – ha detto Antonio Picascia – e riuscimmo a mantenere tutti e 35 i posti di lavoro. Certo, lavoravamo in un contesto difficoltoso: in un laboratorio erano stipati ben 5 uffici. Ma promettemmo che avremmo aperto una struttura più bella e così ci siamo riusciti, grazie all’aiuto dei dipendenti, dei cittadini, dell’associazionismo che ci hanno dato una mano a ripulire e ristrutturare; ai clienti che ci hanno anticipato i pagamenti e ai fornitori che hanno atteso per essere saldati”.
Nella nuova avventura di Antonio Picascia e Franco Beneduce si è aggiunto un nuovo socio, un imprenditore di Desenzano, Pierluigi Orio, che produceva all’estero e che ora delocalizza in Italia per produrre stracci e spugne in microfibra. I tre imprenditori hanno intenzione di andare oltre: nelle strutture dove si trova il vecchio impianto, nei prossimi mesi, daranno vita a una linea di ricerca in biotecnologie e un impianto per prodotti alimentari bio e di zootecnia.
Mentre prendiamo un buon caffè mio figlio gli chiede di raccontarci dei contatti diretti, fisici con i camorristi. Antonio ci mostra la pistola che porta al fianco e ci dice che nessuno lo ha mai cercato da quel dì perché i camorristi sono dei vigliacchi che agiscono nell’ombra, alle spalle, strisciando. Li ha sempre definiti scarafaggi. Non ti affrontano mai di faccia. Il nostro, ex parà della Folgore, li attende con impazienza per fare quattro chiacchiere. Vediamo le foto e le frasi di Borsellino e Falcone, di Don Ciotti, vediamo la produzione andare avanti a velocità massima, vediamo la forza e la serenità dei nostri amici ed andiamo via molto rincuorati. A Carinola ci sono imprenditori ed imprese di livello internazionale, c’è lavoro pulito ed ecologico per molti. I loro progetti sono molti ed ambiziosi, la loro energia e competenza è incredibile. Il loro grande merito è di aver denunciato subito, alla prima intimidazione, senza attendere di trovarsi in piena difficoltà finanziaria, con l’acqua alla gola. Nessun dubbio, se ci si fa ricattare una volta ci si fa ricattare sempre!

Verso ora di pranzo arriviamo a Maiano di Sessa Aurunca. Sessa è il primo comune della provincia di Caserta per estensione territoriale, con le sue 30 frazioni. Ci sono quindi tanti terreni agricoli sui quali la camorra aveva deciso di investire. Alcuni di questi terreni, dopo la confisca, sono stati destinati alla Cooperativa Sociale “Al di là dei Sogni”. Mai nome fu più azzeccato; un luogo bellissimo, curato, laborioso, partecipato, sorridente. Persone splendide, soddisfatte ma volitive, davvero un sogno per me che dopo la trasmissione sulla Terra dei Fuochi ero sprofondato nella più cupa disperazione. Anche la storia è da sogno, il nostro amico Simmaco Perillo, specialista in scienza sociali, ce la racconta dopo averci accolto ed aver condiviso l’avanzamento del nuovo piccolo impianto di trasformazione. Lui, sua moglie Paola Peretta, laureata in filosofia e Davide Di Marco, si erano aggiudicati questi terreni per ovviare ad una carenza del Comune di Sessa Aurunca circa l’accoglienza di cani randagi. Avrebbero ulteriormente riempito di contenuti il proprio progetto lavorando alla strutturazione di campi di agility ed addestramento per cani. Dopo il terreno vengono aggiudicati i lavori; la ditta che li esegue è prossima al sistema camorristico e li svolge in modo da rendere il terreno confiscato non utilizzabile per gli scopi previsti dal progetto di confisca finanziato; al termine dei lavori questo assurdo risultato è chiarissimo. Si sono, intanto, persi diversi mesi, anni direi. Ma i nostri amici non si arrendono; hanno coraggio, cuore, competenze, intelligenze, relazioni, forza in poche parole per stravolgere il progetto creando la meravigliosa Fattoria dei Sogni. Oggi ci sono una serie di terreni in cui si coltiva ciò che è più adatto per le nostre terre: ortaggi