L’attuale inattualità di Aldo Capitini

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Nell’epoca degli slogan, verrebbe da dire che le formule e i riassunti non fanno bene ad Aldo Capitini.
Cercare di chiudere tutta la forza della sua vita e del suo pensiero nella definizione di creatore della “Marcia della pace” o nel suo essere “il Gandhi italiano” non è un modo corretto per onorare un pensatore capace di scelte radicali e di riflessioni ardite.

Con Giuseppe Moscati, presidente della Fondazione Centro Studi Aldo Capitini di Perugia, abbiamo intavolato una discussione sulle attività del Centro e su alcuni punti essenziali per un approccio almeno parziale a Capitini e al suo pensiero.

Dottor Moscati, senza sminuire le cose, mi sembra essenziale, sul piano della comunicazione, descrivere brevemente la biografia di Aldo Capitini e la fondamentale importanza di alcune sue prese di posizione.
Pur non ritenendomi affatto uno storicista, quando penso a Capitini mi viene in mente che poche biografie come la sua sono imprescindibili per interpretarne a fondo il pensiero.
Alcuni ‘passaggi’ decisivi della sua vicenda esistenziale, del resto, vivono una relazione assai stretta con le persuasioni fondamentali capitiniane come, per esempio, quelle della nonviolenza, della nonmenzogna e della noncollaborazione con il male, ma anche quelle del potere di tutti e dal basso (omnicrazia), della religione aperta o della compresenza dei morti e dei viventi.
Egli, che era nato a Perugia nel 1899 da madre sarta e padre impiegato del Comune (anche Aldo suonava con lui le campane del palazzo comunale), non ha avuto la possibilità economica di iscriversi al Liceo Classico e ha fatto studi tecnici, ma quanto prima si è impegnato nello “studio matto e disperatissimo” – l’eco leopardiana credo sia più che opportuna – per ottenere da autodidatta anche la maturità classica.
La fatica di quelle notti sui grandi classici del mondo greco-romano, della letteratura e della filosofia indebolirono ulteriormente una costituzione già gracile e cagionevole di per sé. Lì Capitini percepisce, a partire dal proprio corpo, il senso del limite, la finitezza dell’essere umano.
Dopo un iniziale simpatia per il nazionalismo (complici le letture di D’Annunzio, Marinetti…), nel ’19 vive una sorta di ‘conversione’ e va sempre più impegnandosi in un umanitarismo pacifista e socialista, che via via egli libera da ogni residuo antropocentrico.
Interessante il periodo pisano, caratterizzato tra l’altro dall’entusiasmo verso Francesco, Mazzini e Kant: vincitore di una borsa di studio per la Scuola Normale di Pisa, si laurea nel ’28 e l’anno dopo consegue il Diploma di perfezionamento con il grande Attilio Momigliano, ma soprattutto matura una coscienza antifascista che condivide con amici e colleghi normalisti, ai quali fa conoscere il pensiero gandhiano.
Divenuto segretario economo quando la Normale era diretta da Giovanni Gentile, non solo rifiuta la tessera fascista che gli vorrebbe imporre quest’ultimo, ma sedendo a mensa accanto agli studenti testimonia la sua per allora scandalosa scelta ‘politica’ vegetariana.
Cacciato dalla Normale (perché dire licenziato non basterebbe), torna a Perugia dove dà lezioni private e affronta notevoli problemi economici, ma sviluppando sempre di più la sua opposizione al fascismo, che definisce “errore morale e sociale” e cui contrappone il liberalsocialismo (con Guido Calogero e Walter Binni). Affina così la sua teoria-prassi di nonviolenza e lavora non a una sola marcia: non solo alla Marcia cioè, ma a tante marce per ribaltare con forza il concetto militarista del marciare per la guerra.
Dopo due periodi di carcerazione (alle Murate di Firenze e a Perugia), continua a portare avanti la sua lotta nonviolenta e subito dopo la liberazione di Perugia (luglio 1944) costituisce il primo Cos, Centro di orientamento sociale con periodiche assemblee aperte a tutti e dedicate alternativamente a questioni teoriche e a questioni amministrativo-sociali (esperienza che avrà un certo seguito nel Centro Italia). Ma i partiti politici fanno attrito…
Poi svariate altre campagne: per il disarmo e per il riconoscimento dell’obiezione di coscienza, per il dialogo interculturale e per una riforma religiosa in Italia (nel ’52 fonda anche il Cor, Centro di orientamento religioso), per la scuola laica e pubblica.
L’anno della morte, il 1968, è arrivato troppo presto e chissà quanto altro Capitini, che era nel pieno della sua attività e produzione, ci avrebbe donato.

Aldo Capitini

Nell’impostare questa conversazione abbiamo entrambi accettato di correre il rischio di banalizzare e svilire l’eredità di Aldo Capitini.
In una conferenza le ho sentito dire che la domanda interessante oggi dovrebbe riguardare una riflessione su quelle parti del pensiero di Capitini che non sono più attuali. Possiamo sviluppare tale aspetto? Anche perché ho il dubbio che la sua non sia stata un’osservazione innocente come sembra.
Intanto confermo che, a mio avviso, vi sono aspetti del pensiero capitiniano che risultano inattuali rispetto al nostro tempo. Ma è proprio la loro inattualità che ci consegna una forza eccezionale di un intellettuale così sui generis e così scomodo per molti.
Inattuale è quel Capitini che non può essere piegato alla moda del momento o a questo o quel pensiero unico: per fare un esempio, la lettura ‘aperta’ che Capitini dà del concetto di potere – quale preziosa risorsa per poter ideare e fare insieme, coralmente tutti, dal basso – si oppone fortemente sia alla versione ‘povera’ del potere come esercizio di una forza a danno dell’altro, sia alla ahimè attualissima versione populista del potere.
Volentieri sacrifico l’innocenza cui sornionamente lei accenna con una sana dose di agrodolce ironia.

Da un punto di vista filosofico, quali sono stati i punti di riferimento di Aldo Capitini?
Faccio mia la sua premessa che il rischio che corriamo è quello di banalizzare il pensiero capitiniano. E tuttavia, tra i principali punti di riferimento filosofici – ma in senso più lato direi anche culturali – di Capitini troviamo senz’altro il genio tragico del goriziano Carlo Michelstaedter, dal quale egli mutua soprattutto l’idea fondamentale di persuasione.
Poi troviamo la testimonianza filosofico-spirituale in chiave nonviolenta di Gandhi e sarà Capitini a precisare che nonviolenza è termine da scrivere tutto attaccato: non è il semplice contrario della violenza, come peraltro la pace non è la semplice assenza di guerra o intervallo tra due guerre!
Allo stesso tempo ritengo imprescindibile il ‘dialogo’ che Capitini porta avanti con alcune figure paradigmatiche quali, per esempio, Francesco d’Assisi (suggeritore di umiltà), Kant (il Kant filosofo etico) e Giacomo Leopardi (la percezione del limite, la cifra del corpo, ma anche l’oltre la siepe).

Nonviolenza: un tema, una parola, un’indicazione di percorso. Ci aiuti a gestire un’espressione così complessa, articolata e, se lo permette, resistente.
Ecco, appunto, nonviolenza: senza spazi né trattini. Mi piace il “resistente” che lei usa, rende bene anche la tenacia con la quale Aldo Capitini ha portato avanti per tutto il corso della sua esistenza una persuasione così impegnativa a partire dall’idea di farsi centro. Ovvero a partire dalla condizione dell’intraprendere il cammino di nonviolenza pure in piccoli gruppi e, se necessario, da soli.
Ognuno può essere persuaso nonviolento, “amico della nonviolenza” più che nonviolento tout court: come sostiene splendidamente Religione aperta (opera del 1955 messa all’Indice da Pio XII o da chi per lui l’ha – diciamo così – fraintesa), la nonviolenza è un cominciare. Senza attendere che tutti si facciano nonviolenti.

Centrale, forse davvero ineludibile, è per Aldo Capitini la riflessione sulla scuola, sull’educazione, sulla formazione in generale.
Sottoscrivo pienamente. Tutte le attenzioni, tutte le proprie energie Capitini le dedica costantemente all’educazione.
Con una peculiarità gandhianamente molto significativa: non può darsi educazione senza autoeducazione. Il che ci riporta di nuovo all’elemento cardine dell’umiltà intellettuale e non solo intellettuale: possiamo parlare anche di una dimensione accogliente di umiltà come accostamento affettuoso alla terra.
Alla scuola, poi, il filosofo-non-filosofo perugino ha rivolto sempre il proprio pensiero etico-politico: un pensiero di laicità, che in lui è sinonimo di apertura, di inclusione di tutti, compresi gli esseri viventi non umani, di fiducia nei giovani perché è già nel fanciullo che egli intravede i germogli di quella pianta bellissima che è la liberazione dell’uomo.

Ecco, capovolgendo la domanda di prima, quale aiuto potremmo ancora trovare nelle sue opere?
Non mi è indolore individuare delle opere in particolare a scapito di altre, ma in tutta franchezza ammetto volentieri che quelle che mi viene più spontaneo tenere presenti per la loro preziosa eredità di elaborazione etico-politico-culturale sono, oltre a Religione aperta di cui ho detto già, tre.
Intanto il libro di Capitini promosso da Croce (pur senza condividerlo in toto) Elementi di un’esperienza religiosa (1937), che ci aiuta a ricostruire il percorso di Capitini educatore alla lotta politica (più che lottatore politico in sé) in opposizione non solo al regime fascista, ma anche alla logica che risiede alla base del fascismo e di tutti i possibili fascismi.
Come non richiamare poi Compresenza dei morti e dei viventi (’66)? Si tratta dell’opera filosoficamente più densa di Capitini e ci sostiene in quello che forse è il più arduo dei compiti per l’uomo, vale a dire dare del tu anche alla morte.
Non posso infine non citare il postumo Il potere di tutti (’69), visto che continuo a ritenere il potere in chiave omnicratica (l’omnicrazia è l’ottimizzazione della democrazia) come il vero perno dell’intera opera del Nostro.

