Lavorare stanca e troppo spesso uccide

quadro morti bianche lavoro
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Quando nel 1971 il regista Elio Petri girò il film “La classe operaia va in paradiso”, nella pur drammaticità della sceneggiatura che soffocava sia il protagonista G.M.Volontè sia lo spettatore, si poteva intravedere una possibile via di fuga mentale e fisica da quello sfruttamento. Ma evidentemente così non è stato se nel 2010 lo scrittore, ex metalmeccanico, Carlo Soricelli pubblicava il libro “La classe operaia è andata all’inferno”, che quasi sembra prendersi gioco delle speranze di quel film storico, con quel suo lungo elenco di morti, morti che oggi l’autore continua ancora a contare curando “L’Osservatorio Indipendente Morti sul Lavoro” di Bologna.

Al di là delle reminiscenze cinematografiche e letterarie, rimane incontrovertibile un dato. Sul lavoro si continua a morire troppo. Venerdì abbiamo registrato un’altra morte, Giuseppe Siino, 48 anni, padre di una ragazzina di 13 anni.
Vedremo cosa accadrà nella riunione di oggi tra la presidenza del Consiglio e il ministero del Lavoro fare un punto della situazione e su lavoro nero. Tra le idee che circolano c’è quella di sospendere l’attività in caso di infortuni gravi ben prima del verificarsi della recidiva e di portare la soglia dal 20% al 10% di lavoratori irregolari per sospendere l’attività dell’impresa. ,

A tutt’oggi le statistiche fornite dall’INAIL si fermano ai decessi registrati nel mese di agosto e si attestano a 677, a fronte di 312.762 denunce di infortunio, addirittura 60 in meno dello scorso anno, ma con un balzo in avanti (+ 18,6%) dei casi avvenuti in itinere – cioè nel tragitto di andata e ritorno tra l’abitazione e il posto di lavoro – che passano da 113 a 134. Inoltre, il monitoraggio effettuato dall’Istituto sugli infortuni conseguenti al “Covid 19”, registra 176.925 denunce dall’inizio dell’epidemia con una incidenza del 68,7% per le donne e del 31,3% per gli uomini. Sono, questi ultimi dati, non in grado di fornirci una indicazione esatta delle vittime in quanto i decessi avvengo generalmente dopo un periodo abbastanza lungo dalla data del contagio [1].
Cifre che sgomentano, perché ci consegnano oltre la paura che questa lunga sequela di morti non avrà mai fine anche un quadro desolante del mondo del lavoro, dove la bilancia delle responsabilità di questi incidenti non può certamente pendere dalla parte dei lavoratori.
Ecco perché sono fermamente convinto che per ribaltare questo stato di cose sia necessario cominciare anche dall’uso delle parole che generano un senso di distacco dai fatti, rappresentandoli quasi inevitabili e quindi alla mercé del fato.
Mi riferisco all’adozione del termine “morti bianche”, dove proprio l’uso dell’aggettivo sta lì a certificare l’assenza di responsabili diretti, e quindi l’inevitabilità dell’evento causato solo per mancata osservanza delle norme di sicurezza.
Sicurezza sui posti di lavoro, non può, non deve diventare un ritornello ripetuto quasi fino allo stordimento pur di non vedere, pur di non toccare, pur di non dover denunciare.

Ma la materia è comunque complessa e in continua evoluzione date le dinamiche stesse dei lavori soggetti a queste garanzie. Comunque è opinione comune (sindacati, enti locali) che bisogna muoversi su tre direttrici che convergano poi in un sistema di tutele e controlli il più possibile aderente alle variegate esigenze lavorative.
I punti sui quali porre l’evidenza sono in primo luogo le istituzioni e gli organismi nazionali, seguiti dall’analisi dei contesti lavorativi e poi – di rilevante importanza – gli attori della prevenzione.
Sul primo punto le tre maggiori organizzazioni sindacali hanno stipulato nel maggio scorso un “Patto per la Salute e la Sicurezza sul lavoro” del quale se ne richiede l’assunzione non solo da parte del Governo ma anche della Conferenza Stato-Regioni e delle Associazioni Datoriali al fine di dare vita ad una strategia nazionale di protezione e prevenzione mai posta in essere in Italia. Questo, ad esempio, già permetterebbe di mettere in campo un maggiore controllo nell’erogazione di fondi solo a quelle imprese dotate dei requisiti di legalità e di regolare applicazione ai dipendenti del CCNL.