e frutta. La struttura è stata intitolata ad Alberto Varone, un distributore di giornali e titolare di un mobilificio di Sessa Aurunca, ucciso il 24 luglio del 1991, mentre faceva il giro delle edicole con il suo furgoncino per consegnare i quotidiani, da sicari del clan Esposito, detto dei “Mazzoni”, per non essersi piegato ai ricatti e non aver voluto cedergli l’attività commerciale. Prima di morire, Alberto riuscì a sussurrare i nomi dei killer, che furono presi. La famiglia è ora sotto protezione in un luogo segreto, lontana dalla cittadina casertana, dopo le minacce rivolte al figlio che aveva voluto proseguire l’attività paterna
La cooperativa gestisce 17 ettari di terreno, diviso in tre lotti, una struttura abitativa, un laboratorio di trasformazione dei prodotti agricoli, a marchio N.C.O. (Nuova Cooperazione Organizzata) per la realizzazione dell’iniziativa “Facciamo un pacco alla camorra” (Pacchi dono composti di soli prodotti da imprese residenti su beni confiscati alla camorra che tante volte ho comprato chiedendomi chi fossero i geni che avevano ideato questo nome così simpatico, un vero sberleffo intelligente. Oggi so chi sono!! ) ed una fattoria didattica e sociale. L’attività è svolta in prevalenza da soggetti disabili accompagnati da operatori; nel bene confiscato risiedono e lavorano più di 20 persone. Ci sono pluriomicidi, un giovane vittima di abusi sessuali, ex tossicodipendenti, un ex alcolista. I lavoratori convivono, si dividono gli impegni e sono inseriti dal punto di vista lavorativo, grazie all’aiuto di assistenti sociali, educatori e mediatori familiari, psicologi e psichiatri inviati dall’Asl. Nel frattempo l’area “educativa” porta avanti i cicli di formazione alla legalità rivolti soprattutto ai giovani che partecipano con entusiasmo a queste forme di “apprendimento partecipato”. Mentre siamo lì passa un foltissimo gruppo di boy scout di Torre del Greco che stanno visitando e lavorando nella struttura in quei giorni di festa. È in avvio l’attività di ristorazione per gruppi in maniera strutturata; è in notevole sviluppo l’attività di trasformazione. La cooperativa trasforma le cosiddette risorse umane, i disabili non sono più un costo ma lavoratori che producono e guadagnano consentendo alla struttura di conseguire i ricavi necessari alla sopravvivenza.
Più precisamente, in questi anni le attività portate avanti nella struttura sono innumerevoli e tutte legate a quella necessità di riscatto sociale che è alla base di iniziative come quella di Sessa Aurunca. Primo tra tutti il P.T.R.I. (Progetti Terapeutico Riabilitativi Individuali) in cogestione con l’Asl di Caserta grazie al quale utenti con diversi disagi psichici vengono inseriti in percorsi lavorativi sia nella stessa struttura, che per alcuni è divenuta anche la loro casa, sia all’esterno. Qui si coltivano quei terreni sottratti alla criminalità al fine di dar vita anche ad una piccola ma significativa economia sociale, grazie a nuovi percorsi di formazione lavorativa. Fagioli, pasta, conserve, miele, una piccola bottega dove viene venduto tutto ciò che si produce in quei terreni, un catering ben organizzato sempre pronto a soddisfare le esigenze di chi sceglie di visitare e conoscere questa esperienza. Perché oltre agli orti, al canile presente nella struttura, al recupero di categorie svantaggiate, alle attività estive organizzate con i campi di Libera, esiste ancora tanto altro in questa piccola frazione del casertano, tanto altro costruito da quei ragazzi che non hanno scelto di preparare la loro valigia ed emigrare ma hanno preferito restare, combattere per il riscatto del loro territorio. Hanno scelto addirittura di prendere un grande parco in gestione, distante solo qualche chilometro dal bene confiscato, nei pressi di una centrale elettrica dell’Enel, per pulirlo, liberarlo da un’incuria