Le acque e la terra sommerse da plastica e microplastica

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L’inquinamento da plastica e microplastica non è più gestibile con il riciclaggio. La produzione e il consumo di plastica deve approssimarsi velocemente allo zero se non si vuole essere sommersi. La produzione annuale di plastica ha superato la produzione della maggior parte degli altri materiali prodotti dall’uomo. La metà di tutte le materie plastiche mai prodotte dall’umanità sono state prodotte negli ultimi 13 anni.
L’alternativa è la morte di mari e corsi d’acqua. E non solo.
Il riciclaggio non tiene e non può tenere il passo alla continua produzione di beni e involucri che contengono ogni genere di plastica, spesso anche monouso.

Le stime più favorevoli parlano di circa 6-12 milioni di tonnellate di plastica finite negli oceani ogni anno. A farne è l’interno ecosistema con circa 700 animali marini gravemente colpiti da questo asfissiante inquinamento. Ma ci siamo anche noi sia come consumatori, la plastica può entrare nella catena alimentare, sia come pescatori che vediamo diminuire le possibilità di lavorare e farlo in maniera sostenibile.

Greenpeace nei mesi scorsi ha portato a termine una ricerca su 1.819 prodotti, il 23% del totale «contenevano almeno un polimero o copolimero in plastica. Riguardo le differenti categorie merceologiche il 31% (303 su 984) dei prodotti per il bucato conteneva tra gli ingredienti almeno un polimero o copolimero in plastica e questa percentuale era pari al 22% (48 su 218 prodotti) per i prodotti per lavare le stoviglie e al 12% (76 su 617) per i prodotti destinati alla pulizia delle superfici. Le aziende con una percentuale maggiore di prodotti tra i cui ingredienti figurano polimeri e copolimeri in plastica sono risultate: Procter & Gamble (53% con prodotti a marchio Dash, Lenor e Viakal), Colgate-Palmolive (48% con prodotti a marchio Fabuloso, Ajax e Soflan) e Realchimica (41% con prodotti a marchio Chanteclair e Vert di Chanteclair). Al contrario la presenza di polimeri plastici non è stata rilevata tra i prodotti esaminati appartenenti ai marchi Almacabio e Marbec e in numero molto esiguo in quelli dell’azienda Madel (2%). Tra gli ingredienti in plastica, il copolimero a base di stirene e acrilati
è risultato il più frequente (presente in 293 prodotti) seguito dal sodio poliacrilato (presente in 45 prodotti). Dei 31 prodotti analizzati in laboratorio solo in due (Omino bianco detersivo lavatrice color + dell’azienda Bolton e Spuma di Sciampagna Bucato Classico Marsiglia dell’azienda Italsilva) è stata individuata la presenza di particelle solide inferiori ai 5 millimetri (microplastiche)» [1].

Le microplastiche ottenute dal disfacimento, degrado, agenti atmosferici e forze fisiche come le onde, di pezzi più grandi sono oramai e in grandi quantità anche nei fondali degli oceani. A dimostrarlo uno studio pubblicato su Frontiers in Marine Science. È una ricerca australiana basata su analisi dirette che nonostante i limiti dettati da costi esorbitanti e da difficoltà dettate dalla tipologia di ambiente esplorato, dimostra che le quantità di microplastiche (qui definite tali quelle con dimensioni da 1 a 5 millimetri) sedimentate negli oceani sono incredibilmente enormi [2].

Quello dell’inquinamento delle acque dolci o salate è solo una parte del problema. Anche la terra è continuamente violentata dalla plastica. Uno studio pubblicato su Plos One dai ricercatori dell’Università della California di Santa Barbara mostra quest’altro lato oscuro del problema. I ricercatori «hanno calcolato la quantità di microfibre plastiche prodotte durante i lavaggi negli ultimi 70 anni, utilizzando informazioni sulle caratteristiche delle lavatrici in commercio, sul loro utilizzo a livello globale, e sulle procedure di bonifica delle acque reflue. Stando alle loro analisi, tra il 1950 e il 2016 le lavatrici del globo hanno prodotto 5,6 milioni di tonnellate di microplastiche. Di queste, 2,9 sono finite nei mari e negli oceani, mentre altri 2,5 hanno raggiunto il suolo di campi e altri ambienti terrestri, e 0,6 sono custodite nelle discariche» [3].

L’inquinamento avanza inesorabile ma la politica continua a non prendere decisioni drastiche. Nemmeno quando si tratta di andare avanti per un nuovo accordo globale sull’inquinamento della plastica nei mari. Stiamo parlando del Gruppo di Lavoro sulla Plastica Marina (Aheg) voluto dall’Assemblea Generale dell’ONU che nei suoi due terzi hanno accettato l’dea appunto di nuovo accordo globale. Si tratta di arginare uno sversamento di plastica nei mari che triplicherà entro il 2040 se la tendenza resta quella attuale. Nella sostanza saremmo nelle caratteristiche simili «all’accordo di Parigi sul clima o al protocollo di Montreal per prevenire l’esaurimento dell’ozono. Né il Regno Unito né gli Stati Uniti hanno dichiarato il loro desiderio di un nuovo accordo. La Gran Bretagna, che lascia l’UE alla fine dell’anno, sta valutando una delle due opzioni: sostenere le crescenti richieste di negoziare un nuovo trattato globale o rafforzare gli accordi esistenti per ridurre i rifiuti di plastica. […]. Gli Stati Uniti si sono finora opposti a un accordo internazionale sui rifiuti di plastica».
Aspettiamo che cosa farà Biden? Purtroppo è una questione di lana caprina rispetto alla drammaticità dell’emergenza climatica.

Ciro Ardiglione

[1] https://storage.googleapis.com/planet4-italy-stateless/2020/07/8707a2f2-gp_report_detersivi.pdf
[2] https://www.frontiersin.org/articles/10.3389/fmars.2020.576170/full
[3] Simone Varesini, “Non solo gli oceani: la microplastica sta inquinando anche il suolo”, https://www.repubblica.it/green-and-blue/2020/10/01/news/non_solo_gli_oceani_la_microplastica_sta_inquinando_anche_il_suolo-268899199/, 1 ottobre 2020
[4] Karen McVeigh, “Global treaty to tackle plastic pollution gains steam without US and UK”, https://www.theguardian.com/environment/2020/nov/16/us-and-uk-yet-to-show-support-for-global-treaty-to-tackle-plastic-pollution, 16 novembre 2020

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