Per inciso ricordo che, in parte, proprio per l’assenza di questa protezione è in atto un duro braccio di ferro fra la nuova compagnia di navigazione aerea ITA – che dal 15 ottobre prossimo subentrerà ad Alitalia – e i sindacati. Motivo del contendere, oltre alla richiesta di allargare la platea dei dipendenti assorbendoli dalla vecchia compagnia di bandiera, c’è l’azione del neo presidente che intende uscire da “Assaereo” (cioè l’associazione di categoria) per non dover applicare proprio le condizioni previste dal CNL ai nuovi dipendenti e quindi avere una maggiore flessibilità contrattuale, insomma le c.d. “mani libere”, su assunzioni e licenziamenti senza dover rendere conto quasi a nessuno se non ai suoi azionisti.
L’indecenza di questo comportamento, arrogante e indisponente, che sotto alcuni punti di vista potrebbe ricordare quello di Marchionne quando portò FIAT fuori da Confindustria per muoversi senza vincoli, è tanto più deprecabile perché ITA ha un capitale sociale di 20 milioni di euro interamente versati dallo Stato, che quindi la detiene in toto, e per la quale ha versato il maggio scorso la prima tranche di un finanziamento di 3 miliardi che sono, qualora qualcuno l’avesse dimenticato, soldi pubblici.

Il secondo pilastro sul quale si richiede maggiore incisività è quello dello studio e analisi dei contesti lavorativi per i quali le direttrici da seguire sono indubbiamente le regole normative e quelle più strettamente operative.
L’attuale Testo Unico per la sicurezza sul lavoro, aggiornato dal D.Lgs. 31 luglio 2020 n. 101, dettaglia in 13 Titoli modalità e condizioni nelle quali deve svolgersi l’attività lavorativa, dedicando gli articoli 63 e 64 rispettivamente a “Requisiti di salute e sicurezza” e “Obblighi del datore di lavoro”[2].

Le norme esistono, sono dettagliate, e quando avviene un infortunio sul lavoro è pur sempre un dramma umano, della famiglia o della comunità nella quale è avvenuto. Ma pur essendoci regole precise, va detto che per diversi motivi non per tutti gli incidenti vengono aperte posizioni dagli organi inquirenti che si affiancano a quelli dolosamente nascosti e non denunciati. Insomma un sottobosco omertoso che evidenzia come la compensazione della nostra scarsa produzione di beni di qualità e quindi di competitività, avvenga con la drastica riduzione degli investimenti, in primis quelli della formazione professionale.
Purtroppo quello che poteva apparire un sospetto forse ingiustificato, ha trovato nelle parole del responsabile dell’Agenzia che accorpa le funzioni di vigilanza del Ministero del Lavoro, INPS ed INAIL, Bruno Giordano, una drammatica conferma nel corso di una intervista: «Le responsabilità delle imprese? Soprattutto in quelle piccole e medie spesso c’è trascuratezza: le normative in materia di sicurezza vengono viste come un onere e un costo da ridurre, non un investimento» [3].

Ma a tutt’oggi questa Agenzia non è ancora riuscita ad espletare in pieno il suo incarico per mancanza di risorse umane e per una deficitaria carenza informatica il che ha impedito la creazione di una necessaria ed efficiente banca dati condivisa.
Le difficoltà organizzative devono effettivamente superare molti ostacoli, come ad esempio il coordinamento con le più di 100 Asl, che facendo capo alle Regioni e alle Provincie Autonome seguono ognuna un diverso orientamento politico e in questa ragnatela di intrecci, nodi, continua a prosperare quel modo di concepire l’economia e il fare impresa, interamente finalizzato alla ricerca del profitto che dimentica come al centro di ogni azione produttiva ci sia l’uomo, quello stesso uomo che poi incontriamo nuovamente nella situazione più tragica di vittima.

La logica capitalistica, o neo liberista, risponde a delle regole ben precise e fra queste c’è proprio quella che impone di ottenere il massimo profitto dalla propria attività.
Il mitico “Mercato”, scenario impalpabile nel quale vengono consumate le operazioni per raggiungere quegli obiettivi, è regolato da norme ferree quasi immutabili nel tempo che stabiliscono i limiti, le modalità e il perimetro entro il quale devono svolgersi le operazioni.
Modalità che, come in ogni azione dell’agire umano, dovrebbero ispirarsi al principio della legalità, dell’etica, del rispetto reciproco, tendono invece a distorcere proprio quei principi basilari di ogni rapporto lavorativo al fine di raggiungere i vantaggi sperati.
Ecco quindi, come in particolare con il neo liberismo, ci sia la tendenza a scavalcare regole, vincoli e tutele perché considerati un freno inaccettabile alla libera iniziativa, una limitazione inconcepibile della libertà di azione del singolo.