di diversi anni e dare vita ad un progetto di turismo responsabile e sostenibile che accomuni sport, natura, impegno sociale e recupero del territorio. Chi ha avuto la capacità di realizzare tutto ciò sono i ragazzi dell’Associazione polisportiva “Ulisse 2010” che dal nulla hanno messo in piedi un parco attrezzato sul fiume Garigliano per praticare canoa e kayak, la cui sede è anch’essa all’interno del bene confiscato “Alberto Varone”. Hanno ripulito il fiume che lega il territorio campano a quello del Lazio, costruito docce, cabine, zone relax, un campo da beach volley e uno da calcetto, stanno organizzando un’area per concerti, hanno dato vita in maniera semplice e spontanea ad un progetto chiamato “Garigliano navigabile” per riprendersi il loro fiume, le loro terre, la loro vita. Hanno ideato dei pacchetti specifici, “Enjoy Green”, per chi vuole iniziare a praticare la canoa, fare escursioni all’interno del Parco Regionale di Roccamonfina o per chi semplicemente ha il piacere di trascorrere qualche ora di relax in una zona verde che qui in provincia di Caserta ancora pochi conoscono. Lo fanno con capacità, professionalità e determinazione.

Quando si pensa alla provincia di Caserta è facile immaginare un territorio ormai logorato, sofferente, ferito da lacerazioni provocate da innumerevoli disastri ambientali, mala gestione del patrimonio pubblico e storico, dove la cementificazione e la deindustrializzazione hanno ormai segnato profondamente quel territorio che per secoli è stato identificato come Terra Felix. Discariche illegali, roghi tossici, terreni coltivati avvelenati, paesaggi distrutti da cave ed enormi colate di cemento, fiumi inquinati, siti dall’inestimabile valore storico e culturale abbandonati o gestiti in modo pessimo, inceneritori camuffati da centrali di ogni tipo costruiti in territori dove l’agricoltura rappresentava il volano per la piccola economia locale, centri commerciali e grandi catene di famosi marchi che molto spesso sono solo riciclaggio di denaro sporco. Questo triste elenco è maledettamente vero e chi vive questo territorio è ormai abituato a convivere con questo stato di cose. Ma ci sono due modi di affrontare questa situazione.
Il primo è assistere passivamente a tutto questo, essere connivente e contribuire, anche in maniera involontaria, alla crescita economica della multinazionale camorra. L’altro è resistere, auto organizzarsi, costruire percorsi dal basso che abbiano la capacità di restituire dignità e di riprendersi la bellezza del territorio casertano. Qui si è scelto il secondo. Qui si è scelto il coraggio di avere paura, il coraggio di fare delle scelte, di scegliere da quale parte stare. Questi ragazzi sono i partigiani, i partigiani del bene della mia Terra.

Andiamo a pranzo, tutti insieme, incontrando al ristorante l’altro socio della Cleprin che avevamo mancato in sede, Franco Beneduce. Non so se sia il potere del Grande Ago ma a tavola mi appare di conoscere queste persone più di tante con le quali sono stato a tavola mille volte o che frequento quotidianamente. Siamo all’incirca coetanei, ci piace la stessa musica, percorsi di studio comuni concludendo con specializzazioni diverse, abbiamo figli quasi coetanei. Ovviamente Bruno, molto più concreto di me, chiede loro delle minacce subite. Più volte hanno subito danni, gli hanno bruciato i terreni, hanno provato a screditarli dovunque. Nulla da fare, non si è mai visto nessuno che di persona sia andato lì a minacciarli di persona, mostrando almeno una faccia. Come sempre la camorra agisce con vigliaccheria, nell’ombra senza avere la forza di competere con persone di questo spessore. Insiste Bruno, li incalza di domande circa la presunta paura derivante dall’operare in questi contesti, Simmaco risponde dicendoci che ben altre volte ha avuto paura nella vita ma mai in questa vicenda.
