Le analisi teoriche a servizio dei movimenti. Giovanni Tateo e menelique

giovanni tateo e il suo cane
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Quello che mi ha immediatamente colpito di Giovanni Tateo, Fondatore e Direttore editoriale della rivista menelique, è stata la sua determinazione a coniugare l’analisi all’impegno politico e culturale. Giovanni Tateo è un intellettuale militante che con Menelique intende far sì che le“analisi possano essere d’appoggio a movimenti sociali e possano favorirne il potenziamento e l’organizzazione”. Si parlerà di editoria, marketing, di mercificazione della realtà, di spazi urbani, di bollette prepagate, di anarchismo,… Insomma avrete di che riflettere. E un consiglio acquistate il prossimo numero del cartaceo di cui trovate alcuni illuminanti accenni alla fine dell’intervista.

Chi è Giovanni Tateo? Le scarne righe presenti su Menelique ci dicono della laurea in Filosofia e un MA in Publishing Media alla Oxford Brookes University. Come mai questa scelta? Casuale o aveva già un “piano” preciso? A cosa dedica il suo tempo quando non è impegnato nel lavoro della rivista?
Quegli ambiti, editoria e filosofia, coincidono con i miei interessi. Nonostante sia cresciuto studiando quello che i periodici radicali facevano oltreoceano e collaborando qua e là con qualche realtà editoriale minore, la verità è che il “piano” è nato da un episodio spiacevole che ha influito sulle mie scelte di vita. Un giorno, ormai 5 anni fa, dal mio occhio sinistro iniziai a vedere dei fosfeni.
Sa che cosa sono, Pasquale? Provi a chiudere gli occhi e osservi bene, non è tutto nero.
Che cosa ha visto? Macchie, puntini, riflessi di luce psichedelici. Ecco, questi sono i fosfeni.
Il problema, nel mio caso, è che li stavo vedendo a occhi aperti, in pieno giorno, e che con il passare delle ore quelle macchie diventavano sempre più grandi e scure. Io, seduto in una stanza dell’ospedale oftalmico di Torino, e l’oculista che indica la tavola optometrica.
Che lettera è questa?, Dottore, io non vedo nemmeno lei.
Fu la mia prima ospedalizzazione in 30 anni di vita. Dopo una serie di esami clinici che avrebbero convertito il più convinto tra gli scientisti in un novello Foucault, venne fuori che ho una malattia neurodegenerativa. Medicine, angosce e l’ospedale divenne un posto familiare.
La malattia ti incattivisce. In quel periodo, in cui il mio campo visivo era dimezzato a causa di quelle multiple cicatrici nel mio cervello e sul nervo ottico sinistro (o “sclerosi”, come ai medici piace chiamare queste cicatrici), qualsiasi movimento che percepivo da quella parte sinistra del mondo che non potevo più vedere si trasformava in una minaccia. Ogni mattina, nei due anni successivi, la prima cosa che facevo appena sveglio era toccarmi le gambe, sperando di non aver perso sensibilità.
Ma la malattia ti dà anche determinazione. Decisi di non perdere più tempo e di provare a realizzare quella rivista che volevo leggere in Italia, ma che non esisteva. Ecco che nasce il piano! Nasce da una paura un po’ abilista, anche se all’epoca non me ne rendevo conto. La paura di diventare disabile da un momento all’altro, e quindi di non riuscire a fare ciò che avrei voluto. E io volevo lanciare una realtà editoriale indipendente per urlare il mio odio per ciò che là fuori non va, per il precariato in cui ero stato costretto a convivere, per le subalternità subite in quanto meridionale al nord, e ora anche per la mia condizione di persona malata e per il calvario nella sanità italiana che stavo patendo. Volevo provare a concretizzare il mio essere politico nel mondo anche facendo da sponda alle persone che subivano altre forme di oppressione e apprendere da loro e dalla storia dei loro movimenti quali teorie e pratiche potevano essere utili alle mie, di battaglie. In fondo, è questa la conseguenza più pragmatica della cosiddetta intersezionalità delle lotte politiche.
Di editoria ne capivo poco, quindi consultai la classifica del Guardian sui corsi di studi in editoria, eliminai i primi due della lista, perché non me li sarei potuti permettere, e inviai sette candidature alle altre università. Risposero tutte positivamente, tranne una: Plymouth. (Poco male, tanto so che non avrei mai imparato a pronunciare bene il nome di questa città.)

