Lavoro e Ambiente. Taranto, Italia, Mondo.

Taranto ILVA ambiente
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La storia della produzione massiva, a partire dalla rivoluzione industriale, ha avuto uno svolgimento a dir poco contrastato nei suoi rapporti con l’uomo e con l’habitat circostante.

Taranto ILVA
Taranto, Mar Piccolo dove da sempre vengono coltivate le cozze, ormai anch’esse contaminate dalla diossina. Sullo sfondo i fumi e le ciminiere dell’Ilva. Novembre 2012. Foto Cristina Mastrandrea ©.

Terre, acque, cieli sono stati macchiati, sfregiati, quasi sempre in maniera irreversibile, dall’ombra appestante e ingombrante di un progresso forzato, in nome del quale si è troppo spesso indugiato sul destino delle vittime e sull’individuazione delle responsabilità dei carnefici. A questo si aggiunge l’emergenza legata alle minacce, sempre più crescenti, dell’estinzione di intere specie animali, che risentono per primi dei cambiamenti climatici innaturali, estranei al normale corso evolutivo e del susseguirsi dei cicli stagionali. Mari e corsi d’acqua anneriti dal liquame oleoso, schiumati dal soffice inganno dei solventi o dalla superficie insudiciata; spiagge imbiancate dal deposito di polveri; orizzonti annebbiati dall’esalazione plumbea di vapori letali.
Il panorama, nell’ultimo secolo, è stato oltraggiato, violentato, offeso. Le risorse naturali soffocano, bruciano, si esauriscono ad un ritmo impressionante, al pari delle pellicole, sempre più assottigliate, che circondano l’aura del pianeta. Le conseguenze sull’uomo sono a dir poco devastanti: aumento di patologie gravi e di tutti i generi, con il conseguente incremento della mortalità, perdita progressiva dell’identità territoriale, conflitto sociale.

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Taranto, striscione appeso ai cancelli della portineria A dell’Ilva. Novembre 2012. Foto Cristina Mastrandrea ©.

L’immobilismo della maggior parte dei governi del Mondo di fronte all’orrendo abuso della produzione a oltranza, e che il più delle volte si è rivelato essere consapevole complicità, è sempre più evidente anche di fronte alle richieste d’aiuto, alle implorazioni provenienti dalle coscienze più avvedute e ragionevoli del pianata. E anche tentativi di intervento globale e sovranazionale, come la stesura trattato del 1997, passato alla storia come Protocollo di Kioto, che stabiliva dei limiti nell’emissione dei cosiddetti “gas serra”, sembrano assumere i lineamenti di sterili rimedi di “facciata”, indeboliti e fiaccati anche da ambigue prese di posizione, come quelle di India e Cina, o da rifiuti “pesanti”, come quello degli USA. Intanto alle linee prossime all’Equatore le terre continuano ad inaridire, in uno sfacelo incoraggiato da un interventismo inesistente o qualche volta “di comodo”; ma anche il cosiddetto “nord” del mondo pare sorprendersi , impreparato di fronte a fenomeni atmosferici e meteorologici calamitosi del tutto nuovi nella loro vastità e impatto.

In Italia le vicende dello stabilimento siderurgico di Taranto, il più grande d’Europa, seguono tutto questo desolante, terribile percorso di guerra in ogni sua tragica, dolorosa tappa. È la storia secolare di un progressivo disastro che ha avuto e sta avendo un impatto deturpante su tutta la zona. L’industria che era nata come colosso statale della siderurgia, il fiore all’occhiello dell’Italsider, sta distruggendo un intero ecosistema. L’emissione incontrollata e dissoluta dei gas velenosi nell’aria ha generato un numero impressionante di morti e di persone che si ammalano: cittadini inermi e innocenti la cui unica colpa è stata ed è quella di sopravvivere accanto al mostro dalle mille bocche sputanti.

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Taranto, vista dello stabilimento Ilva e delle sue ciminiere. Ottobre 2012. Foto Cristina Mastrandrea ©.