Effettivamente lui e la sua compagna, il loro sorriso sereno, la loro continua operosità, la presenza costante di una foltissima schiera di persone nelle attività che si svolgono presso la Cooperativa e nel contesto territoriale, trasmettono sensazioni di solidarietà ed empatia, di gioia e compartecipazione ma mai, neanche per un attimo, di paura. Concluso il pranzo e donatoci di tutto, dopo un abbraccio fraterno, deve correre a parlare ad un parterre della rete di cui fanno parte anche loro – NCO Nuova Cooperazione Organizzata – a Capua. Peraltro i nomi che scelgono sono davvero favolosi, sembrano ideati dal mitico titolista del Manifesto tanto sono divertenti e geniali. Promettiamo di tornare al più presto e ci salutiamo. Salutiamo in particolare la star dell’azienda, Erasmo.

Erasmo è uno dei primi ospiti della Cooperativa, rinchiuso in manicomio per anni ed anni. In una di quelle strutture nate non per curare, ma per nascondere chi avesse lo stigma della malattia mentale, della diversità. È sordomuto ed anche spastico. Erasmo non aveva più un vestito suo, ma solo una divisa. Erasmo non aveva più un nome, ma solo un numero. Erasmo era considerato un soggetto socialmente pericoloso per sé e per gli altri. È vero, Erasmo sbatteva la testa contro il muro, a volte fino a farla sanguinare, ma era l’unico modo che aveva per attirare l’attenzione, per farsi ascoltare. Quando ciò accadeva, Erasmo veniva legato al letto dove restava per ore ed ore. Anche tra le sue stessi feci. Oggi Erasmo non assume più farmaci, non è più un paziente, è un socio della cooperativa “Al di là dei sogni“, lavora la terra come i suoi familiari, abbraccia, sorride. Oggi Erasmo ha vestiti suoi, di nuovo un nome e non è più un numero, non rappresenta più un costo assistenziale per lo Stato. Oggi Erasmo è ritornato alla vita. Oggi Erasmo è un essere umano.
Ci dicono che Erasmo è così affettuoso con tutti gli ospiti ma io e Bruno ci illudiamo che l’affetto fosse particolarmente dedicato a noi. Spero davvero che Bruno faccia lì un campo di lavoro estivo; il programma prevede che un soggetto disabile “indipendente” insegni ad uno o più ragazzi a lavorare la terra. Spero davvero che capiti con il mitico Erasmo, in pochi istanti entratoci nel cuore.

Proseguiamo quasi a malincuore, cosa ci può essere di più bello di questo posto? Siamo diretti a Casal di Principe. Conosco già il paese, sono stato qui un paio di volte per lavoro e qualche altra volta di passaggio soprattutto per acquistare un famosissimo dolce che produce una pasticceria di qui. Non è un luogo così terribile come viene descritto. Concordo con Agostino, sembra mancare completamente lo spazio di comunità in questo posto; ciascuno ha badato esclusivamente a chiudere i propri “possedimenti”, onestamente o non onestamente conseguiti, grandi o piccoli che siano, dietro alte mura che rendessero inespugnabile il proprio spazio e soprattutto quella della famiglia. Inoltre, il gusto alquanto approssimativo, eccessivamente fondato sull’idea di colonnato stile ellenico in piena Terra di Lavoro, completa il quadro complessivo. È, inoltre, abbastanza complicato orientarsi nel reticolato di strade per un forestiero, proprio perché le ville e le abitazioni sono quasi tutte circondate da alti muraglioni.
