L’Aquila: i ricordi, il terremoto e la ricostruzione.

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È ancora il contrasto a colpire tornando a L’Aquila. Il contrasto ed un piacevole sottofondo di rumori da ricostruzione. Il rumore delle betoniere che impastano il cemento mescolato ai cigolii di gru e carrucole e ai diversi idiomi del popolo dei lavoratori e tecnici impegnati in quest’immenso cantiere. Polvere della distruzione e della ricostruzione.
È impossibile non rimanere colpiti dagli esempi di devastazione ancora troppo evidenti e dal tentativo della vita di riprendere un corso normale ancora troppo lontano dal concretizzarsi. Colpisce l’eccellenza ricostruttiva delle Anime Sante, quelle del fungo pensato e realizzato nell’immediatezza post-sisma dai Vigili del Fuoco, a differenza delle condizioni del Duomo. Sono sempre nella stessa piazza, eppure gli interventi effettuati nella Cattedrale dei Santi Massimo e Giorgio, finora hanno interessato solo la conservazione, per quanto possibile, del rudere. Lo stesso contrasto lo si coglie tra Santa Maria Paganica, giusto liberata dalle macerie e puntellata e protetta da una grata che pare ugualmente bella anch’essa. E poi la bellezza barocca di Palazzo Ardinghelli, noto anche come Palazzo Franchi Cappelli, la cui ricostruzione è stata sostenuta dalla Russia e futura sede del MAXXI, Museo nazionale delle arti del XXI secolo. E così sorprende il complesso di Palazzo Camponeschi, ex Gesuiti ora nuovo Rettorato. La vecchia sede universitaria di piazza Vincenzo Ravera, l’altro famoso Palazzo Carli, con le sue scalinate i cui gradoni hanno accolto gioie e preoccupazioni di migliaia di studenti, giace in una condizione giudicata di difficile recupero tanto da non avere ancora un progetto da realizzare. E poi ancora Palazzo Carli Benedetti, Collemaggio, Palazzo Cappa Cappelli, Palazzo Di Paolo, Palazzo Pica Alfieri, Palazzo Ciavoli Cortelli ( Porcinari), Palazzo De Nardis.

È alla magnificenza di queste realizzazioni a cui si appiglia chi vuole bene a L’Aquila, consapevole che non sarebbe stato mai possibile aggredire tutta la ricostruzione simultaneamente. Si tenta, invece, di dimostrare che si può approfittare del disastro che arrivò alle 03:32 del 6 Aprile 2009 con la “Scennecata” da ricordare, per migliorare come si può e si deve. Quel che non migliorerà è il ricordo di quei minuti per chi li ha vissuti. Quei 6,3° dall’intensità distruttiva, fisica e mentale, che scavarono un solco insanabile tra la continuità sociale, oltre che architettonica di prima, e quella che risulterà dopo la ricostruzione.
Vi erano state altre scosse, numerosissime, dal Dicembre precedente, ed erano state giudicate segnali purtroppo incompresi ed inascoltati da troppi, soprattutto da chi avrebbe potuto interpretarli come pericolo ed invece rassicurò. Si disse dopo, sulla dichiarazione dell’apposita commissione rischi: “ …avessero lasciato il beneficio del dubbio!”.

un palazzo poco più che un rudere a L'Aquila
L’Aquila, centro storico.. Foto Mentinfuga, 12 febbraio 2019

Neanche Giuliani e le sue osservazioni sulle emissioni di radon ebbero credito sufficiente anche se indussero molti ad adottare le antiche precauzioni. Quella notte in tanti, ma non abbastanza da scongiurare la strage, dormirono in macchina. Salvò qualche vita, oltre l’azione del grande cuore dei soccorritori, una precedente scossa di minor intensità che indusse a non rientrare in casa. Anche l’orario notturno con uffici e scuole chiuse probabilmente contenne i numeri comunque catastrofici che dovettero comprendere però alcuni studenti ospiti della casa dello studente.