Io e Olivia

Nel tempo, con pazienza, ho provato a creare una rete di persone interessate a pubblicare una rivista politica che potesse svecchiare il canone del settore e rivolgersi, oltre che a militanti, a persone che non avevano voluto o potuto articolare una netta coscienza politica, e ora finalmente ci stiamo provando con menelique.

Siamo una no-profit, quindi dobbiamo affrontare quotidianamente le difficoltà che derivano dalla scarsità dei fondi a disposizione, così come dobbiamo trovare il tempo per lavorarci quando non lavoriamo per campare, ma l’obiettivo è quello di arrivare nell’arco di tre anni al punto in cui ogni professionalità che partecipa alla realizzazione della rivista verrà retribuita adeguatamente. E vorremmo provare a farlo evitando di inserirci nell’attuale sistema di distribuzione di libri e riviste, che sta portando all’annichilimento culturale di questo Paese, mortificando le librerie e costringendo le case editrici a puntare sulla quantità anziché sulla qualità. Se non ce la farò, lascerò il progetto a persone più brave di me. Se ce la farò, chissà quale scenario si aprirà, e forse il “piano” potrà diventare più ambizioso.
Penso di averle detto abbastanza su di me: che cosa faccio quando non lavoro a menelique, non glielo dico, ma le faccio vedere questa foto di Olivia, a cui voglio molto bene e che è stata molto felice di sapere che proprio ieri i medici mi hanno detto che forse, quella malattia, io non ce l’ho. Lo spero davvero, ma ai miei cari non l’ho ancora detto, perché non voglio creare false illusioni.

Personalmente condivido quanto scrisse tempo fa a proposito dell’editoria per cui, “includendo sin dalla nascita spazi dedicati agli inserzionisti, i periodici hanno dovuto relazionarsi al capitale in modo più esplicito rispetto ai libri. Di conseguenza sarebbe sciocco non riconoscere che una delle nature dell’editoria, quella commerciale, è sempre riuscita a orientare le linee editoriali e il lavoro delle redazioni dei periodici, come era chiaro a Walter Lippmann già nel 1922”. Mi sembra che questo incatenamento al marketing, processo di mercificazione sia sempre più una peculiarità di buona parte della cultura, dell’insegnamento con i dirigenti scolastici, della ricerca… Quali sono gli strumenti per combattere questa deriva? Come se ne esce? Se dovesse segnalare una rivista italiana di cultura o spettacolo da leggere cosa consiglierebbe e perché?
Che cos’è il marketing? È semplicemente un mix di ontologia sociale applicata, cioè definizione, classificazione e segmentazione di gruppi di persone, e di retorica, vale a dire elaborazione di strategie argomentative e comunicative per raggiungere efficacemente questi gruppi sociali. Ontologia e retorica, ma con una rilevante aggiunta: il fine della vendita e dell’accumulo capitalista. Per scardinare questo fenomeno di mercificazione della realtà e degli immaginari bisogna eliminare questo fine e salvare i primi due elementi. Credo valga per tutti i settori che ha citato.
In editoria e nel mondo culturale in genere, dobbiamo essere abbastanza bravi da riappropriarci di strumenti che ci permettano di analizzare adeguatamente il mondo sociale in cui viviamo (ontologia sociale), e in seguito bisogna sperimentare forme comunicative efficaci per raggiungere le persone a cui ci rivolgiamo (retorica), per fare in modo che quelle analisi possano essere d’appoggio a movimenti sociali e possano favorirne il potenziamento e l’organizzazione. Questi ultimi sono gli unici ad avere il potere di sovvertire quel fine individualista e capitalista. Una rivista che credo stia andando in questa direzione è DinamoPrint, ma vorrei citarne anche un’altra, questa volta letteraria, Quanto Magazine.