un filare dei vitigni della cantina VitemattaGiungiamo, infine, alla Cantina Vitematta. Ci accoglie Vincenzo Letizia, come sempre calorosamente. Anche qui, pensavamo di disturbare persone al lavoro, cosa senz’altro vera in tutte e tre le nostre visite ma in realtà abbiamo trovato persone che si facevano disturbare con piacere. Innanzitutto una notazione sul prodotto: presso la cantina non abbiamo degustato avendo già abbondantemente bevuto a tavola e dovendo, dopo, proseguire il viaggio. Oggi posso dire senza tema di smentite che, avendo assaggiato tutti e tre i prodotti acquistati (vino bianco, rosso e spumante) la qualità del prodotto è davvero elevata ed il rapporto qualità\prezzo lo definirei addirittura entusiasmante. La cantina, situata nell’area abitativa di Casal di Principe, è davvero piacevole. Il marchio Vitematta contraddistingue un vino che ha in sé le caratteristiche tipiche delle uve del territorio di Casal di Principe e dell’Agro Aversano, chiare ed aspre, e la follia che accompagna sempre i percorsi personali e lavorativi dei soci della Cooperativa Sociale Eureka Onlus. Questo percorso “folle” parte nel giugno 2005 con la costituzione della cooperativa mista A/B e l’esperienza della cogestione dei P.T.R.I. attivati dall’ASL di Caserta. La mission della cooperativa, ambiziosa e lungimirante, è quella di contribuire all’emancipazione sociale e lavorativa del territorio attraverso la cura e l’inserimento lavorativo dei soggetti svantaggiati, nel settore dell’agricoltura e della vinificazione.
Nel 2009 la cooperativa riceve in affidamento due terreni confiscati sul territorio di Casal di Principe e dà vita al Centro di agricoltura sociale “Antonio di Bona”, agricoltore di Casal di Principe, vittima innocente di camorra. Cogliendo la sfida del riutilizzo sociale e produttivo dei beni confiscati alle mafie la cooperativa riesce a realizzare 5 inserimenti lavorativi di persone svantaggiate e ad avviare una serie di attività agricole praticate con metodi tradizionali. Nell’estate 2009, grazie al contributo dei volontari di E!State Liberi, arriva il primo raccolto di pesche che ha permesso di realizzare una confettura di “percoche” a marchio “Terra nostra”. Negli anni, la cooperativa ha consolidato sempre più l’idea che attraverso l’agricoltura sociale si possa dare risposte concrete, legali e sostenibili ai bisogni di un territorio difficile come Casal di Principe e dell’Agro Aversano.
Ad oggi, la cooperativa gestisce circa 11 ettari di terreni confiscati tra Casal di Principe e Santa Maria La Fossa, di cui una parte con produzione biologica, producendo una vasta gamma di frutta tra cui uva da vino, albicocche, pesche, mela annurca, prugne, venduta a km zero secondo il principio della filiera corta. I prodotti, trasformati presso un impianto di trasformazione sito su un bene confiscato a Sessa Aurunca e gestito dalla cooperativa sociale “Al di là dei sogni”, vengono commercializzati con il marchio ad ombrello “N.C.O. Nuova Commercio Organizzato”: un progetto di rete che vede la cooperativa Eureka, insieme ad altre realtà di cooperazione del territorio, promuovere un’altra economia, alternativa a quella camorristica, che sia prima di tutto sostenibile e attenta ai bisogni delle persone, con particolare attenzione per quelle in difficoltà.
Dal 2009, la cooperativa ha provato a raccogliere i frutti di questo percorso “folle” promuovendo in giro per l’Italia, insieme ad altre cooperative sociali del consorzio N.C.O. Nuova Cooperazione Organizzata e al Comitato don Peppe Diana, l’iniziativa “Facciamo un pacco alla camorra”: un pacco-dono natalizio nel quale sono confluiti tutti i frutti del lavoro svolto in questi anni sui beni confiscati alla camorra, innescando così un meccanismo autonomo di economia sociale applicata.
