Laura Terzani: difendere i popoli indigeni, decolonizzare.

Laura Terzani
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Una donna, Laura Terzani costantemente e tenacemente in difesa dei popoli indigeni. Un lavoro. una dedizione – anche per e con Survival International- che segnano in maniera profonda la sua attività con la consapevolezza che in queste lotte c’è anche il nostro futuro. Questo mi è sembrato il senso delle risposte alla nostra intervista che per i molti impegni della signora Terzani abbiamo lungamente atteso ma di cui siamo onorati e grati. Anche per lo spessore delle sue parole.

Lei è ricercatrice e advocacy officer di Survival International, il movimento mondiale per i popoli indigeni. Che cosa l’ha portata a collaborare con Survival? In cosa consiste esattamente il suo lavoro? È molto delicato e complesso contattare le comunità indigene più remote. Come instaurate relazioni e come si mantengono?
Seguivo già da anni il lavoro di Survival International, di cui ho sempre ammirato la coerenza. Mi affascinava il suo essere un movimento – il movimento mondiale per i popoli indigeni –, e non una ONG votata alla cooperazione internazionale perché quello di cui i popoli indigeni hanno bisogno non sono progetti sul campo, bensì sostegno nella difesa dei loro fondamentali diritti umani e territoriali.
Poi, gli studi hanno fatto il resto!
Durante il master in Environment, Development and Policy alla University of Sussex, in Inghilterra, ho studiato il tema della Decolonialità, trovandovi una sorta di costante rispetto alle esperienze e convinzioni sviluppate negli anni tra cui la diversità come valore, l’interesse per lingue e culture alimentato dai numerosi corsi di sociologia, le contraddizioni e le problematiche della cooperazione internazionale, e in generale la forte indignazione per le profonde ingiustizie sistemiche.
Ho approfondito queste tematiche e il loro forte legame con i popoli indigeni, troppo spesso fatto di genocidi fisici e culturali, di occupazioni e sfratti, di sfruttamento e distruzione. Dopo l’analisi di alcuni casi emblematici – come quello di Standing Rock nel North Dakota e degli Ogiek in Kenya – ho deciso di sfruttare lo spazio della tesi per uno studio più complesso dal punto di vista teorico, storico e sociale. Sono arrivata così a concentrarmi sul tema della Decolonizzazione della conservazione, con un’analisi di ecologia politica decoloniale femminista di un progetto nel famoso Kruger National Park, in Sudafrica. L’obiettivo era quello di rivelare le forti criticità e il carattere razzista, coloniale e patriarcale che governa la conservazione ambientale oggi (ancora più problematico in un paese in cui risuona l’eco dell’apartheid), con la speranza che una maggiore consapevolezza possa portare a un cambiamento profondo e sistemico.
Queste ricerche non potevano che avvicinarmi ulteriormente a Survival, e in particolare alla sua campagna che mira esattamente a Decolonizzare la conservazione. Oggi sono parte del team internazionale di ricerca a capo della campagna, e il mio ruolo è anche quello di diffonderla in Italia; perciò, il mio lavoro spazia dall’advocacy alla comunicazione passando dal community building al campaining vero e proprio. Questa è forse una delle campagne dell’associazione più difficili, perché osa mettere in dubbio tutto ciò che ci viene comunemente detto e dato per assodato sul tema della protezione ambientale. Survival è stata criticata per aver sfidato lo status quo, ha perso sostenitori e contributi. Eppure, nonostante tutto, non è scesa a compromessi, ha avuto la forza e la coerenza di non lasciare la strada della giustizia nemmeno quando è diventata la scelta più difficile.

