L’antibiotico resistenza: un allarme sottovalutato

ricerca fisica scienze tecnologie chimica
history 5 minuti di lettura

Che esistesse il problema dell’antibiotico resistenza era ormai ben noto da oltre un decennio. Da quando almeno, con frequenza poi diventata quasi inascoltata, e per lo più etichettata come litania infruttuosa, non vi era convegno scientifico nel quale clinici e microbiologi non lanciassero l’allarme sui batteri che si erano “adattati” all’uso smodato di questa categoria di farmaci. Avevano sviluppato, per la loro sopravvivenza e come avviene in natura, resistenze che gli consentivano di sopravvivere a quell’attacco farmacologico.
Anche in queste circostanze però ci si era limitati ad affrontare superficialmente il problema e le sue soluzioni, anzi per meglio dire, se ne affrontava solo uno, il più evidente degli aspetti senza andare a scavare, la rincorsa cioè alla nuova molecola di antibiotico, verso la quale poi si sarebbero sviluppate resistenze ma nel frattempo l’industria avrebbe prodotto un nuovo farmaco e così via all’infinito. Non è così, anzi, lo è sicuramente in parte, perché, è vero,la ricerca dell’industria, avendo individuato settori farmaceutici più remunerativi (ad esempio: antitumorali, antiretrovirali, immunoterapia oncologica) ha tralasciato il settore che si è reso responsabile nel periodo post-bellico dell’aumento reale dell’aspettativa di vita. È però ancora più vero che vi sono altre cause che aumentando enormemente la gravità della diffusione delle antibiotico resistenze e impongono, da subito, decisioni e regole alle quali tutti i soggetti dovranno attenersi.

Procediamo con ordine.
Che la ricerca debba dare altre soluzioni farmaceutiche è una verità da cui, sicuramente, non si può prescindere e che deve essere impugnata, a livello di politiche sanitarie degli Stati per indirizzare, se non obbligare, l’industria farmaceutica e non solo che vuole fare business in sanità, ad occuparsi di quanto necessario all’umanità, in modo giustamente remunerato, e non solo di quanto rientri nei propri piani strategici o economico/finanziari.
Parallelamente allo sviluppo di nuovi farmaci, che la ricerca pubblica e privata metterebbero a disposizione, come è già avvenuto, sono anche da tempo a disposizione degli utilissimi test diagnostici in grado di individuare i ceppi batterici mutati verso i quali utilizzare molecole diverse da quelle tradizionali che non avrebbero alcun effetto per sviluppo delle famose resistenze. Esempi vengono dai test per MRSA e VRE in grado di individuare i ceppi di Staphylococcus Aureus resistenti alla Meticillina oppure Enteroccchi resistenti alla Vancomicina che si sono resi responsabili di numerose infezioni ospedaliere ad esito troppo spesso cruento. Anche verso il problema delle infezioni ospedaliere, strettamente connesso al problema delle antibiotico resistenze, ogni ASL ha messo in campo una vera task force composta da clinici, infettivologi, microbiologi, epidemiologi, infermieri, etc., generalmente coordinati dalle direzioni sanitarie, in grado di valutare ogni possibile azione di monitoraggio e sorveglianza del problema, compreso l’invio a banche sul territorio nazionale di vari ceppi batterici (ad esempio: Staphilococchi, Klebsielle, Escherichia Coli, Streptococchi, Enterococchi, Legionella) che si fossero resi responsabili di infezioni. Vero dunque che l’uso adeguato di farmaci deve essere il corretto obiettivo, soprattutto in pediatria,e che questo possa aiutare nel contenere lo sviluppo delle resistenze, così come sarebbe utile il debellare la medicina fai da te non sotto controllo medico. È il caso dell’interruzione della terapia antibiotica all’inizio del miglioramento della sintomatologia o quando si inizia la somministrazione di questa tipologia di farmaci in caso di patologie in cui non è richiesto. Quando accade ciò si consente al batterio di sviluppare le resistenze perché la minima concentrazione inibente (MIC) del farmaco o non viene raggiunta o lo è per un tempo che non consente l’uccisione completa del germe, ammesso che sia presente.