Come nasce l’idea della rivista Menelique. Su quali basi economiche si regge? Come siete strutturati e la decisione delle uscite e come vengono identificati temi e autori? Leggendo la rivista mi sono reso conto che ci sono delle pubblicazioni collegate ad altre riviste o giornali.
L’idea di menelique nasce molto lentamente, direi a partire dal 2011, quando alcune riviste indipendenti hanno mostrato di essere in grado di influire concretamente nel dibattito pubblico contemporaneo. Tra le tante degne di nota c’è Adbusters. Il nome “menelique” nasce dopo una chiacchierata con un mio amico nigeriano, Akeem, e contiene un riferimento alla figura storica di Menelik II, primo negus (imperatore) africano a respingere un tentativo coloniale europeo, e nello specifico italiano, in Africa.
Le basi economiche del progetto sono l’autofinanziamento da parte del collettivo e il sostegno economico di chi ci legge. L’obiettivo economico per il primo anno è quello di coprire tutte le spese vive (stampa, spedizioni e packaging, manutenzione del sito…); quello del secondo anno è retribuire con dei compensi adeguati tutti i collaboratori esterni e tutte le collaboratrici esterne, vale a dire illustratori/illustratrici e autrici/autori degli articoli; il terzo anno vorrei essere in grado di retribuire anche la redazione e la squadra grafica, che al momento lo fa, come me, su base volontaria. Con il prossimo numero chiudiamo il nostro primo anno, e sono felice di poterle dire che il primo obiettivo è stato raggiunto. Attualmente retribuiamo chi scrive per il cartaceo con €50 e chi illustra con €100. Per la fine del prossimo anno mi piacerebbe aumentare queste cifre e iniziare a pagare anche chi scrive e illustra per il nostro sito web.
Il collettivo è composto da 20-30 persone, ognuna delle quali collabora in base alla propria disponibilità. Ci dividiamo sostanzialmente in una redazione e in un team grafico. Siamo sparsi ovunque, in Italia e all’estero.
I temi dei numeri sono scelti da me. In seguito a uno studio dei testi accademici sul tema e dei periodici consumer che hanno affrontato l’argomento che vogliamo approfondire, procediamo alla selezione di autrici, autori e sottotemi da sviluppare per ogni articolo su proposte della redazione, ma anche di tante persone che ci sono vicine, persino tra chi ci legge.
Ogni numero è monotematico, quindi ogni pezzo pubblicato affronta lo stesso macrotema con un taglio peculiare. Abbiamo dedicato il primo numero ai futuri del lavoro, e il secondo numero alle trasformazioni contemporanee delle città.
La rivista presenta una sezione d’apertura, fiction-non-fiction, in cui pubblichiamo contributi originali scritti apposta per menelique dalle persone che invitiamo a pubblicare sulla nostra rivista. Qui proponiamo sia articoli o saggi (non-fiction) che racconti (fiction), ed è la parte più sperimentale e divertente da realizzare.
Segue una sezione centrale, Sguardo internazionale, in cui selezioniamo e traduciamo articoli di magazine stranieri o parti di libri inediti in Italia che a nostro parere dovrebbero essere pubblicati anche in italiano. Abbiamo tradotto dallo spagnolo, dal portoghese, dal cinese mandarino, dal tedesco, dal francese, dallo svedese, e ovviamente dall’inglese.
La sezione di chiusura si chiama Artivist, ed è la parte più culturale della rivista, in cui ci sono interviste ad artisti e artiste, recensioni di libri, musica, cinema e videogiochi, e un racconto pubblicato a episodi: un capitolo per ogni numero.