Per quel che concerne il contatto con i popoli indigeni, prima di tutto una riflessione: nessun’area è di per sé remota. Le loro terre sono lontane dalla nostra posizione, oppure di difficile accesso per noi, ma non per chi ci vive da generazioni.
Inoltre, non dobbiamo dimenticare che gli indigeni generalmente non sono isolati dal mondo, e molti di loro hanno accesso a internet e a mezzi di comunicazione istantanea come gli smartphone, individualmente oppure attraverso le loro organizzazioni. Le relazioni che abbiamo con i nostri contatti indigeni sono frutto di anni di collaborazioni, e di rapporti diretti con chi di noi si reca personalmente da loro per raccogliere dati e testimonianze. La fiducia è fondamentale, e il rispetto permette di mantenere solide queste delicate e complesse relazioni. Ovviamente, pur lavorando per far rispettare i loro diritti territoriali e proteggerli dalle invasioni, non abbiamo invece nessun rapporto con i popoli incontattati, di cui va rispettata la scelta di restare tali. Spesso, le campagne a loro sostegno le gestiamo in collaborazione con i loro parenti usciti dall’isolamento: sono loro a fornirci le informazioni sulle tribù e a chiederci di intervenire per arginare le minacce alla loro sopravvivenza.

Popolo Bayaka
Popolo Bayaka ® Nicolàs Marino

A Marsiglia, il 2 e 3 settembre si è tenuto il primo grande congresso internazionale sulla decolonizzazione della conservazione: “Our Land, Our Nature”. Ne è risultata una forte opposizione alle agende al progetto, sponsorizzato da governi, ONG di primo piano e aziende (quali) ONG e quali aziende), di trasformare il 30% del pianeta in “Aree Protette” che sarebbero anche un’errata risposta ai cambiamenti climatici. Ci spiega in dettaglio la posizione di Survival e del perché è un progetto da cambiare?
Gran parte delle Aree Protette del mondo, che siano parchi nazionali o riserve naturali, sono state le terre natali di popoli indigeni che, ciò nonostante, da sempre ne vengono sfrattati illegalmente nel nome della “conservazione”.
In particolare, in Africa e in Asia è dominante un modello di protezione ambientale chiamato “conservazione-fortezza”. Per creare le cosiddette “Aree Protette”, gli abitanti originari vengono sfrattati e privati delle loro terre, e le aree vengono recintate – da cui il nome “fortezza”. Mentre da un lato si aprono le porte al turismo di massa, alla caccia da trofeo e ad altre attività lucrose e ben poco sostenibili, l’accesso e l’uso delle risorse naturali da parte dei locali vengono rigidamente proibite o limitate, e controllate spesso con l’impiego di brutali controlli militari. Questo modello è responsabile di gravi abusi dei diritti umani come sfratti illegali, torture, stupri e omicidi.
Alla base ci sono radici coloniali e razziste. Gli abitanti originari vengono cacciati dai loro territori nella convinzione che esista una wilderness, ovvero una natura “vergine” e “incontaminata” che per essere “preservata” deve essere liberata dai suoi abitanti umani. Non c’è nulla di più falso. Numerosissimi studi hanno dimostrato che le zone del mondo che vengono presentate come “selvagge” o vuote, in realtà sono state abitate per migliaia di anni da comunità che, nel corso di generazioni, le hanno plasmate contribuendo ad aumentarne la biodiversità.
L’idea che esista una natura separata dall’essere umano è un mito falso ed estremamente pericoloso. È una lettura arrogante della terra che manca completamente di riconoscere il ruolo fondamentale giocato dai popoli indigeni nei luoghi in cui vivono e di cui fanno parte. I documentari in technicolor che ci mostrano ad esempio un’Africa o un’Amazzonia senza persone non fanno altro che perpetuare questo messaggio pericoloso. Con queste premesse, e cacciando i migliori custodi della natura, non c’è da stupirsi che questo modello di conservazione sia fallimentare anche dal punto di vista ambientale.
Nonostante questo modello di conservazione di stampo coloniale e razzista porti con sé violenze e abusi dei diritti umani, nonostante si sia rivelato inefficace nella protezione ambientale e devastante per le vite dei popoli indigeni e delle comunità locali, cosa propongono le grandi ONG della conservazione? Di trasformare il 30% del pianeta in “Aree Protette” entro il 2030! Se così fosse, ci troveremmo di fonte al più grande accaparramento di terra della storia con un impatto gravissimo su oltre 300 milioni di persone, molte delle quali membri delle comunità più vulnerabili e rispettose dell’ambiente. E la natura ne uscirebbe ulteriormente danneggiata.
I popoli indigeni rischiano di essere sfrattati solo per fornire a noi l’illusione confortante – ma falsa! – di aver trovato la soluzione a un problema che loro non hanno certo contribuito a creare. È una falsa soluzione perché non interviene sulle attività che sono alla base della distruzione ambientale; ed è pericolosa perché distoglie l’attenzione dai veri responsabili della crisi (che guarda caso, faranno milioni da questi progetti “verdi”) e sottrae importanti risorse alle vere soluzioni, come la drastica riduzione delle emissioni di gas climalteranti e nel rispetto dei diritti dei migliori custodi della natura.