È però altrettanto vero che l’industria che non sviluppa nuovi farmaci, e l’utilizzo appropriato di farmaci, non risolverebbero da soli il problema come evidenziato dai documenti filmati dalla trasmissione Report di Milena Gabanelli e Sabrina Giannini del 29 Maggio scorso. Immagini, documentazioni e commenti sconvolgenti, che hanno messo in gioco realtà solo in parte note. Un uso inimmaginabile delle quantità di antibiotici utilizzate in zootecnia intensiva per ottenere profitti maggiori da questa attività. Il 70 % della produzione totale di antibiotici verrebbe utilizzata in questo modo; tonnellate di farmaci destinati a maiali, polli, tacchini, vitelli e via dicendo. Si otterrebbero, in questo modo, minori decessi e quantitativi maggiori di carni da commercializzare, peccato che per lo più risultino contaminate, per l’uso enorme di antibiotici, da ceppi batterici che hanno sviluppato resistenze verso le quali, come abbiamo detto, risultano sempre minori ed a volte inadeguate le molecole di farmaci disponibili.
Quello che accade è che, non solo tra i consumatori ma anche tra gli operatori degli allevamenti, anche a causa della precarietà igienica nella quale si opera, tali germi possano provocare infezioni dall’esito letale. Per i consumatori il rischio invece è che, nel maneggiare durante la preparazione delle pietanze i pezzi di carne contaminata si  inquini inconsapevolmente ogni cosa possa venire a contatto con le persone … e il gioco è fatto. Questo perché , dopo cottura adeguata, essendo i germi termolabili, verrebbero resi innocui. Oltre che con le mani ogni mezzo per veicolare l’infezione può fungere da untore, leggasi, acqua, strumenti utilizzati, foglie, terreno per coltivazioni etc; l’igiene quindi giunge in aiuto: lavarsi le mani n modo maniacale a questo punto può essere enormemente risolutivo, anche quando può sembrare del tutto superfluo.

In soccorso a questa situazione arrivano i mass media che raccolgono l’allarme lanciato da Obama dopo l’individuazione negli USA del ceppo di Escherichia Coli resistente nelle urine della sig.ra americana, che, pur non portando nulla di nuovo che non fosse a conoscenza della comunità scientifica internazionale, ha avuto il merito di mettere il problema sotto i riflettori mondiali anche grazie ai provvedimenti annunciati.   È partito quindi  il tam tam al quale Report, per quanto ci riguarda, ha dato un contributo al solito essenziale nell’illustrare la situazione Europea mettendo anche in luce che paesi come Olanda e Danimarca hanno enormemente ridotto il rischio reale attraverso idonei provvedimenti sull’uso degli antibiotici in zootecnia. In Italia, si è indietro, la situazione è sicuramente meritevole di essere aggredita con determinazione violenta; al ministro Lorenzin il compito di attivare ogni idonea misura. A Report, a Milena Gabanelli, Sabrina Giannini ed ai loro collaboratori ancora una volta grazie.
Certamente, quando il microbiologo inglese Fleming individuò prima le proprietà battericide del lisozima e poi quelle antibiotiche di un fungo che aveva casualmente isolato, non avrebbe immaginato tutto questo. Come accade ogni volta che si fa un uso inappropriato di una scoperta scientifica.
Emidio Maria Di Loreto

Report RaiTre: https://web.archive.org/web/20181024152521/http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-0aa4ce03-6d57-40fa-9e8c-bfe98722520d.html

newsletter mentinfugaIscriviti alla newsletter

-----------------------------

Se sei giunto fin qui vuol dire che l'articolo potrebbe esserti piaciuto.
Usiamo i social in maniera costruttiva.
Condivi l'articolo.
Condivi la cultura.
Grazie

Temi relativi all’articolo: