L’artificio del colore nero

colore nero
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Il silenzio del colore nero, titolo di un romanzo di Serena Frediani, (Avagliano, 2911) ci introduce subito nel cuore di questo colore non-colore, che è silenzio, buio, quiete che genera inquietudine, morte, come estinzione, nell’evocazione più comune.

Considerato un colore neutro, né caldo né freddo, ne è forse l’espressione più forte ed è ormai associato alla scrittura e quindi alla grafica per cui accompagna la nostra quotidianità, proprio per questo carattere. È in certo senso e paradossalmente ad un tempo, accomunato al bianco che però è luce e somma dei colori; mentre il nero è più facilmente associato all’estinzione, alla consunzione del colore. Quando si dice “non è tutto bianco o nero”, si oppongono due estremi ma appunto gli si conferisce una stessa appartenenza; con la capacità di intrecciarsi in modo complementare come nel caso dei principi fondamentali della vita nella filosofia del Tao, quali yin e yang.

L’idea del bicolore è proprio esemplificata dal “bianco e nero” o noir et blanc per i francesi che crea una composizione unica diversa da qualsiasi altra associazione del bianco a una tinta. Forse più vicina al bianco e blu, effetto marinaro. In effetti il blu scivola nel nero, il blu notte, il nero blu di alcune tinture di chiome, nel cielo notturno, del mare profondo. A questo proposito è interessante pensare al fatto che il nero puro in natura praticamente non esista: non lo sono né il cielo né il mare propriamente neri; non lo è neppure la lava, piuttosto grigio antracite e che per altro è associata all’estinzione della vita, alla carbonizzazione. Forse lo è l’ossidiana; ma il marmo e l’onice neri hanno spesso venature che inquinano il nero. Il nero appartiene solo ad alcuni, pochi, animali. Tra essi direi che il cane è l’unica eccezione ‘positiva’: il gatto nero ha una brutta fama, così il corvo, la cornacchia e la pantera è quasi un’allegoria dell’aggressività; per non parlare della vedova nera o dello scorpione. In generale si tratta di insetti, utili all’ecosistema ma percepiti come fastidiosi, la mosca; pericolosi come il calabrone; operosi sì come le formiche ma rispetto alle quali stare in guardia se invadono casa. Se qualche tentativo di realizzare rose blu è riuscito, inseguendo il sogno preromantico del poeta Novalis negli Inni alla notte (Feltrinelli, 2017), qualche blu, un fiore nero è lontano da vedere la luce.
Certamente il nero non si mangia e in nero si mangia poco, al di là di qualche uso estroso a tavola di bicchieri neri che, per dirla con il grande Gillo Dorfles, l’antifunzionalità non può dirsi estetica: un bicchiere nel quale non vedo quello che bevo non è bello, se non come oggetto di arredo. Nero è più o meno il pepe, il cioccolato fondente che proprio nero non è e siamo di fronte a spezie, da degustare; così come la liquirizia, quella lavorata, le olive nere, le cozze ma solo la conchiglia; il nero della seppia non è proprio nero ed è la difesa dell’animale, una sorta di ‘veleno’. Nere ma proprio nere le uova di lompo, il ‘finto caviale’ perché quello autentico ha varie tonalità di grigio.

Insomma il nero porta in sé una carica di paura, lontananza, artificio e di modernità, forse non a caso. Esiste nell’oggettistica, poco e dosato nell’arredo, raramente nella biancheria da casa, diventa una scelta raffinata ed eccentrica, in qualche modo poco naturale: il nero delle lenzuola appare seducente e trasgressivo ed è associato solo a morbida seta. Il nero a tavola ricorda la tavola di un dandy conturbante e inquietante, quella del romanzo À rebours di Joris-Karl Huysmans (Gallimard/ Musée d’Orsay, 2019) , decadente e ancora una volta, esteta di un piacere artificiale. Celebre la descrizione della stanza dove aprendo le diverse ampolle si respiravano profumi di luoghi, tutti chiusi in provette.

Il nero ha avuto una metamorfosi decisamente moderna: in passato, in Europa, era il colore del lutto e degli abiti religiosi, delle divise scolastiche per lo più maschili; solo relativamente di recente diventa un colore di moda, prima sofisticato, da sera, poi una sorta di divisa che – guarda caso – ha sostituito il bianco: pensiamo alle divise dei camerieri e a molte categorie di addetti che si occupa di servizi alla persona, parrucchieri, estetiste. Il nero diventa il colore del comfort, nello sport, nella quotidianità, total black, per non sbagliare.
Questa recente omologazione nasce dalla massificazione e dal crescente conformismo ma è frutto di una ribellione: i primi forse ad usare il nero in un abbigliamento non rituale sono gli Esistenzialisti; poi i Punk, all’interno di un movimento culturale e musicale apparso verso la metà degli Anni ’70. In entrambi i casi c’è una volontà di rottura con la tradizione, una certa ribellione.
Il nero da classico – uno dei quattro colori insieme al bianco, al rosso e al rosa che non passeranno mai di moda secondo Coco Chanel – diventa pertanto elemento di rottura e poi di omologazione con una funzione istituzionale che ha sostituito il blu e il grigio dei tailleur professionali.

Anche nell’arte vive solo come comparsa, poi sempre più si afferma per degnare il tratto delle figure e degli oggetti, finché può diventare protagonista di monocromi – in un viaggio parallelo al bianco che però ha una lunga tradizione ceramica – nell’arte contemporanea, come vedremo in una prossima tappa del nostro percorso.

Certamente, se storicamente ha avuto connotazioni ‘negative’, perché associato alle tenebre, anche se mai altro colore ha bisogno di luce per essere distinto, oggi ha assunto un valore legato al potere, prezioso, esclusivo, raffinato, seducente: la scelta di ‘un’anima nera’. Pensiamo all’uso di gioielli neri, alla biancheria nera che, a parte in contesti di spettacolo o trasgressivi, è di uso comune assai recente, allo smalto nero e così via. In realtà esiste una ragione storica perché ottenere il nero era molto difficile – la sua scarsa presenza in natura ne è all’origine – e la tintura delle stoffe in nero tendeva a sbiadirsi.

A livello simbolico, in numerose cosmogonie, il nero rappresenta l’oscurità delle origini, evocatore di quell’informe e caotico vuoto primordiale che contiene tutto quanto verrà alla luce e acquisirà esistenza: nella mitologia egiziana, ad esempio, il cosmo ha avuto inizio dal Nun, il caos primordiale, affine al Te Bo Ma (oscurità) della Micronesia o al Tempo del Sogno della cultura aborigena; ma anche nella Genesi, la creazione nasce con la luce che si separa dalle tenebre. Il nero, pertanto, contiene una potenzialità generatrice e feconda, un caos originario dal quale può erompere la luce e la vita. Come scrive Carl Gustav Jung, esso “è il colore delle origini, degli inizi, degli occultamenti nella loro fase germinale, precedente l’esplosione luminosa della nascita” e, da un punto di vista psicologico, ciò esprime in forma allegorica l’emergere del conscio dal buio dell’inconscio, perché se la luce appartiene alla coscienza, il buio è l’inconscio, in quanto connesso all’ombra, all’oscurità, alla notte.

Al nero si associano figure tetre, demoniache, entità malefiche e distruttrici: nella mitologia induista, ad esempio, troviamo Kaliya, nero, velenoso e malvagio re-serpente, in quella egiziana Seth, il dio del deserto e assassino di Osiride oppure Lilith, nell’immaginario popolare ebraico, temuta creatura notturna. Il nero, inoltre, esprimendo la passività, la rinuncia, “il limite assoluto dove la vita finisce” diviene anche colore di morte e lutto. Il vuoto, il silenzio del bianco ha soprattutto qualcosa di messianico, esprime un’assenza da colmare, una mancanza provvisoria, il lutto del nero è principalmente connesso all’espressione del dolore rassegnato, all’angosciata morte senza ritorno, al lutto senza speranza. Questo colore diviene il simbolo delle potenze tenebrose e oscure che governano nel regno dei morti, come Ade, Cerbero, il dio Anubi degli egizi, il nero Yama della mitologia induista, la regina degli inferi mesopotamici Ereskigal o la dea Feralis (dea feroce) della mitologia romana, colei che stabiliva l’ultimo istante di vita dell’uomo. A dire il vero non è necessariamente un nero saturo, un pantone, da tavolozza dei colori: il nero è un ventaglio di tinte fosche. Nelle espressioni il nero è, almeno nella lingua italiana, letteratura associata al mistero e al crimine; è la magia nera; è il nero o nerume quale sinonimo di sporco e, ancora, quello che ha una nota nera, un umore nero, il lavoro in nero, ha una coloritura metaforica ‘negativa’.
Nell’antico Egitto, il nero era il colore della terra fertile lasciata dal Nilo dopo le inondazioni, il Kemet, anche se non era evidentemente nero come noi immaginiamo questo colore; mentre presso i Masai del Kenya, questo colore viene associato all’aspetto fenomenico delle nubi gonfie che portano pioggia, diventando espressione di vita e prosperità. Tale significato, inoltre, è riscontrabile anche nelle narrazioni di Omero, dove le profondità dell’oceano venivano descritte di colore nero poiché contenente il capitale di vita latente, la grande riserva di tutte le cose, oppure nella mitologia azteca, dove il dio della medicina Ixtlilton, piccolo nero, usava una magica tlital, acqua nera, come rimedio ai malanni.
Inoltre, in quanto colore di ciò che sta sotto la realtà apparente, il colore delle grotte e dell’oscurità della terra, il nero appartiene anche alle Grandi Madri delle mitologie, nelle loro ambivalenti significazioni di elementi trasformativi e dispensatrici oppure protettivi e divoranti. Tra quest’ultime, ad esempio, troviamo la dea egiziana Nekbet, raffigurata come un nero avvoltoio. oppure la terribile Grande Madre Kali, “vestita di nero cupo come le dee della notte e adorna di mani e teste mozzate delle sue vittime”.

Il colore nero è la negazione del colore per antonomasia e rappresenta il confine che segna la conclusione della fase vitale ed è stato spesso associato alla solitudine, al pessimismo, ad un atteggiamento di chiusura; anche se può rappresentare una pausa, il silenzio che permette alla luce di distendersi perché il crepuscolo non è solo quello del sole, può essere anche quello dell’alba che scioglie la notte.
Il colore, in generale, evoca sinestesie, un fenomeno che ci accompagnerà nella prossima tappa del nostro viaggio e Vassilij Kandinskij proprio ‘ascoltando’ i colori, trovandosi in Italia a Venezia, dove fu incantato dal baluginare delle luci sulla laguna, avvertirà la propria vocazione pittorica, perché è indubbio che il colore sia legato alla vista e in misura eccelsa all’arte pittorica e alla moda. Questo celebre artista, associando suoni e colori, immaginò il nero come la pausa finale di un’esecuzione musicale.
Ilaria Guidantoni

La puntata precedente: Il colore, non è solo questione di estetica

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