L’autonomia differenziata è negare l’unità dell’Italia e l’uguaglianza dei diritti

costituzione articolo 2
history 5 minuti di lettura

L’autonomia differenziata o regionalismo differenziato che dir si voglia è un attacco eversivo, sotto mentite spoglie, agli eguali diritti dei cittadini e all’unità della Repubblica.
In molte occasioni il professor Gianfranco Viesti ha chiaramente spiegato che si tratterebbe di una vera e propria secessione delle Regioni, con più precisione una “secessione dei ricchi”.

Il progetto già avviato per una maggiore autonomia voluta da Emilia-Romagna, con qualche distinguo di facciata, Lombardia e Veneto non è sostenibile. E non sembra che il nuovo governo voglia erigere una solida barriera a questi tentativi.

Il 29 settembre a Roma si è svolta la Seconda Assemblea nazionale per il ritiro di qualunque Autonomia differenziata che Radio Radicale ha integralmente registrato.
Il ritiro di qualunque autonomia differenziata è d’obbligo perché qualsiasi apertura, come accaduto in passato, si porterebbe dietro delle smagliature dove poi si infilano ulteriori crepe fino al collasso dell’unità della nazione e all’accesso ai diritti senza distinzioni di sorta.
La modifica del Titolo V nel 2001 è all’origine di tutto questo. Una modifica, come ha ricordato Marina Boscaino portavoce del Comitato Nazionale LIP (Legge di Iniziativa Popolare per la Scuola della Repubblica) durante l’introduzione, “che è stata solo apparentemente silente ma è stata invece implacabilmente operativa negli anni che sono intercorsi da allora al 2017”, quando in Veneto e Lombardia ci furono i referendum e che ebbero nel 28 febbraio 2018, a quattro giorni dalle elezioni a camere sciolte, una data infausta. Quel giorno il premier Gentiloni che avrebbe dovuto sbrigare solo gli affari correnti, siglò l’accordo con le Regioni sulla cosiddetta Autonomia differenziata.

Nel suo intervento Massimo Villone, professore Emerito di Diritto Costituzionale all’Università Federico II di Napoli, oltre a spiegare l’ambiguità del percorso, della mancanza di atti condivisi e alla luce del sole (vedi la trattativa di Stefani  e di un indirizzo preciso e organico del Governo come dimostrano, ad esempio, le posizioni di Boccia e Fioramonti, l’uno a favore e l’altro contrario al coinvolgimento della scuola (?), ha messo giustamente in luce un aspetto, a mio avviso spesso sottaciuto, che è quello del consenso.
La Sanità e la Scuola sono due bacini elettorali e quindi non si tratta solo di risorse finanziarie ma del “controllo di strumenti essenziali di creazione e gestione del consenso” attraverso la regolazione della vita lavorativa degli addetti. Ed è per questo che i vari Zaia e Fontana spingono per la regionalizzazione. In più per la scuola ci sarebbe un altro importante motivo per controllarla perché è “uno strumento essenziale per costruite nel tempo una pseudo cultura secessionistica” necessaria nel tempo alla sua stabilizzazione e riuscita.

Adriano Giannola, presidente della SVIMEZ (Associazione per lo sviluppo dell’industria del Mezzogiorno) con fermezza e puntualità è intervenuto definendo l’autonomia differenziata un “colpo di stato in un guanto di velluto”, perché attacca eversivamente, insieme alla Legge Calderoli, l’equità orizzontale e verticale prevista dalla Costituzione.
In un discorso con una visione storica ma verso il futuro ha spiegato che i fautori dell’autonomia differenziata non stanno chiedendo la secessione perché, se si fanno i conti, sanno bene che, per esempio, il Nord nella ripartizione per un’eventuale divisione del Paese dovrebbe accollarsi l’80% del debito pubblico.  Comunque anche così, nella direzione in cui si stanno muovendo le cose, l’Italia diventa un’espressione geografica.
Un’operazione verità fa fatta partendo dalla spesa storica nel lungo periodo e conti pubblici territoriali dove si capisce quanto “squilibrio nella distribuzione delle risorse” a favore del Nord debole in un paese che non ce la fa più che per tornare a crescere senza squilibri ha bisogno ancor di più un’unificazione economica di tutta l’Italia.

Laura Ronchetti, docente di Diritto Costituzionale all’Università degli Studi del Molise ha chiarito il perché l’autonomia prevista dall’Articolo 5 della Costituzione non ha nulla a che vedere con quella portata avanti in questi anni e di cui si discute in queste settimane. “Non c’è spazio nel nostro disegno costituzionale per un’autonomia come sinonimo di indipendenza o di autosufficienza che sono ideali che celano soltanto una logica che è tipicamente proprietaria dell’esclusione dell’altro dalla propria ricchezza e dal proprio benessere. L’idea di autonomia che traspare dalla trama costituzionale invece risiede proprio in un principio opposto cioè quello del riconoscimento della interdipendenza tra tutte le autonomie,si tratta di un’accezione di autonomia consapevole quindi delle reciproche forme di dipendenze… le autonomie esistono nel nostro ordinamento per che sono esse stesse un modo per perseguire l’unità e l’indivisibilità della Repubblica”.

L’Assemblea partecipata con moltissimi rappresentanti dei Comitati per il Ritiro di Qualunque Autonomia Differenziata provenienti da ogni parte d’Italia, anche dalle stesse regioni che stanno chiedendo l’autonomia. Giulia Venia, da Brescia, che ha voluto ricordare della sua “scomoda posizione di rappresentare chi non vuole i privilegi di questa autonomia” e che ha invitato ad ascoltare i territori per imparare, per trovare un contatto e per poter incidere. Ci sono stati anche i passaggi di rappresentanti di partiti politici, a sinistra del Partito Democratico, associazioni e sindacati con la CGIL che sta spostandosi, dopo vari tentennamenti, verso il rifiuto totale dell’autonomia.

Intanto il governatore del Piemonte, Cirio nel suo incontro con Francesco Boccia, ministro per gli Affari regionali e le autonomie ha consegnato “dossier del Piemonte sull’autonomia, approvato il 9 agosto dalla giunta e adesso all’esame del Consiglio regionale. Il testo riprende e integra la proposta della precedente amministrazione e la potenzia, ampliando la nostra richiesta di autonomia differenziata a tutte le 23 materie [sanità,scuola, ambiente, infrastrutture, beni culturali, tutela del lavoro, …, ndr] previste dalla Costituzione. Ho chiesto al Ministro la possibilità di incardinare formalmente il nostro percorso entro l’anno, per consentire al Piemonte di recuperare il ritardo avuto fino ad oggi”. Sempre il ministro Boccia intervenendo al ‘Festival delle Città’ a Roma ha sì dichiarato che “la politica non deve gettare benzina e darle fuoco, altrimenti finisce come con la Brexit o come la Catalogna“, ma ha confermato la sua disponibilità verso un’idea di autonomia differenziata regionale “all’interno di una cornice unitaria nazionale“.
Ma come abbiamo sentito e letto non si possono fare distinguo sull’autonomia differenziata. Va negata.
Pasquale Esposito

newsletter mentinfugaIscriviti alla newsletter

-----------------------------

Se sei giunto fin qui vuol dire che l'articolo potrebbe esserti piaciuto.
Usiamo i social in maniera costruttiva.
Condivi l'articolo.
Condivi la cultura.
Grazie

Temi relativi all’articolo: