Lavoro sottopagato e salario minimo

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L’economia italiana sembra essersi avviata verso una crescita significativa tanto che l’Istat stima la crescita del Pil, nel terzo trimestre, del 2,6% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente e del 3,8% in termini di tendenza, il che fisserebbe la variazione per il 2021 al più 6,1%.
Questo massiccio balzo in avanti, è stato sostanzialmente determinato da un forte recupero registrato nel settore dei servizi – il più penalizzato dalla crisi – e da una crescita del comparto industriale, ai quali hanno fatto riscontro un innalzamento della domanda sia nazionale che estera. Però il quadro complessivo dell’economia italiana, se da una parte può giustificare un contenuto ottimismo, innegabilmente registra un pesante cono d’ombra sul versante retribuzioni salariali.

L’allarme su questo aspetto del mondo del lavoro, è stato lanciato da  Fulvio Fammoni della “Fondazione Di Vittorio” della Cgil: ” In Italia ci sono 3 milioni di precari, 2,7 milioni di part-time, 2,3 milioni di disoccupati ufficiali. Uno spaccato davvero troppo alto, ingiusto e insostenibile di lavoro povero e discontinuo che riguarda il nostro Paese” [1]. Tutto ciò a dimostrazione del fatto che l’occupazione recuperata, rispetto all’anno scorso, è per un’alta percentuale precaria data la presenza preponderante di contratti a termine.

Ma c’è di più, perché se questi sono i dati ufficiali è innegabile l’esistenza di una cospicua fascia di soggetti cosiddetti “inattivi”, che non compaiono nelle stime e nelle indagini degli enti di ricerca e che, di fatto, nascondono una elevata quota di disoccupati, non quantificabili e non rintracciabili, che non fanno altro che allargare in maniera drammatica il dislivello fra disoccupazione accertata e disoccupazione sostanziale.

Questo quadro così sbilanciato del mondo del lavoro visto nella sua globalità, necessariamente si riflette in maniera negativa anche sui salari perché, per fare un solo esempio, il part-time italiano, pur rientrando grosso modo nella media europea almeno per ciò che riguarda ore di lavoro e di persone impiegate, si sta rivelando una tipologia di impiego tipicamente di sussistenza nel quale si evidenzia un pericoloso intreccio fra bassi salari e basse qualifiche dove, appunto, “la retribuzione part-time in Italia è più bassa della media dell’Eurozona di oltre il 10%” [2].

I motivi di questo squilibrio ovviamente sono molteplici, ma molti studiosi del mondo del lavoro e delle sue dinamiche, iniziano a puntare l’indice contro le teorie macroeconomiche che ritengono che una libertà dei mercati garantisca sempre una crescita economica, pur registrando un tasso minimo di disoccupazione quasi “fisiologica” che non crea eccessivi problemi. Questa visione del funzionamento del sistema economico, come notato dalla professoressa Antonella Stirati docente di economia all’Università Roma Tre, ha influenzato anche la “costruzione delle istituzioni europee, spingendo alla privatizzazione delle imprese pubbliche e costruendo un sistema di regole che limita fortemente la capacità della politica fiscale di contribuire a politiche di piena occupazione” [3].

Trasportando questi concetti nella situazione italiana, va notato che esiste da noi un sistema di contrattazione collettiva che, nel rispetto dell’articolo 36 della Costituzione – “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa” – di fatto stabilisce la retribuzione minima per quasi tutte le categorie di lavoratori dipendenti.
Allora, la domanda da porci è se l’eventuale aumento dei salari – in Italia ci sono 5 milioni di lavoratori con un salario non superiore ai 10 mila euro lordi annui – quali effetti potrebbe determinare nella strategia globale delle imprese

È quanto hanno cercato di documentare Francesco Devicienti e Bernardo Fanfani, docente di economia presso l’Università di Torino il primo e docente di economia e finanza presso l’Università del Sacro Cuore di Milano il collega, in un progetto di ricerca condotto nell’ambito dell’iniziativa “Visit Inps Scholars” ideato dall’Inps.
Le conclusioni alle quali giungono, evidenziano come il modello di contrattazione centralizzato fatichi ad adattarsi alle diverse esigenze di una platea eterogenea di imprese così come presenti nel nostro territorio. Se le aziende più efficienti riescono ad assorbire la crescita dei salari contrattuali senza eccessive difficoltà, le meno produttive tendono a ridurre l’occupazione e, di conseguenza, i livelli produttivi.
L’unica via d’uscita, sembrano suggerire i due ricercatori, è quella di introdurre un salario minimo universale che eviterebbe un eccessivo ricorso a tagli nelle retribuzioni per i lavoratori più vulnerabili e cioè quelle categorie come disabili, donne, immigrati, over 50, gli atipici, vale a dire quei soggetti più esposti a limitate tutele contrattuali e/o previdenziali o scarsa rappresentanza dei loro diritti sindacali.