Si manifestò imponente anche verso di noi, la scennecata, malgrado fossimo a 100 km di distanza dall’epicentro, e la ricordiamo ancora per il senso di innaturale disorientamento che indusse. Non ci volle molto a riconoscerla, ma ce ne volle invece per collocarla geograficamente. La sequela di scosse de L’Aquila ormai non faceva più notizia. Era classificata come una storia con la quale convivere, per cui….
In pochi minuti, non appena i telefonini iniziarono il tamtam, le dimensioni furono chiare in una gravità che, con il trascorrere del tempo, aumentava costantemente. La coltre grigia che avvolgeva “L’Aquila bella mè” non era nebbia ma la polvere dei crolli che ci mise del tempo a posarsi e a far definire alla vista le dimensioni. Con la consapevolezza del disastro che si stava compiendo partì immediatamente l’aiuto dal gran cuore del Paese, sia nelle collaudate procedure delle organizzazioni ad hoc, che nelle numerosissime manifestazioni solidali spontanee. Ne fummo testimoni diretti il giorno successivo all’evento. Un esercito tanto imponente confluì nell’area da rischiare di intasare le attività.

Malgrado ne fossi preparato, solo alla vista della distruzione mi resi conto delle dimensioni del disastro e del tempo ipotizzabile per far tornare L’Aquila alla sua vita. Un segno positivo nella distruzione lo si colse nel palazzo eletto a simbolo. Il Palazzo del Governo, pur distrutto, aveva preservato Bestie da Soma, il quadro di Teofilo Patini che meglio rappresenta queste terre, e che ha dovuto trovare momentanea ospitalità nella pinacoteca di Castel di Sangro in attesa di tornare a L’Aquila [1].

Bestie da Soma olio su tela 414×234 Teofilo PATINI Foto Pinacoteca Patiniana Castel Di Sangro AQ

I primi 10 anni sono trascorsi e con essi i bilanci, le considerazioni, le polemiche, gli atteggiamenti censurabili sulla prima fase dell’emergenza contrapposti al gran cuore di tanti, ad una enorme competente macchina solidale, alla determinazione di chi non ha voluto arrendersi, alla necessità non scelta di doversi trovare ad affrontare da primo cittadino, come ci ha insegnato Massimo Cialente, una delle fasi più difficili della storia del capoluogo e di averlo fatto senza risparmi. Di questi primi 10 anni restano le 309 storie di chi lasciò questa terra e quella straziante di chi è rimasto a piangerli ed a difenderne la memoria ed il sacrificio.

Restano le considerazioni su quanto si possa essere cinici e miserabili nel ridere per i facili enormi guadagni che la ricostruzione avrebbe promesso, ma anche poco seri nell’approfittare del sostegno della collettività da parte di alcune vittime del terremoto…quasi che la sfiga avesse concesso un lasciapassare che consentisse di bilanciare quanto perso approfittandone ad libitum. Le negatività comportamentali notate, tante, sono state bilanciate da comportamenti encomiabili di misura enormemente più grande, spesso sconosciuti, non rimbalzati ed amplificati dai social, come quei dolori non esposti per pudore ma non meno profondi di chi ha saputo invece raccontarli ed ha trovato conforto nella condivisione. Resta l’enorme attività della CRI e della protezione civile, all’epoca guidata da Bertolaso, che dovettero affrontare un sisma con nel cratere 309 morti, 2.000 feriti, oltre 140.000 sfollati.
Numeri ed impegni che indussero a dare nelle tendopoli regole di tipo militare poco gradite ma che si reputava necessarie per gestire quei momenti. Risultò non misurabile, perché enorme, l’attività volontaria di tanti. Non si saprebbe da dove cominciare se non dai turni massacranti di personale medico e paramedico che dovette evacuare l’ospedale e si sottopose a tante ore insonni nel tentativo di aiutare. Anche i tecnici dei fornitori che, sfidando lo sciame sismico, si recarono nei locali evacuati dell’ospedale per smontare e reinstallare, nei container donati, apparecchiature salva vita e materiali.
Qualche settimana dopo si poté tornare nel centro storico a ridosso della cosiddetta zona rossa, dopo la messa in sicurezza dei palazzi con centinaia di migliaia di tubi innocenti. Momento emotivamente impattante per ognuno. Impossibile per chi l’aveva frequentata non trovare enorme il contrasto tra la spettralità conferita dal sisma e la vitalità tipica di un tempo spazzato via.

L’Aquila Corso Vittorio Emanuele II anni ’70 vista dall’alto. Foto L’Aquila de’na ‘ote

Il vociare della sciamante moltitudine di chi popolava i portici, la piacevole confusione propria del centro cittadino, e quel senso tangibile di collettività, tutto sparito, come pure l’idea di rispettosa austerità che l’insieme di luoghi e persone conferivano.
Vi era a L’Aquila gioventù proveniente per lo più dal sud per motivi di studio nelle facoltà universitarie oppure frequentanti l’Istituto Superiore di Educazione Fisica. Altri giovani, militari per la presenza numerosa di caserme, studiosi di musica al conservatorio e di arte all’Accademia, vi avevano individuato l’approdo per migliorare le proprie attitudini. Una gioventù bella da vedere, ben integrata nel capoluogo con i nativi sempre ben presenti e pronti a custodire la loro città ed i luoghi di aggregazione. Una vitalità anche culturale di cui si inorgogliva per le attività del Teatro Stabile o per gli spettacoli di varietà proposti al Rex e al Massimo per la cinematografia.

Un popolo che spesso si ritrovava in centro per concedersi un incontro, oppure semplicemente per condividere momenti della propria vita in amicizia, con tutte le ritualità di quei periodi. Non di poco conto erano, in quella collettività, anche gli ospiti di Collemaggio, che necessitavano di cure mentali e ne erano parte, accettati ben prima che la legge Basaglia chiudesse i manicomi, così, uno di essi, di nome Libero, benvoluto da tutti, durante le sue passeggiate in centro durante le quali diffondeva il suo mantra ”…Che Mondo! Che Mondo!”, Eh, si che mondo.

A L’Aquila, quelli che potevano, dopo lo struscio in centro, facevano visita a Corridore per le sue frittate e carbonare, oppure a Renato e Roberto, alla trattoria San Biagio, o si dirigevano verso l’appagante tris di primi di Ulderico. In alternativa la capatina per il prosciutto a km. zero dai Fratelli Specchio, dove ti accoglieva il profumo di un’abbinata eccellente con la loro pizza pane appena sfornata. Meno prelibato il vino e gazzosa consumato sui tavolati della vicina cantina, ma l’aria di ininterrotta goliardia che animava quei periodi rendeva tutto il momento unico e da rammentare.
Quando le risorse scarseggiavano era la Mensa del Popolo che rappresentava una variabile non sgradita alla monotonia di altra mensa abituale, quella universitaria. Sicuramente non alla portata di studenti, militari e classi meno abbienti, il ristorante Le Tre Marie di Paolo Scipioni che in città, dal 1903, dava lustro alla gastronomia più curata.
Quella vitalità potevi misurarla nei decibel del vociare oppure in intensità dei profumi di caffè miscelati alle ordinazioni urlate dalla cassiera del Bar Commercio, all’angolo di Piazza Duomo, quando ordinavi nell’angolo cassa del locale, ti giravi appena dopo l’ordinazione urlata e già trovavi serviti al bancone quanto appena pagato. E poi quando si era sotto ai portici era difficile resistere alle gustose e abbondanti bavaresi di Scataglini, la quantità non bastava mai a quell’età.

L’Aquila Corso Vittorio Emanuele II anni ’70. Foto L’Aquila de’na ‘ote

Il post-sisma è trascorso tra dolore, che riaffiora continuamente, rabbia e confronti sul da fare. I temi indotti… quelli fisiologici: polemiche sulla gestione emergenziale che poteva essere diversa, sull’impatto delle new town (che però hanno tolto dal fango e dai disagi delle tendopoli migliaia di persone anche anziane), i successivi ritardi nella gestione delle macerie aggrediti dal popolo delle carriole e la protesta dei lucchetti di chi per troppo tempo non ha potuto rientrare neanche per un sopralluogo nella sua abitazione. L’immane dolore ha anche significato la perdita dei piccoli ricordi di una vita lasciati alle intemperie e dispersi per sempre con le macerie.
Dopo 10 anni, tornando in centro, comunque si avverte che si tratta di sforzo e non di vita fisiologica l’attività che si nota. Il centro torna a vivere socialmente solo in occasione di manifestazioni quando la zona dei localini torna ad essere frenetica in incontri. L’aggregazione vera si è spostata verso i centri commerciali, anche se inizia a mostrarne tutti i limiti, mentre le new town (19 insediamenti per 4500 alloggi del progetto CASE), realizzate a tempo di record nella corsa vinta contro l’inverno, disperdono ancora chi vi è costretto a rimanere nella solitudine del post-sisma. I numeri della ricostruzione sono grandi, ma ancora immensa è la necessità, ed il tempo corre per chi resta. Leggendo quei numeri al 31 dicembre 2016 si ha comunque idea più pertinente delle dimensioni [2]: 3,5 milioni di tonnellate di macerie rimosse; circa 25.000 pratiche istruite nella ricostruzione privata che ha 8.000 cantieri conclusi. Per tutte le aree coinvolte dal sisma, la ricostruzione pubblica e quella privata ha visto impiegati svariati miliardi, e altri ne occorreranno, assimilabili ad una manovra di bilancio.

