Lavoro, salario e povertà

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Tutti gli indicatori ormai ci dicono senza possibilità di equivoci o interpretazioni arbitrarie, che il mondo del lavoro sta sprofondando sempre di più in una pericolosa instabilità tanto che non è azzardato dire che siamo di fronte a un deterioramento dei cardini stessi del sistema.

Basta ricordare velocemente, ad esempio, una prima frenata con il blocco dei salari riconducibile già alla metà degli anni ’90, per proseguire con un incremento della tecnica delle esternalizzazioni che non produce altro che una accentuazione dello sfruttamento, accompagnato da una costante e sempre  più marcata flessibilità contrattuale. In questo scenario, già di per se allarmante, si inseriscono i dati preoccupanti sul lavoro nero e la dilatazione di quella zona grigia dove le irregolarità di ogni genere sono la norma. Come se non bastasse, a certificare questo stato di cose, ci sono gli infortuni e i morti sul lavoro che l’INAIL, nel trimestre gennaio-marzo del 2022, fissa questi ultimi in 189 evidenziando anche la crescita da 14 a 24 delle donne decedute [1].

Ormai parlare di emergenza è quasi un eufemismo, mentre di vero e proprio allarme si dovrebbe discutere sull’assenza di soluzioni provenienti dal mondo della politica, sempre più imprigionata dall’incapacità di elaborare una strategia generale, non costruita sugli interessi volatili delle forze attualmente al Governo e in Parlamento, ma che sia in grado di porre in atto misure di reazione che abbiano un impatto forte con la realtà, vista sempre di più in maniera ambigua o distorta.

Eppure le sollecitazioni da parte della società civile ad una risposta decisa non mancano e l’ultimo esempio in ordine di tempo ci viene fornito dal rapporto di Oxfam Italia La pandemia della disuguaglianza  presentato a Firenze il 12 e 13 maggio scorsi, nell’ambito dell’Oxfam Festival prima edizione dedicata esclusivamente al mondo del lavoro, alle diseguaglianze e alla povertà.

Le finalità di questa due-giorni, che ha ospitato 60 personalità delle istituzioni, della politica e della cultura, le ha riassunte il direttore generale Roberto Barbieri nel suo discorso introduttivo: ”Il Festival nasce soprattutto per dare un contributo alla produzione di cambiamenti, anche con la condivisione delle buone pratiche… Per questo partiremo dal lavoro, in crisi, leso nella sua dignità e che troppo spesso non basta a condurre una vita dignitosa” [2].

La considerazione del direttore generale di Oxfam Italia, ci porta a riflettere anche sulla mistificazione dell’informazione che ci è stata fornita sul problema lavoro nel suo complesso, spesso ovattata, edulcorata, ma quasi sempre mendace sul  fatto che già prima del 2020 e quindi della pandemia – troppe volte usata come alibi e paravento per giustificare inadeguatezza delle decisioni o addirittura assenza – un lavoratore su otto era in povertà lavorativa mentre si allargavano le tipologie del lavoro c.d. di scarsa qualità nel segmento femminile; lavoro femminile che proprio con la Covid si è caratterizzato per impieghi frammentari di breve durata sorretti da contratti non sempre garanti delle basilari forme normative, che hanno accentuato quindi l’esclusione lavorativa delle donne dal mercato del lavoro che, con una marginale presenza del 50%, confermano sempre più l’esistenza di un serio problema strutturale.

Per quanto riguarda lo stato della distribuzione della ricchezza netta in Italia alla fine del 2020 la distribuzione della ricchezza nazionale netta “vedeva il 20% più ricco degli italiani detenere oltre 2/3 della ricchezza nazionale, il successivo 20% (quarto quintile) era titolare del 18,1% della ricchezza, lasciando al 60% più povero dei nostri concittadini appena il 14,3% della ricchezza nazionale. Il top-10% (in termini patrimoniali) della popolazione italiana possedeva oltre 6 volte la ricchezza della metà più povera della popolazione. Confrontando il vertice della piramide della ricchezza con i decili più poveri della popolazione italiana, il risultato appare ancor più sconfortante. La ricchezza del 5% più ricco degli italiani (titolare del 40,4% della ricchezza nazionale netta) era superiore allo stock di ricchezza detenuta dall’80% più povero dei nostri connazionali (32,4%). La posizione patrimoniale netta dell’1% più ricco (che deteneva a fine 2020 il 22,2% della ricchezza nazionale) valeva oltre 51 volte la ricchezza detenuta complessivamente dal 20% più povero della popolazione italiana“.

Ormai non c’è più tempo da perdere se vogliamo colmare i profondi, storici, ritardi accumulati perché dipanare la matassa diventa sempre più difficile causa, come abbiamo visto, l’improvvisa crisi pandemica con i suoi strascichi di violente sollecitazioni anche sulla tenuta sociale della comunità nonché la sciagurata guerra in corso che promette di regalare al mondo intero una trasformazione radicale degli assetti fin qui raggiunti.

Allora cosa fare? Penso che per risalire la china servano passi decisi e profondi come ad esempio l’istituzione del salario minimo legale – scandalosamente assente nella legislazione nazionale – che sia in grado, però, di colmare da un lato tutti quegli spazi che attualmente sfuggono ai contratti collettivi di categoria, e dall’altro di fornire o rafforzare, dove già esiste, il potere negoziale dei lavoratori autonomi.
Tecnicamente, il salario minimo è una retribuzione base riconosciuta ai lavoratori di diverse categorie e stabilita per legge, quindi al di fuori delle contrattazioni o accordi collettivi. È perciò la soglia minima sotto la quale il datore di lavoro non può scendere. Per la sua efficienza è necessario che avvengano verifiche e rivalutazioni costanti per adeguare il suo potere di acquisto.

