L’austerità è colpevole della recessione. Che dobbiamo aspettarci?

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Il mondo dell’economia è in agitazione. L’ha provocata una dichiarazione di qualche giorno fa, non dei soliti spiriti critici neokeynesiani come Krugman, ma del capo economista del Fmi: Olivier Blanchard.
È di questi giorni la pubblicazione di una sua ricerca, fatta insieme a Daniel Leigh del dipartimento ricerca del Fmi, dallo strano titolo: «Errori Previsionali di Crescita e Moltiplicatori Fiscali» che ha sollevato forti dubbi su un postulato che ha guidato l’economia europea nel contrasto alla recessione negli ultimi anni ed è alla base delle severe ricette cui sono stati obbligati i cittadini europei degli stati non virtuosi.
La teoria, pur riconoscendo che la recessione in economia rappresenta un deciso colpo negativo ai consumi e agli investimenti, era basata sul fatto che  la riduzione di un punto di taglio del deficit pubblico avrebbe prodotto una recessione tollerabile, con mezzo punto di riduzione della crescita. Invece, afferma lo studio, il danno è molto più pesante. Un punto di tagli produce un punto e mezzo di danno economico, cioè tre volte le previsioni.
Conclusione: i salvatori dell’euro hanno sbagliato i conti e la politica di austerità, che hanno consapevolmente deciso, ha prodotto disoccupazione e povertà tre volte di più di quanto avevano pensato di provocare.
Blanchard elenca vari fattori straordinari  che hanno impedito manovre di compensazione e attenuato gli effetti recessivi: impossibilità ad agire sulla politica monetaria; tassi d’interesse quasi a  zero; consumi non proiettati sulle future aspettative economiche e sistema finanziario inefficiente; risorse inutilizzate; oltre alla necessità di sincronizzazione politiche di aggiustamento in tutta Europa, con inevitabili particolarismi e veti di natura geopolitica.
Blanchard non cita la posizione irriducibile della Germania  che, ancora sotto shock per l’inflazione degli anni ’30 del 900, ha avuto gran peso sull’applicazione spietata di “manovre di rientro” dal debito e ha contrastato tutti i tentativi di varare misure monetarie comuni, per fronteggiare la situazione. Si occupa di una situazione congiunturale, non cita neppure  le debolezze dell’Euro nato zoppo a Maastricht senza un economia di riferimento e senza strumenti di manovra monetaria.
Lo studio non critica le misure in sé, e, difendendo coerentemente la politica seguita finora e auspicandone la continuazione, finisce con deludere tutti quelli che, soprattutto in Italia, in questa campagna elettorale si stanno scoprendo nemici dell’ austerità.
Al lavoro del fondo monetario seguono solo qualche giorno fa  le dichiarazioni della Banca d’Italia che, attraverso il bollettino e le dichiarazione del governatore Visco, confermano l’assunto. Prevede un ulteriore calo del PIL di un punto per 2013 ( era sceso già del 2,1 % nel 2012) , un peggioramento del rapporto  debito-PIL (127 % nel 2012)  e di tutti gli indicatori; il reddito reale nel 2012 al – 4,1 perderà nel 2013 solo l’1,9% (sic!).  I consumi dopo il calo del 4,3 % scenderanno ancora quasi del 2%. Anche la disoccupazione  già  a livelli impressionanti, attestata al 10,6 % (la giovanile 32,1%), supererà  quota 11%.
Proprio per il nostro paese lo studio propone di proseguire l’azione con una certa prudenza, nell’attuare programmi di rientro credibili e certi (stabiliti per legge), il ritmo di correzione previsto per il 2012-13 è «appropriato», ma il governo dell’economia deve puntare ad obiettivi strutturali e soprattutto tener conto dell’economia reale, ha infine  criticato l’eccessivo carico fiscale sul lavoro suggerendo un alleggerimento della spesa pubblica.
Sullo sfondo, in Europa, restano gli sfasci delle politiche di risanamento e la  pesante situazione socioeconomica provocato dalle misure applicate per sistemare i conti pubblici e si aspettano con preoccupazione gli effetti del “fiscal compact” cioè l’obbligo per tutti i paesi di non superare la soglia di deficit strutturale superiore allo 0,5% e del pareggio di bilancio.
Ma si registrano le prime voci favorevoli a cambiare registro. In una recente intervista alla Frankfurter Allgemeine Zeitung, il ministro delle Finanze francese, Pierre Moscovici, afferma che per superare la  crisi bisogna “uscire dal cerchio infernale dell’austerità seguita dalla recessione“.
Ancora più sorprendenti le ultime dichiarazioni del democristiano Jean-Claude Junker presidente dell’Eurogruppo che ha auspicato un’inversione di tendenza e  tra le misure antirecessive dirette a migliorare la situazione socio economica, il “salario minimo garantito” in tutti i paesi, rispolverando uno slogan che era il cavallo di battaglia  di Avanguardia Operaia e altri movimenti di estrema sinistra degli anni ’70.
Non c’è dubbio che le misure economiche e gli incrementi di tassazione degli ultimi due o tre anni (Governi Berlusconi e Monti) hanno inferto  un colpo terribile ai consumi ed agli investimenti,  con  effetti  drammatici sull’occupazione. Per ora l’unico effetto positivo è il contenimento del costo degli interessi ma non è chiaro come contenere i danni all’economia reale e in periodo elettorale le ricette si sprecano.
Così nel confronto sulla politica economica trionfano ossimori e slogan senza contenuto, si vuole coniugare austerità e crescita, rigore ed equità. L’impressione, molto triste, è che i partiti e gli autori dei provvedimenti votati da tutti perché definite ineludibili, cercano ora di prenderne le distanze e di promettono di fare il contrario: il confronto elettorale parla d’altro, e la campagna elettorale si fonda sulle promesse più varie e fantasiose.
Certo che una svolta è necessaria perché, come dice Nemat Shafik, vicedirettore generale, il Fmi nella valutazione delle misure fiscali, ha cominciato a usare moltiplicatori differenziati  “dopo le esperienze negli anni recenti in cui abbiamo registrato tassi di crescita deludenti e una situazione delle finanze pubbliche puntualmente più grave delle attese” e ancora “la composizione dei pacchetti correttivi andrà ponderata attentamente
Francesco de Majo

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