Per noi è molto importante che autori e autrici non scambino menelique per uno spazio da occupare, quanto piuttosto per una realtà di persone con cui collaborare. Devo ammettere che in Italia, anche tra personalità di una certa esperienza, c’è ancora l’idea che una redazione sia nient’altro che un gruppo di persone che commissiona articoli, fa correzione di bozze e poi passa i contenuti agli impaginatori. Non è così, c’è molto di più: la componente “autoriale”, se proprio così la vogliamo chiamare, è presente anche nel lavoro di una redazione. È incredibile come questo all’estero sia assodato, mentre in Italia esista un’ignoranza disarmante in merito. Il cosiddetto author branding, vale a dire lo sfruttamento della reputazione di un/a autore/autrice che fa vendere una rivista per il semplice fatto che il suo nome sia presente in copertina, e che di conseguenza spinge queste personalità a pretendere di pubblicare senza confrontarsi attivamente con una redazione, è un fenomeno che squalifica prima di tutto il lavoro delle autrici e degli autori, e poi quello delle redazioni.
Per quanto ci riguarda, se Marx e Bakunin tornassero in vita e ci proponessero di pubblicare alcuni loro articoli a patto di non dover lavorare ad alcuna revisione proposta dalla redazione, declineremmo l’offerta senza pensarci due volte. In menelique si collabora, il lavoro che porta alla pubblicazione di un magazine deve essere necessariamente polifono e partecipato, deve realizzarsi nella forma di uno scambio tra chi viene invitato a scrivere e la redazione.

Nell’editoriale La città muta del precedente numero di Menelique parla dei demoni che stanno squarciando le città e la vita nelle città: il Turismo esperienziale, l’Architettura ostile, delle periferie aggreganti sotto sotto le insegne commerciali. Le accomuna l’espulsione della vita degli abitanti meno abbienti? Le imposizioni del capitale che vuole tutto a sua immagine e somiglianza? Cosa? Quale potrebbe essere un esempio di città con demoni tenuti sotto controllo?
Dice bene, città senza demoni non esistono, ma abbiamo esempi di spazi urbani in cui vengono tenuti a bada. In questo numero abbiamo tradotto e pubblicato due estratti dal libro Ciutats sense por (“Città senza paura”), scritti da Ada Colau, sindaca di Barcellona, e da Debbie Bookchin, giornalista e figlia di Murray, il teorico anarchico del municipalismo radicale. Queste città senza paura sono sicuramente le comunità curde del Rojava e di altre zone autonome nel nord della Siria in cui, tra molte difficoltà causate dagli interventi militari turchi e jihadisti, si stanno sperimentando i principi municipalisti e femministi proposti da Bookchin e Ocalan. Ma anche Barcellona è una città da cui prendere ispirazione. Negli ultimi anni nella città catalana si è stati in grado di limitare l’azione fagocitante di AirBnB, di mettere in atto provvedimenti per rendere più complicati gli sfratti e di municipalizzare l’azienda che fornisce elettricità alla città. Può sembrare poco, ma non lo è. Le faccio un esempio. Prima le ho parlato della mia esperienza in UK. Nella patria del neoliberismo europeo è diffuso il pagamento di bollette di luce, acqua e gas tramite schede ricaricabili distribuite dalle aziende private che forniscono questi servizi essenziali. È lo stesso sistema con cui in Italia e in tutto il mondo siamo abituati a pagare i servizi di telefonia mobile. Ovviamente è un sistema ottimo per chi possiede case da affittare, perché se l’affittuario non ha i soldi per ricaricare la scheda, semplicemente il riscaldamento smette di funzionare o l’elettricità non viene erogata. Nessuna spesa sulle spalle del proprietario dell’immobile, nessuna responsabilità per le aziende che tagliano i servizi essenziali. Perdi il lavoro? Hai una spesa imprevista? Non importa, se non ricarichi immediatamente stai al freddo e al buio.
Non è una deriva che non ci riguarda: provi a dare un’occhiata su qualsiasi motore di ricerca e vedrà che una azienda italiana già fornisce il servizio prepagato per la luce elettrica, presentandolo come smart, easy, trasparente e rivoluzionario, quando invece è abominevole. Se una città prendesse le stesse decisioni di Barcellona queste aberrazioni del libero mercato non potrebbero esistere. Ecco come si tiene a bada un demone urbano.

A proposito, vorrei ringraziare pubblicamente Eunate Serrano e Kate Shea Baird, di Barcelona en Comú, che detiene i diritti del testo che abbiamo tradotto, per averci concesso gratuitamente la possibilità pubblicarli su menelique.