Mi sembra che la questione della difesa dell’ambiente, della biodiversità non sia immaginabile senza la giustizia sociale e l’affermazione definitiva dei diritti delle popolazioni indigene che da sempre custodiscono e difendono i territori subendo violenze e soprusi di ogni genere?
Assolutamente. Non c’è biodiversità senza diversità umana. Non c’è giustizia ambientale e climatica senza diritti dei popoli indigeni. Non si tratta di slogan.
Questi popoli sono i migliori custodi dell’ambiente. Laddove i diritti territoriali dei popoli indigeni sono riconosciuti, i livelli di deforestazione e degli incendi sono notevolmente inferiori anche a quelli nelle Aree Protette, e si hanno effetti di mitigazione dei cambiamenti climatici. Tra diversità culturale e biodiversità esiste un legame diretto e vitale: non è un caso che l’80% della biodiversità del pianeta si trovi proprio nei territori indigeni. La presenza dei popoli indigeni è esattamente la ragione per cui questi ambienti sono resilienti e ricchi di biodiversità.
In Amazzonia, le immagini satellitari mostrano i territori indigeni come isole verdi in un mare di devastazione. Costituiscono la barriera più importante alla deforestazione. La foresta non è una wilderness vuota e inviolata. I popoli indigeni hanno adattato gli ambienti in modi che le società occidentali e le organizzazioni della conservazione falliscono completamente nel riconoscere. Hanno profonde conoscenze elaborate, perfezionate e tramandate nel corso di migliaia di anni, e che spesso durante il colonialismo sono state criminalizzate. Non riconoscere il loro ruolo fondamentale e la loro profonda competenza e oltretutto distruggere i loro stili di vita, è non solo profondamente sbagliato ma anche controproducente ai fini della conservazione, e non può più essere tollerato.

Nella sua attività di difenditrice dei diritti delle comunità indigene ci racconta di un caso particolare? Ha mai subito minacce o ha mai avuto la sensazione di essere in pericolo?
Chi è davvero in prima linea e combatte ogni giorno rischiando la vita sono i popoli indigeni.
È una riflessione importante perché non dobbiamo mai cadere nella trappola del mettere sotto i riflettori l’attivista e non i veri protagonisti della causa. Certamente, dato che il nostro lavoro è fermare le violazioni dei diritti umani siamo più esposti di altri a minacce, pericoli o divieti di ingressi in certi paesi. Ma il focus non dovrebbe essere su di noi. Molti attivisti indigeni si espongono per salvare la natura, e troppo spesso perdono la vita per mano di chi vuole sfruttarla. Lo fanno da molto prima di noi, da prima di Greta, solo che non vengono ascoltati! Dobbiamo amplificare le loro voci, non sovrastarle.
Per decolonizzare la conservazione, dobbiamo prima di tutto decolonizzare noi stessi.
Dobbiamo riconoscere i nostri privilegi (e lottare per un mondo in cui nessuno ne abbia): uno studente bianco che partecipa a una protesta a Milano non rischia quanto l’attivista indigeno che marcia pacificamente per i propri diritti ad esempio in Colombia. La Colombia soffre il più alto numero al mondo di omicidi dei difensori dell’ambiente – e in generale gli indigeni sono i più colpiti a livello globale.
I popoli indigeni lottano da sempre per l’ambiente, per l’acqua, la terra e l’aria che tutti noi respiriamo. La loro forza, l’energia e la resilienza di coloro che in prima linea resistono a un’economia estrattivista, alla distruzione ambientale e a ogni forma di colonialismo, incluso quello verde, dovrebbero ispirare tutti noi.