Intanto continuano ad imperversare gli abusi contrattuali esercitati principalmente sui giovani o chi si affaccia sul mondo del lavoro. Ultimo arbitrio, ma solo in ordine di tempo, è quello perpetrato nei confronti di 200 dipendenti – di cui ben 100 con contratto a chiamata – impiegati come addetti all’accoglienza dei Musei e delle Biblioteche di Milano, retribuiti con 4 euro l’ora già da 4 anni e con un contratto che non è quello del settore “applicato perché costava meno, a differenza di quello specifico per l’ambito culturale, che consentirebbe quasi il doppio della retribuzione. Quello che i lavoratori e le lavoratrici ritengono fondamentale è che all’interno del bando ci sia la garanzia che, a seguito di un cambio di appalto, nessuno venga lasciato a casa a prescindere dalla tipologia di contratto individuale e che venga applicato l’effettivo CCNL di settore” ha spiegato Roberta Griffini della FILCAMS Cgil milanese [3]. Allora ritorna alla mente il monito sferzante e sintetico lanciato dal Presidente Biden agli imprenditori del suo Paese che, come i nostri, lamentavano scarsità di personale: ”Non trovate lavoratori? Pagateli di più e li troverete”.

Tutto ciò ci dimostra che non servono al momento interventi legislativi di facciata, tipo l’emanazione di un decreto tampone, utile solo per rafforzare il consenso elettorale, bensì la coralità del Parlamento che dovrebbe esprimersi utilizzando la Legge di Bilancio e i cui decreti attuativi andrebbero confermati indipendentemente dalla coalizione di Governo. Una tale misura aiuterebbe a far riemergere quelle fasce sociali che sono al di sotto della soglia di povertà, permettendo l’utilizzo degli ammortizzatori sociali – unico sostegno disponibile per queste persone – in altri settori.

Queste sono le priorità ormai ineludibili, e non solo perché il “Sistema Italia” deve trovare un bilanciamento tra piani di sviluppo, PNRR, ed uguaglianza sociale ma perché ulteriori ritardi provocherebbero una corsa affannosa e forse improduttiva verso le sfide globali del XXI secolo, che come abbiamo visto, pur ponendo il lavoro al vertice della piramide da scalare, ci impongono il confronto con altri temi di portata globale come quello dell’ambiente.

Dell’urgenza di questi enormi disparità sembra essersene accorto qualcuno anche a Davos, al Forum Economico Mondiale (WEF) tenuto a Davos dall’élite mondiale dell’economia e della politica. I massimi rappresentanti del capitalismo mondiale starebbero indicando una strada diversa dalla  semplice massimizzazione dei profitti – che ovviamente favorisce solo gli azionisti e i dirigenti apicali – per ricomprendere fra i beneficiari la platea degli “esclusi” cioè buona parte degli strati della società produttiva. Ma dietro queste dichiarazioni, per lo più di stampo liberal-paternalistico, rimangono i dati e le cifre a dirci come non si possa continuare a sorreggere più un intero sistema capitalistico che trae la sua linfa vitale, la sua stessa esistenza, dalla concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi individui.
A fornire ancora una volta i dati reali della diseguaglianza nel mondo, è stata l’Ong Oxfam nel suo report annuale Profiting for pain illustrato proprio all’apertura del meeting di Davos dalla direttrice esecutiva di Oxfam International, Gabriela Bucher.
Da quando è scoppiata la pandemia, la ricchezza dei miliardari si è attestata al 13,9% del Pil mondiale creando 573 nuovi miliardari – in pratica uno ogni trenta ore – con un élite al suo interno di sole 20 persone i cui patrimoni valgono più del Pil dell’Africa sub-sahariana [4].

Il dubbio che a Davos forse si siano spese solo una gran quantità di parole, sembra confermato dalla strana e inaspettata protesta organizzata proprio da un  gruppo di miliardari riuniti sotto la sigla di “miliardari patriottici” i quali, secondo le corrispondenze, hanno implorato il board organizzativo di tassarli per abbattere il crescente divario fra ricchi e poveri. “È scandaloso che i nostri leader politici ascoltino coloro che hanno di più, sanno di meno sull’impatto economico di questa crisi e molti e molti dei quali pagano tristemente poche tasse. L’unico risultato credibile di questa conferenza è tassare i più ricchi e tassare noi, ora” [5].

È un segnale che incoraggia qualche speranza? Forse; ma se lo fosse, perché anche da noi non si trova qualcuno disposto a parlare di patrimoniale? O nel mondo perché non si mette mano alla piaga delle elusioni fiscali, delle evasioni fiscali, dei paradisi fiscali? Perché non si riesce nemmeno a parlare di tasse sulle speculazioni finanziarie? Ma forse la domanda giusta sarebbe: ha ancora senso un sistema capitalistico?

Stefano Ferrarese

[1] Infortuni e malattie professionali online; open data primo trim. 2022, 28 aprile 2022
[2] DisuguItalia; come ridare valore, potere e dignità al lavoro, 12 maggio 2022; per una lettura completa del rapporto https://www.oxfamitalia.org/wp-content/uploads/2022/01/Report_LA-PANDEMIA-DELLA-DISUGUAGLIANZA_digital2022_final.pdf
[3] Elisa Corneliani, Pagati quattro euro all’ora da quattro anni,  30 maggio 2022
[4] Effetto pandemia; un nuovo miliardario e un milione di poverissimi in più ogni 30 ore, 23 maggio 2022
[5] Rupert Neate, Millionaires join Davos protests, demanding ‘tax us now, 22 maggio 2022

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