Parliamo di politica. La pandemia ha messo a nudo le criticità delle relazioni di potere tra Stato e Regioni. Ci sembra che andrebbe rimesso ordine per assicurare l’universalità dei diritti, come quello alla salute e all’istruzione che sembrano essere diventati una questione territoriale e di condizioni economiche. Che ne pensa?
Questa è una riflessione molto delicata, perché ogni aspetto che riguardi il rafforzamento dello stato, per una persona come me, che ha una particolare fascinazione per la letteratura anarchica, è estremamente problematico. Tuttavia, soprattutto in Italia, ogni volta che si parla di autonomie, di federalismo, e addirittura di indipendenza, lo si fa con in mente un implicito obiettivo anti-meridionalista. E questo è un aspetto essenziale da considerare. Inoltre, bisogna riconoscere che le autonomie regionali hanno aperto la strada alle privatizzazioni dei sistemi sanitari, che fino a qualche mese fa erano osannati e presi come esempio e che la crisi pandemica ha mostrato in tutta la loro inefficienza e incapacità di gestire situazioni complesse.

Un altro tema è quello del taglio dei parlamentari che è stato ridotto ad un problema di costo della politica, ma invece finirà con l’incidere sulla rappresentanza e quindi sulla democrazia. Qual è la sua opinione a proposito del referendum? E come vede lo stato della democrazia in Italia?
Vista la fascinazione per la letteratura anarchica di cui le parlavo prima, rispondere a questa domanda è facile: gli anarchici non votano.
Definire l’anarchismo è cosa complicata. Infatti in uno dei primi tentativi di definizione, nel cosiddetto canone di Eltzbacher, venne inclusa addirittura la possibilità di un proto-anarchismo cristiano, come quello di Lev Tolstoj dopo la sua famosa conversione religiosa. Ma nonostante questa difficoltà nella definizione e la possibilità persino di ampliare il dominio dell’anarchia fino a includere elementi cristiani in una tradizione storicamente anticlericale, c’è una cosa sicura che unisce tutte le possibili forme di anarchismo: l’atteggiamento che nega il riconoscimento della struttura di potere statale tramite il voto in una democrazia rappresentativa.
Tuttavia devo ammettere che se fossi costretto a votare, l’unico caso in cui voterei per il sì sarebbe quello per la riduzione dei parlamentari a zero. Piuttosto, mi limiterò ad assistere a quello che accadrà. Al momento credo che, di nuovo, nel caso in cui dovesse vincere il sì, il sud rischierebbe una ulteriore sottorappresentazione in Parlamento.

Mi ha accennato che è nel pieno dell’organizzazione del prossimo numero di Menelique, ci può dare qualche anticipazione?
In questi giorni stiamo chiudendo la parte redazionale e a breve inizieremo il lavoro grafico. Sono molto felice di esser riuscito dopo mesi a convincere Franklin Obeng-Odoom a scrivere un articolo per il prossimo numero. Obeng-Odoom è un professore ghanese dell’università di Helsinki che si occupa di politica economica, sviluppo urbano e marginalizzazione della ricerca accademica africana. È sconosciuto in Italia, ma è un autore illuminante che varrebbe la pena leggere. Sono entusiasta anche per la partecipazione di Robin Wilson-Beattie, una sexpert che parlerà dell’importanza di una educazione sessuale più inclusiva per le persone disabili. Anche se mi spaventava molto, avevo provato a parlare di abilismo sin dal primo numero, contattando Steve Graby, un ricercatore che ha affrontato il tema della disabilità in relazione al post-lavorismo, proponendo una riflessione sulla liberazione dal lavoro anche per le persone disabili, che storicamente hanno invece lottato per l’accesso al lavoro. Purtroppo con Graby non ci ero riuscito, ma questa volta sì, grazie a Wilson-Beattie. Per quanto riguarda le traduzioni, siamo in contatto con Pluto Press, con The University of Michigan Press, con Africa is a Country e con Truthout. Spero di aver mischiato abbastanza le carte da non farle capire quale sarà il tema del prossimo numero.

Pasquale Esposito

 

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