vignetta sulle riserve
® Green Finance Observatory

Anche grazie all’azione di Survival, in Perù è stata di recente creata la nuova riserva Riserva Indigena Kakataibo che prende nome dal popolo incontattato che ci vive, e precedentemente era stata creata quella di Yavari-Tapiche. Quali sono le differenze sostanziali con le riserve alle quali noi occidentali pensiamo?
Nel mondo, il termine “Riserva” assume significati diversi a seconda dei contesti geografici e legali, qualche volta anche all’intero di uno stesso stato. Il nome può richiamare alla mente le riserve del Nord America o quelle create dai conservazionisti in Africa o Asia violando i diritti dei popoli indigeni, ma in Perù il significato in realtà è molto diverso: qui, infatti, è la definizione che viene data ai territori dei popoli incontattati che vengono protetti legalmente dalle invasioni esterne e dalla distruzione. Non ci sono recinzioni e ovviamente le tribù possono spostarsi e muoversi anche al di fuori dei suoi confini. Le organizzazioni indigene chiedevano questo riconoscimento dal 1993 per permettere ai Kakataibo di continuare a vivere, a prosperare e autodeterminarsi! Naturalmente, la creazione della riserva è solo il primo passo: i suoi confini devono essere adeguatamente rispettati, gli invasori già presenti devono essere sfrattati e le concessioni per il taglio del legno all’interno dell’area devono essere cancellati. E noi continueremo a lavorare e impegnarci perchè avvenga.

Veniamo all’Italia. Che ne pensa di come sono costruite e gestite le aree protette? Cosa c’è da cambiare e cosa funziona?
Non ci occupiamo della conservazione italiana poiché il nostro focus sono i popoli indigeni.
Ma è importante ricordare che il modello della conservazione-fortezza, che imponiamo in molte aree del mondo provocando gravi abusi dei diritti umani e distruggendo vite e ambienti, non lo applichiamo nei nostri territori… Perché? Perché qui sarebbe considerato inaccettabile!
Pensate a quanto entrate in un parco italiano. Se non fosse per il cartello con l’orso sorridente, non ci renderemmo conto di entrare in un’Area Protetta. Non ci sono cancelli all’ingresso, barriere elettrificate, guardie armate, elicotteri e jeep, né leggi che permettono di “sparare a vista” contro chi prova a entrare nell’area. All’interno troviamo intere città, attività commerciali, agricole e così via.
Vi immaginate cosa succederebbe se le persone che vivono in un parco italiano ne venissero violentemente sfrattate? Se rischiassero di essere torturate, incarcerate, stuprate e picchiate? Se fosse vietato loro di entrare a casa propria e di frequentare i luoghi sacri se non a rischio di essere uccise da guardaparco militarizzati armati fino ai denti, finanziati e sostenuti dalle grandi organizzazioni della conservazione, che poi ritroviamo nelle scuole a fare lezione di ecologia? Questa disparità mostra chiaramente tutta l’ipocrisia di un sistema che è inaccettabile in nessuna parte del mondo.

Al momento la battaglia più urgente che si è ingaggiata è quella per la scadenza delle ordinanze di protezione territoriale per i territori indigeni Piripkura, Jacareuba Katawixi e Pirititi le cui comunità rischiano di scomparire viste le continue violenze subite. A che punto siamo?
Le autorità brasiliane stanno cercando di sabotare le ordinanze di protezione territoriale, una misura di tutela fondamentale per i popoli incontattati del paese. Queste disposizioni d’emergenza vengono utilizzate per proteggere i territori dei popoli incontattati per i quali non sono ancora stati avviati i lunghi iter della demarcazione ufficiale. Rendono illegale l’accesso alle terre delle tribù da parte di trafficanti di legname, minatori e altri invasori. Senza questa protezione, le foreste verrebbero completamente distrutte – e i popoli che le proteggono e che da esse dipendono per sopravvivere potrebbero essere spazzati via.
L’urgenza più grande al momento è quella che riguarda i territori Jacareuba Katawixi e Pirititi, perchè la protezione dei loro territori scadrà a dicembre: Survival sta mobilitando l’opinione pubblica internazionale per fare pressione sul governo brasiliano e spingerlo a intervenire per proteggere i popoli incontattati. Grazie alla pressione nazionale e internazionale, l’ordinanza che tutela il territorio dei Piripkura incontattati è già stata rinnovata di 6 mesi, ma dobbiamo continuare a tenere alta l’attenzione affinché tutti i territori siano protetti in modo permanente.
https://www.survival.it/e-mail/incontattati-ordinanze-emergenza