L'Aquila, corso Vittorio Emanule II.
L’Aquila, corso Vittorio Emanule II. Foto Mentinfuga 12 febbraio 2019

La ricostruzione privata del centro necessita di tempi più lunghi mentre quella nella parte restante è vicinissima alla conclusione. In centro si concentravano circa 10.000 abitanti e 6.000 studenti fuori sede, era praticamente la vita pulsante della città. Se la ricostruzione privata del centro non subirà la sua accelerazione insieme a quella delle strutture pubbliche, chiese comprese, con un piano per riapertura esercizi commerciali in ritardo rispetto al resto, mancherà la spinta risolutiva.
Diverse le conclusioni circa la destinazione delle new town che comunque rappresentano un dato meritevole di ogni considerazione visto che, malgrado i guasti derivanti da costruzioni affrettate, possono rappresentare una risorsa trasformandole in strutture permanenti per altre finalità ammesso che non si decida di dare uno stop alla loro esistenza.La ricostruzione in dieci anni si sperava producesse di più, è importante però che abbia lasciato prova che credere nella ricostruzione totale si può, entro quanti anni è difficile prevederlo, il segnale arriverà quando Bestie da Soma sarà tornato sulla sua parete in Prefettura ed il centro sarà popolato come un tempo.

L’Aquila, new town. Foto Mentinfuga 12 febbraio 2019

Se si riuscisse ad individuare una mente illuminata in grado di superare le faziosità politiche a favore di un progetto, anzi, meglio, di un sogno su una L’Aquila futura per la quale vale la pena credere e lavorare, il percorso che adesso pare lontano si concretizzerà in soddisfazioni giorno per giorno. Non importa se l’età non garantirà a tanti di vederne la conclusione, importa invece che, se avvenisse, da L’Aquila arriverà l’esempio per l’intero cratere a non disperdere le unicità territoriali per tornare ad essere apprezzate nella bellezza.

Emidio Maria Di Loreto

[1]”Bestie da Soma”. Olio su tela, 414×234 cm. Teofilo PATINI ( 1840 Castel di Sangro – 1906 L’Aquila) Proprietà Amministrazione Provinciale de L’Aquila, ubicato c/o la Pinacoteca Patiniana di Castel di Sangro dal 2009, dopo il terremoto della città aquilana, mentre, prima di quel terribile evento, si trovava c/o la prefettura del capoluogo.
Cinzia Mattamira (Responsabile Pinacoteca Patiniana. Castel Di Sangro) precisa che “l’opera è firmata e datata “Patini 1886”, fu mostrata nel 1887 all’Esposizione Nazionale di Venezia; preceduta da diversi studi preparatori, tutti condotti a Castel di Sangro, nell’orto di casa del Maestro. Il paesaggio meticolosamente dipinto è quello tipico dell’entroterra montuoso abruzzese. Ritrae, a grandezza naturale, tre donne (giovinetta, donna incinta ed una anziana ) in momento di vita quotidiana. Le donne sono raffigurate mentre riposano, dopo essersi recate in montagna per la raccolta della legna da ardere. Esse esprimono nei loro volti, mani, posture …..tutta la sofferenza e la durezza del loro lavoro; il tutto dipinto con la tecnica en plein air… Il Patini vuole esprimere la sua contrarietà nell’ “affidare”alle donne lavori, cosi pesanti ( bestiali, per l’appunto). Malgrado ciò, la presenza degli orecchini d’oro, quasi a voler preservare in loro una certa dignità.
Bestie da Soma, insieme con l’Erede ( 1881) e Vanga e latte ( 1884) costituiscono la cosiddetta Trilogia Patiniana, dove esplicitamente il pittore mostra la denuncia e la provocazione sociale, contro coloro che portavano “guanti e calze di seta”.
Bestie da Soma rappresenta, soprattutto, una storia “minore” di piccole realtà quotidiane raccontate dai suoi protagonisti”.
[2] http://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/DF/331078.pdfhttp://www.usra.it/

Si ringrazia

La comunità Facebook di L’Aquila de’ na ‘ote ed il dott. Luigi Dell’Orso per le immagini pubblicate
La Pinacoteca Patiniana di Castel di Sangro, le dott.sse Cinzia Mattamira ed Enza Viccione, per la foto di Bestie da Soma e la nota bibliografica.

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