Ma attenzione, perché di fronte la morte o l’invalidità permanente di un lavoratore, cioè di un uomo e non di un mezzo meccanico, la responsabilità non è solo del datore di lavoro, perché c’è una parte del sistema sociale e politico che da tempo si sta dimostrando culturalmente subalterno a quell’idea e quasi agisce da “quarta colonna” più o meno consapevolmente.
Anche noi privati cittadini, anzi consumatori del prodotto finale, come veniamo etichettati nelle statistiche e nelle “slide” ormai di moda, abbiamo la nostra piccola parte di responsabilità nel permettere che questo stato di cose vada avanti. Possediamo un potere ed una forza immensa che non sappiamo adoperare perché paralizzata dal mancato uso del discernimento, affievolitosi anno dopo anno avendo trovato più comodo e funzionale farci servire ciò di cui desideriamo il possesso – un libro, un comodino, un semplice scaffale – da chi ci ha convinto che velocizzare i tempi di lavoro e di consegna è sinonimo di modernità, dimenticando o fregandocene che per avere in 24 ore ciò che normalmente si ottiene in 48, c’è qualcuno che deve raddoppiare i tempi di lavoro, dimezzare l’orario di pausa e rischiare il posto stesso di lavoro se va più di due volte al bagno a fare pipì.
Se provassimo tutti insieme a privarci di questo “benefit”, nessuno ci toglierà il nostro libro, il nostro comodino; permetteremo a chi è alla catena di montaggio degli imballaggi di scambiarsi un sorriso o una parola con il suo collega ma permetteremo anche, come è giusto che sia, alla ditta distributrice di continuare ad avere il suo profitto e, forse, ad instaurare con i propri dipendenti un rapporto più bilanciato.

Vanno anche rafforzati gli organici e le professionalità di chi opera nei servizi di vigilanza come ha ricordato il presidente dell’INAIL Franco Bettoni nella relazione annuale per l’andamento 2020, dove almeno sotto l’aspetto assicurativo, sulle sette mila e più aziende ispezionate ben l’86,57% sono risultate irregolari [4].
Bisogna fare in fretta, la cornice entro la quale operare gli interventi è nota, e proprio per questo il Ministro del Lavoro Orlando sembra abbia fatto ecco all’allarme lanciato dall’Istituto assicurativo perché ha annunciato l’arrivo di 2000 nuovi ispettori che una volta a règime raggiungeranno il numero di 4800 in totale, tenendo presente che ad oggi l’intera filiera di controllo è sostenuta da forse la metà degli ispettori [5].

Ma allargando l’orizzonte delle urgenze, anche questo potrebbe non bastare se si pensa alla crisi della giustizia penale nell’ambito della sicurezza sul lavoro.
Di notevole interesse è la proposta lanciata dall’ex magistrato Raffaele Guariniello, e sostenuta dal Ministro Orlando, per la creazione di una Procura Nazionale del lavoro, che sia altamente specializzata e presente su tutto il territorio nazionale. Il magistrato, in un suo recente articolo per l’Istituto Postuniversitario per lo Studio Organizzazione Aziendale (IPSOA), ha individuato in 10 punti le emergenze da affrontare che vale la pena riportarle in sintesi: – attivare indagini rapide e incisive – azioni sistematiche di prevenzione – metodologie di indagine più affinate – indagini sui tumori professionali perduti – eliminare frammentazioni delle indagini – ipotizzare nuovi scenari giudiziari – coordinamento fra i vari organi di vigilanza – responsabilità amministrativa delle imprese – rapporti del Pubblico Ministero con l’Inail – migliorare i rapporti con autorità giudiziarie di altri paesi [6].
Quindi è auspicabile che il governo proprio in funzione del PNRR, ponga tra le sue più immediate priorità proprio le tematiche del lavoro che sono il vero termometro con il quale misurare il tasso di civiltà, o se volete l’adeguatezza, di una Nazione.

Stefano Ferrarese

[1] Inail.it – Comunicati stampa – 31/8/2021
[2] Altalex.com – Diritto del lavoro e Previdenza – 31/3/2021
[3] Chiara Brusini – “Sicurezza sul Lavoro” – “Il Fatto Quotidiano”, 28/8/2021
[4] Inail.it – Relazione Annuale 2020 – 19/7/2021
[5] Cristina Casadei – “Salute e Sicurezza” – “Il Sole 24 Ore”, 11/5/2021
[6] Raffaele Guariniello su “Ipsoa.it – sicurezza sul lavoro“, 12/6/2021

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