Dal 2015 si avvia l’avventura della vinificazione: si trasformano le uve prodotte sugli 11 ettari di terreni confiscati che la cooperativa sociale Eureka gestisce tra Casal di Principe e Santa Maria La Fossa, nello stesso stabile dove vivono e operano gli utenti affidati alla cura della cooperativa sociale. Nasce così la Cantina “Vitematta”, dove il vino è vinificato in grotte secolari scavate nel tufo, tipiche dell’Agro Aversano, e dove è possibile anche gustare un buon calice di vino associato ai prodotti tipici del territorio, abbracciati da un clima familiare e da un’accoglienza sempre speciale. L’Asprinio della cantina Vitematta ha ottenuto, l’anno scorso, 87 punti ed è stato aggiunto nell’annuario dei migliori vini del 2018. In Campania sono state selezionate solo due cantine e per «Vitematta» il risultato è da primato. Peraltro, la produzione di uva è effettuata seguendo il metodo dell’”alberata aversana”, vocazione territoriale antica, tradizione ultra millenaria ed eredità importante, ingombrante, pesante, di fatto complicatissima da gestire, da portare avanti. Nelle campagne dell’agro aversano, quella che un tempo era la Maremma Liternina, un ambiente umido e selvaggio lungo le rive del fiume Literno, una terra promessa, felice, che ospita gente dalle grandi tradizioni, densa di memoria, luogo in cui da ogni punto si osserva la storia e dove furono i Borboni ad intuire le eccezionali peculiarità di un fresco “elisir divino”, ci si può imbattere in qualcosa di mai visto: viti maritate ai pioppi alte 15 metri e lunghi tralci che disegnano un pentagramma le cui note sono rappresentate da grappoli dorati baciati leggermente dal sole: le viti “maritate” dell’Asprinio di Aversa chiamate anche Alberate Aversane, roba da giganti!
Facciamo una lunga chiacchierata con Vincenzo che ci racconta che la Cantina nasce dall’idea di completare la filiera. Inizialmente la Cooperativa si occupa esclusivamente di produzione di frutta e verdura. Si rendono conto della enorme difficoltà di portare avanti un’attività del genere in considerazione dei prezzi di vendita dei prodotti agricoli che conducono a chiudere addirittura stagioni di produzione in piena perdita. Decidono, allora, di allargare la produzione con il vino. Ciò che mi fa meraviglia, in considerazione anche della notevole qualità del prodotto finale, è che l’attività di vinificazione è stata avviata da soli tre anni. Il risultato, per quanto mi riguarda, è assolutamente stupefacente. Lavorano per la cooperativa, considerando, tutte le varie stagionalità dell’attività produttiva, circa 12 persone. Risultato anche questo non trascurabile in considerazione della fame occupazione delle zone su cui insiste questa attività. Parliamo a lungo, di cultura della cooperazione nell’area e di quanto sia evoluta la consapevolezza degli operatori, in particolare di coloro che agiscono sui terreni confiscati, nel corso del decennio trascorso, quindi dall’avvio della loro operatività. Cogliamo il nostro amico, peraltro, in piena operatività contabile: sta rendicontando le spese relative ad un finanziamento acquisito. Io ed Agostino comprendiamo appieno la serietà con cui ci racconta questo lavoro e sappiamo davvero che questo è l’unico modo per rendere agevoli e pienamente corrette, come devono sempre essere soprattutto in quelle terre, le operazioni di finanziamento giustamente effettuate in quei luoghi. Il diavolo, talvolta, si annida nei particolari. Ci spiega molti particolari circa la scelta dei materiali e delle risorse migliori per produrre un vino di questa eccelsa qualità. Ci racconta degli ambiziosi progetti futuri.
Bruno non può esimersi dal chiedergli dei contatti diretti con la camorra: stavolta c’è un episodio di minaccia concretamente portata presso l’azienda. Un giorno mentre erano in campagna si avvicina un’auto con due persone. Una delle due persone scende e va da uno dei lavoranti chiedendogli chi fosse il capo. Chiamano il nostro amico che, in parte raccontando ciò che effettivamente rappresenta il vero spirito cooperativo, dice che non c’è un capo e che comunque lui può rispondere a qualsiasi richiesta. Gli giunge qualche vaga minaccia ma lui ha in mano le cesoie per tagliare le piante e i due lavoranti, rimasti nelle vicinanze capiscono la situazione per cui si avvicinano al c.d. capo. L’auto si dilegua nel nulla e da allora più nulla. Hai avuto paura? Sarebbe stupido affermare il contrario ma non eccessiva. Una paura ragionata. Anche qui, la forza della rete NCO, anche nello stesso territorio di Casale è notevole. È giusto aggiungere che i loro terreni sono continuamente certificati dall’Istituto Zooprofilattico di Portici, l’azienda è oggetto di continui controlli anche da parte dell’autorità sanitaria e tutto ciò tranquillizza circa la qualità dei terreni. Anche qui ci smentiscono una leggenda circa la quantità di terreni infetti in zona: secondo loro l’1% dei terreni del comprensorio è infetto, il resto è assolutamente sano!