I dati sono sconvolgenti e l’allarme sanitario ha da tempo superato i margini di massima allerta: gli alimenti, i prodotti della terra dell’allevamento, sono contaminati da una presenza estremamente elevata di diossina. La vastissima area, infatti, non è un recinto chiuso ma è parte integrante del perimetro di una città sviluppatasi e arricchitasi all’ombra dell’immensa fabbrica. Il centro abitato è quello contiguo dei quartieri Tamburi e Borgo, la strada, la statale Appia, la regina viarum, è uno snodo estremamente trafficato per gli spostamenti cittadini ed extraurbani di tutti i giorni. Tutt’attorno ci sono la campagna, un tempo estremamente produttiva, e il mare, ricco e pescoso, entrambi capisaldi di una economia di tipo alimentare che esporta in tutto il mondo.
Ma al dramma “cittadino” si aggiunge purtroppo quello spaventoso di chi presta lavoro nella pancia della grande balena morente. Negli ultimi anni una serie di denunce, indagini, perizie ha cercato fare luce e di arginare la catastrofe, ma ormai la connivenza tra scriteriata gestione degli impianti e indifferenza di fronte al pericolo, coinvolge pienamente tutta la forza lavoro. Non c’è molta scelta, le sentenze del tribunale, fino a quella del 26 luglio 2012, pongono di fronte a scelte drammatiche e inappellabili. L’ILVA sta uccidendo: o si adegua alle norme in materia di emissioni, oppure si mettono i sigilli e si chiude. Così, alla morte del corpo, si aggiunge la morte sociale. Si somma il male assoluto dei licenziamenti di massa, della cassaintegrazione. Si impoveriscono intere generazioni che hanno creduto nell’affabile menzogna dell’industria ricca e al tempo stesso “pulita”. Ma nonostante l’inganno, malgrado la depressione che si è fatta via via lotta, i lavoratori si sforzano di comprendere, in un grande slancio di solidarietà identitaria e di comunità. Continuano gli scioperi e continuano le morti, come quella, giorni fa’, di Claudio Marsella, di 29 anni, ucciso non dai gas, ma comunque dall’ennesimo episodio di incidente sul lavoro dovuto ad una noncuranza che ne ha provocato il decesso per una caduta da un vagone di trasporto materiali.

Taranto ILVA morte Claudio Marsella
Taranto, presidio davanti alla portineria A dell’Ilva degli operai del MOF in sciopero dopo la morte, per incidente sul lavoro, del loro compagno Claudio Marsella di 29 anni.
Novembre 2012. Foto Cristina Mastrandrea ©.

La proprietà sembra invece del tutto assente e questo nonostante i provvedimenti di arresto e le disposizioni dei magistrati, mentre il governo italiano ancora una volta resta come sordo. La sensazione oggi è quella di un reale, preoccupante disinteresse. Forse perché da tempo impegnato completamente nella difesa di un versante economico interamente inclinato verso la finanza. Lì, nei mercati virtuali delle borse e delle banche, infatti, non ci sono gli operai che perdono il lavoro, non c’è il latte contagiato da dare ai bambini, non ci sono centinaia di migliaia di cittadini minacciati dal cancro. E questa è l’ennesima, emblematica dimostrazione di quanto le scelte, le opzioni politiche siano distanti dai bisogni reali e non più rimandabili di intervento. L’allontanamento da un’economia di produzione reale, il disinteresse sempre più crescente dello Stato per le questioni inerenti l’ambiente e il lavoro, passa anche per queste posizioni scellerate. Di tutto ciò siamo oggi certi, non lo siamo però altrettanto su un fatto, ovverosia che la quantità di denaro delle contrattazioni siano così pulite e prive di miasmi maleodoranti, proprio come quelli che si respirano per le strade e nelle case.

Cristiano Roccheggiani

ilvataranto.com
kyotoclub.org/
epiprev.it
ilsole24ore.com
repubblica.it/processo_alla_diossina

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