Nella sua biografia si legge che è stata per una ricerca nei Territori Palestinesi Occupati. Di cosa si è occupata? Da un punto di vista personale, che cosa le ha lasciato quell’esperienza?
Sono stata nei Territori Palestinesi Occupati durante la triennale, e in particolare ho sviluppato una ricerca per un corso in sociologia dell’ambiente e del territorio. Ho guardato, da un lato, alle modalità con cui l’ambiente viene utilizzato come forma di oppressione e controllo e, dall’altro, alle forme di resistenza basate sulla ri-connotazione ambientale.
L’inseparabilità tra le persone, le culture e gli ambienti in cui vivono è certamente un fil-rouge che mi porto dentro e per cui non smetto di lottare.
Nello zaino al mio rientro c’era la conferma della profonda convinzione che “l’ingiustizia che si verifica in un luogo minaccia la giustizia ovunque”.

Survival è stata a Glaslow dove si è tenuta la COP26. Quali sono il migliore e il peggiore provvedimento adottato e che giudizio complessivo ne dà? Il Pianeta ha ancora un futuro accettabile?
I risultati della COP26 sono un tradimento per i popoli indigeni e per il pianeta. Da un lato, i popoli indigeni non sono mai stati così visibili e presenti come nell’ultima COP, ma dall’altra, nei fatti, la dichiarazione finale si è tenuta ben lontano da qualsiasi impegno genuino a loro sostegno. È una situazione paradossale: i popoli indigeni sono andati a Glasgow per chiedere il rispetto dei loro diritti territoriali, che non è solo indispensabile per permettergli di sopravvivere ma anche il modo più efficace ed economico di proteggere l’ambiente. In tal senso, le evidenze scientifiche sono inequivocabili. Ciò nonostante, oltre a subire più di qualsiasi altra società umana l’impatto dei cambiamenti climatici a cui hanno contribuito meno di chiunque altro ad alimentare, oggi sono minacciati sempre più anche dalle misure proposte per combatterli, come certe cosiddette Soluzioni Basate sulla Natura (Nature Based Solutions, NBS) di cui a Glasgow si è parlato molto. Mi riferisco ad esempio a certi progetti di afforestazione o di compensazione di carbonio e biodiversità, al famoso 30×30 ecc. Noi le definiamo “false” soluzioni perché inefficaci rispetto all’unica risposta possibile alla crisi climatica: bruciare meno combustibili fossili!
Le promesse del “Net-Zero” (zero-netto) danno il via libera all’inquinamento e al sovra-consumo a condizione che “compensiamo” le nostre emissioni da qualche altra parte. In questo modo, la responsabilità, il dolore e il sacrificio imposti da questa crisi vengono spostati lontano da coloro che ne sono maggiormente responsabili (ovvero prevalentemente il Nord globale) per essere addebitati ai popoli indigeni e alle comunità locali nel Sud globale.
Ma soluzioni reali – anti-razziste, anti-coloniali e rispettose della diversità – esistono già, e funzionano! Sono le soluzioni che hanno i popoli indigeni al centro della conservazione, e che danno priorità alle loro voci nell’impegno comune per risolvere la crisi climatica e la perdita di biodiversità. Questo approccio implica che i governi rispettino, proteggano e garantiscano i diritti dei popoli indigeni, inclusi tutti i loro diritti territoriali. È di gran lunga il modo più efficace, e giusto, di proteggere la biodiversità.
Dobbiamo decolonizzare la conservazione e le azioni per il clima. Per i popoli indigeni, per la natura, per tutta l’umanità.

Pasquale Esposito

Per ulteriori approfondimenti
Survival International è il movimento mondiale per i diritti dei popoli indigeni. Li aiuta a difendere le loro vite, a proteggere le loro terre e a determinare autonomamente il loro futuro. Per mantenere la sua indipendenza, rifiuta fondi dai governi e si finanzia solo grazie alle donazioni dei singoli sostenitori. Per partecipare o sostenere le sue campagne, visita il sito www.survival.it

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