L’importanza di stabilire un salario minimo, quindi, sta diventando ormai un’esigenza non più dilazionabile e a livello europeo, è presente in 22 Paesi su 28. L’Italia, insieme ai Paesi nordici (Danimarca, Finlandia, Svezia) e all’Austria lo prevede a livello “settoriale” perché riferito a specifici gruppi di occupati [4]. Lo sforzo che si richiede al governo e alle parti sociali, è quello di lavorare per determinare un salario minimo universale il che renderebbe più agevole portare alla luce le irregolarità e, cosa non trascurabile, compatterebbe i lavoratori, determinando attraverso i sindacati un maggiore potere contrattuale.
Diversi studi hanno evidenziato come, per esempio, con salari ad € 8 all’ora saremmo ancora sotto la media europea – attestata fra il 50 e il 60% dello stipendio medio – di un 4,7% del livello retributivo degli occupati a basso salario, ma se l’erogazione di € 8 includesse le mensilità aggiuntive si arriverebbe ad una incidenza del 13,8%. Infine, se il salario minimo erogabile fosse di € 9 all’ora per tutte le mensilità, si toccherebbe un tasso di copertura della platea dei possibili percettori – stimati intorno ai 2,6 milioni di persone – pari al 25%, il che renderebbe l’Italia il Paese europeo con il maggior numero di lavoratori coinvolti.
Appare evidente, ancora una volta, come l’intervento della politica sia oggi più che mai necessario per l’applicazione del salario minimo, proprio per scardinare quei meccanismi messi a difesa della conservazione della povertà lavorativa, che scavano un solco ancora più profondo nelle disuguaglianze di reddito e di ricchezza, con il pericolo di un sempre più crescente divario fra Paese reale e Istituzioni.

Personalmente ritengo pretestuose le motivazioni che Confindustria adduce per evitare l’approvazione del salario minimo, sbandierando il sicuro abbandono di molte aziende dai tavoli della contrattazione collettiva. L’evidenza dei dati sembra sconfessare l’Associazione degli industriali, perché in quei Paesi europei dove è stato introdotto (Germania nel 2015 con una retribuzione di € 8,5 l’ora e Francia con € 10 lordi l’ora) si è invece colmato quello sbilanciamento salariale già comunque presente nel periodo pre-covid.

A riprova della immotivata battaglia di retroguardia sostenuta da chi è contrario al salario minimo, baluardo dei dogmi liberisti, ha provveduto l’economista canadese David Card, Premio Nobel per l’Economia nel 2021 il quale ha dimostrato che introdurre una piattaforma di base (il salario minimo, appunto) non necessariamente riduce l’occupazione e che l’impiego di immigrati non spinge i salari al ribasso.

Sulla stessa linea di pensiero si muove l’economista Marta Fana, la quale in maniera forse più decisa del collega canadese non ha timore a dire :”Paghe da fame per un lavoro povero. E se ricominciassimo a parlare di lotta salariale? È sull’impoverimento dei lavoratori, infatti, che molte imprese continuano ad accumulare profitti agitando di volta in volta il nemico esterno più utile alla propria retorica: gli immigrati, le delocalizzazioni, la tecnologia” [5].
C’è molto da fare per invertire la direzione che sembra aver imboccato questo esecutivo, tentennante, dilatoria, e con i partiti politici che, tutto sommato, si tengono bene alla larga da questa questione che, è opportuno ricordare ancora, non investe soltanto la politica del lavoro ma richiede anche e soprattutto l’impegno per disegnare una volta per sempre una mappa dei diritti per il cittadino lavoratore.
Nell’odierno Consiglio dei Ministri, il premier Draghi ha incontrato nuovamente i rappresentanti sindacali per stabilire i tempi di discussione di un altro tema importante come quello delle pensioni, capitolo che non può essere visto distaccato dalle dinamiche lavorative tutt’ora applicate. Si parlerà, forse a dicembre prossimo, di una rivisitazione della “legge Fornero” alla quale verranno apportati, come assicurato, dei sostanziali cambiamenti che comunque non intaccheranno la struttura portante. C’è da augurarsi solo che il tutto non si riduca ad un’operazione di facciata.

Stefano Ferrarese

[1] Fulvio Fammoni – Fondazione G.Di Vittorio – 9/11/2021
[2] Valentina Conte – “la Repubblica” – 2/11/2021
[3] Antonella Stirati – “Lavoro e salari” – ed. L’Asino d’Oro, Roma 2020
[4] Fonte INAPP – Nota per Presidente XI Commissione Camera dei Deputati
[5] Marta Fana – “Basta salari da fame!” – ed. Tempi Nuovi, 2020

 

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