Esiste, a suo parere, una via umbra alla nonviolenza? C’è una radice che si può ancora coltivare?
Proprio della via umbra alla nonviolenza abbiamo ragionato in una recente e intensa tavola rotonda all’interno di un Convegno tenutosi alla Cittadella di Assisi: Umbria, semi di profezia. Ne sono emerse coordinate interessanti circa una sorta di naturale ‘collaborazione’ tra la persuasione nonviolenta e un certo modo – artigiano e operaio – di intendere la religiosità umbra.
Qui la radice è fragile e insieme resistente: so bene, caro professore, che ci intendiamo e mi auguro che, proprio in virtù di quanto ho provato a dire in questa sede grazie alle sue sollecitazioni, ciò risulti abbastanza chiaro anche a chi Capitini lo conosce poco o non lo conosce affatto.

Quali testi di Aldo Capitini o a lui dedicati consiglierebbe a chi volesse avvicinarsi al suo pensiero, alla sua vita e alla sua azione?
Questa domanda mi torna utile in quanto, oltre alle opere che ho richiamato sopra esplicitando i motivi di fondo per i quali credo andrebbero lette e rilette, voglio ricordare anche un testo consigliabile proprio per chi si accosti per la prima volta a Capitini.
Si tratta del più autobiografico tra i suoi scritti, affidato negli ultimi giorni della sua vita (nell’imminenza di un’operazione chirurgica che si sarebbe rivelata fatale) al fraterno amico Guido Calogero, altro grande maestro di educazione alla lotta politica: Attraverso due terzi di secolo.
C’è poi un libro che mi pare particolarmente adatto a una visione panoramica ed è un’antologia degli scritti sulla nonviolenza, curata da Mario Martini, che ha incontrato un discreto favore editoriale: Le ragioni della nonviolenza (titolo più che azzeccato). Vi si trovano anche le pagine preparatorie alla Marcia della pace e della fratellanza tra i popoli Perugia-Assisi, che cito sia perché in troppi ancora oggi non sanno che ne è stato Capitini l’ideatore-realizzatore, sia perché troppo spesso si dimentica di sottolineare l’elemento della fratellanza tra i popoli, che invece per lui e per noi è co-essenziale al discorso sulla pace.

Qual è l’organizzazione del Centro e quali sono i progetti che portate avanti?
La Fondazione Centro studi Aldo Capitini che ho la fortuna di presiedere ha una faticosa, ma significativa attività culturale.
Dico faticosa perché, come può ben intuire lei che nel mondo della scuola vivrà più o meno gli stessi problemi, non è mai facile quando si tratta di organizzare un convegno o un seminario di studio che aspiri a uscire fuori dal contesto cittadino per coinvolgere sia relatori, sia possibili fruitori provenienti da altrove.
Detto questo, il nostro impegno è sempre rivolto in due direzioni: da una parte a promuovere riedizioni e ristampe o editare inediti di Capitini e, per esempio, è preziosa la pubblicazione dello sterminato epistolario (con Norberto Bobbio; con Walter Binni; con Danilo Dolci; con Guido Calogero; con Edmondo Marcucci; con i suoi familiari…).
È in corso anche una interessante collaborazione con lo storico editore fiorentino Il Ponte, con il quale assieme al Fondo Walter Binni stiamo riproponendo opere di Capitini che mancavano da troppo tempo nel panorama editoriale italiano.
Dall’altra parte, poi, la nostra Fondazione è sempre impegnata a mettere in moto quella preziosa eredità di cui dicevo.
Il nostro motto, in questo senso e volendo evitare nella maniera più assoluta il rischio – mi pare sempre riemergente – di fare di Capitini un santino, è e rimane: ripartire dai temi capitiniani.
Un principio, questo, che abbiamo di recente ribadito anche attraverso un bel Convegno nazionale del quale usciranno prossimamente gli Atti e che, tra le sue finalità, aveva quella di tenere assieme le diverse generazioni di studiosi capitiniani per un confronto aperto proprio sulle piste di ricerca per gli anni a venire.
Non trascurerei infine il lavoro portato avanti grazie alla bella nostra sede perugina della Biblioteca comunale San Matteo degli Armeni, dove sono custoditi i circa 7.000 volumi della biblioteca personale di Aldo e dove, con una continuità degna d’attenzione, organizziamo incontri, dibattiti, presentazioni di libri che affrontano questioni legate appunto ai temi capitiniani.

Antonio Fresa

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