Abbiamo sforato qualsiasi orario previsionale quindi prendiamo il vino salutiamo scambiandoci riferimenti e promesse di successivi incontri e ripartiamo. Direzione Santa Maria a Vico, paese di Agostino. In macchina proviamo a tirare le fila della giornata anche se ancora fortemente emozionati da ciò che abbiamo visto.

Elementi comuni: tre attività, seppur completamente diverse, assolutamente floride e con progetti fortissima espansione, persone forti, coraggiose e serene ma non solo per la loro straordinarietà, assolutamente evidente, ma per la forza del dell’ecosistema che li circonda. Quindi non sono eroi, sono persone intelligenti che hanno compreso che i rapporti di forza tra camorra ed imprenditori erano troppo determinati dal ricordo degli anni ’80. Dobbiamo ricordare che negli anni ’80 in Campania si aggiornava quotidianamente il numero di morti nelle guerre di camorra, non esistevano i metodi investigativi di oggi, non esisteva il 41- bis. Non esisteva la Legge La Torre (Rognoni\La Torre) che introduceva il reato di associazione per delinquere di tipo mafioso nel codice penale italiano. Fu approvata dal Parlamento italiano il 13 settembre 1982, a seguito dell’omicidio del segretario del Pci regionale siciliano Pio La Torre. Questa norma prevedeva, inoltre, la confisca dei beni mafiosi per sottrarre i beni di origine illecita dal circuito economico dell’organizzazione criminale.

Sono passati trentacinque anni, purtroppo ci sono stati tanti morti nelle forze dell’ordine, dell’imprenditoria, della politica, della società, del giornalismo che si sono opposti, nelle proprie rispettive funzioni, alle mafie. I tempi sono cambiati, da quanto abbiamo visto. Gomorra forse ci inganna: è vero che la camorra e le mafie in generale sono potentissime dal punto di vista finanziario, controllano ancora potentissimi mercati criminali come le droghe, le armi, la prostituzione, controllano territori. Tutto vero ciò che ci racconta Roberto Saviano, quartieri alla periferia di Napoli sono completamente in mano al sistema. È anche vero, e doveroso, raccontare che molti territori del Sud non sono impossibili da vivere, ci si può lavorare, si può creare impresa, si possono coltivare i propri sogni, ci si può addirittura scegliere di vivere in quelle aree trasferendosi da Brescia. Ci sono leggi ed istituzioni che possono aiutarci in questo sforzo, soprattutto c’è una rete di persone che supporta. Mancano ancora un pezzo di normalità nella vita quotidiana ma non è vero che su quei territori si perde e basta; ci sono molti esempi di “vittoria”, molti sogni realizzati. Questo è ciò che impariamo da questa giornata, dalle fantastiche persone incontrate. Devo dire che questa esperienza è fondamentale per le mie motivazioni per la mia quotidianità, per fare di più e meglio nel mio lavoro. Intanto, spero, che si possa contribuire a fornire un’immagine “diversa” dei luoghi, sfatando qualche automatismo mentale che ad esempio io, uomo ignorante e ricco di pregiudizi, avevo.
Agostino Morgillo e Vittorio Fresa

newsletter mentinfugaIscriviti alla newsletter

-----------------------------

Se sei giunto fin qui vuol dire che l'articolo potrebbe esserti piaciuto.
Usiamo i social in maniera costruttiva.
Condividi l'articolo.
Condividi la cultura.
Grazie

In this article