Lavoro agile: diritto alla disconnessione e identità personale

lavoro agile
history 4 minuti di lettura

Per quanto il lavoro agile (smart working) porti una dote di aspetti positivi – dal risparmio dei tempi di percorrenza ad un minor inquinamento da trasporto ad una maggiore elasticità nell’uso del tempo da parte del lavoratore, a costi minori per le aziende – ne può apportare di altrettanti negativi per i lavoratori, per la comunità ma anche ad esempio per l’urbanistica e l’architettura delle città.

In questa sede, parlando di lavoro agile,  vorrei evidenziare l’elevato rischio che si corre (in più di un caso già in atto) per la dilatazione del tempo di lavoro a detrimento di quello per il tempo libero con l’aggravante di un eccessivo coinvolgimento, anche “morale”, del lavoratore verso l’azienda e la sua missione. Del resto da anni più di un modello di formazione e sviluppo del personale tendono ad indirizzare verso questa comunione.

Una premessa va fatta: quanto accaduto con l’esplosione della pandemia non è stato spesso propriamente lavoro agile ma lavoro da casa «del tutto assimilabile ad un telelavoro forzato Infatti, lo smart working per essere tale, ossia “Smart”, dovrebbe essere caratterizzato da una flessibilità spazio-temporale basata sulla libertà e sull’autonomia del lavoratore nel decidere quando e dove lavorare. Libertà ed autonomia esercitate in un contesto organizzativo basato sulla fiducia reciproca e su una valutazione degli obiettivi raggiunti. Questi aspetti stanno alla base dello slogan che accompagna lo smartworking: “Lavoro dove voglio (a casa, in ufficio, al parco, ecc.) e quando voglio (la mattina, il pomeriggio, la sera, la notte)» [1].

Ma torniamo ai rischi della dilatazione del tempo lavorativo e della necessità di una solida regolamentazione che, forse, può non bastare: se arriva una mail, una telefonata, un messaggio WhatsApp, fuori orario eviterò di rispondere anche se sono incinta, anche se nella mia azienda circolano semplicemente voci di riduzioni di organico, anche se dovro fare una richiesta al personale di qualcosa che magari mi spetta di norma?

La prima delle cose da fare è quella di assicurare uno dei diritti fondamentali nel lavoro agile: il diritto alla disconnessione e cioè il diritto di estraniarsi, da tutti gli stakeholders dell’azienda direi, interrompendo la connessione alla rete internet. Il problema è che la rete internet serve alla persona per tante altre attività personali e non solo ludiche come qualcuno pensa. La Legge 81/2017 che in Italia ha introdotto nell’ordinamento italiano il lavoro agile non definisce questo diritto e non stabilisce delle regole dirette rimandando all’accordo tra le parti. Del resto nell’audizione del 13 maggio in Parlamento il Garante privacy italiano ha precisato che il diritto alla disconnessione deve essere esplicitato in maniera netta e poi ha aggiunto che «il ricorso alle tecnologie non può rappresentare l’occasione per il monitoraggio sistematico del lavoratore».

C’è un disegno di legge, prima firmataria Sabrina Ricciardi, sul lavoro agile che presenta alcune novità come: un minimo di riposo di 11 ore ogni 24 e di 48 dopo 5 giorni consecutivi di lavoro; fasce di reperibilità concordate con il divieto di contatto del dipendente al di fuori di esse; le attività che dovranno svolgersi in un arco temporale che non superi le 13 ore al giorno; il diritto alla disconnessione.

Vedremo ma al momento, ma la Francia è l’unico paese europeo che, dal 2016, dispone in maniera diretta, per le aziende con più di 50 dipendenti, una difesa del tempo libero anche attraverso la tecnologia in maniera tale che, fuori dall’orario di lavoro, non arrivino comunicazioni di sorta (dalle telefonate alle e-mail, ai messaggi istantanei…) al dipendente. Ma tutti gli altri dipendenti non necessitano degli stessi diritti?

Un’altra particolare attenzione nella messa in pratica del lavoro agile va posta al controllo del lavoratore. Se è vero che resta vietato già dalle attuali disposizioni, se non in casi specifici e collegati all’attività che si svolge, è altrettanto vero che le capacità tecnologiche sono enormemente cresciute tanto poter estendere in molte direzioni il controllo. Del resto siamo già un società in cui i comportamenti non sono solo osservati ma anche indotti.

L’ultimo accenno lo farei anche ad un altro possibile risvolto negativo nell’estensione del lavoro agile ed è quello dell’isolamento dei lavoratori, della mancanza di socializzazione magari come risultato del work-holism e cioè la dipendenza da lavoro. Un fenomeno, quest’ultimo, che può essere sottovalutato proprio perché non viene considerato immediatamente come un comportamento negativo, trasgressivo e quindi da disapprovare e combattere. E così non è solo il tempo del lavoro a dilatarsi, ma anche l’identità lavorativa rispetto all’identità personale.
Ciro Ardiglione

[1] Stefano Basaglia, Zenia Simonella, Simona Cuomo, “Lo Smartworking tra moda, retorica e pochi fatti”, https://www.economiaepolitica.it/lavoro-e-diritti/lo-smartworking-tra-moda-retorica-e-pochi-fatti/, 10 Luglio 2020

newsletter mentinfugaIscriviti alla newsletter

-----------------------------

Se sei giunto fin qui vuol dire che l'articolo potrebbe esserti piaciuto.
Usiamo i social in maniera costruttiva.
Condivi l'articolo.
Condivi la cultura.
Grazie

Temi relativi all’articolo: