Le città invisibili del post-terremoto

Amatrice terremoto 2016 Cristina Mastrandrea
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Il terremoto è un mostro nascosto che sta “sotto sotto” e ora “dentro dentro” di noi. Dovunque.
I vulcani li possiamo localizzare in punti abbastanza precisi, senza poterne prevedere l’eruzione. Ci consentono una maggiore e illusoria disinvoltura, perché crediamo di poterli controllare sul posto. Così li sfidiamo costruendo “a risalire” le pendici, come nel caso del Vesuvio.

Amatrice terremoto 2016 Cristina Mastrandrea
Amatrice. Foto Cristina Mastrandrea

Il terremoto, invece, non lo puoi sfidare. Il suo regno è indefinito. È un po’ come la nostra paura del buio: tutto sta dove potrebbe stare e non sta. Una sensazione ignota nello specchio dell’anima.
Il terremoto distrugge le nostre dimore reali, ma anche quelle sub-esistenziali. Tenta di allontanarci e disperderci, come emigranti autoctoni disperati. Con motivi totalmente diversi da quelli della grande emigrazione extra-europea. E i due eventi, guarda caso, finiscono per sovrapporsi, creando maggiore imbarazzo, come se non sapessimo come scegliere tra le due tragedie. Da una parte la deriva anti-umana extra-comunitaria, metà italiana e molto più europea. Dall’altra il disinteresse europeo per i nostri ricorrenti (ormai) disastri di casa. Con un segno di scarsa sensibilità di cittadinanza comunitaria, in ragione di una becera stabilità economico-finanziaria. Siamo l’Europa del vil danaro, dove gli uomini in quanto tali, sono soltanto un’unità economica.

D’altra parte – dicono -, l’emigrazione interna ex-terremoto, è solo emergenziale. Passerà e la dimenticheremo nel giro di pochi mesi, rimandando il tutto nell’arco di dieci anni o poco più.
Invece no, dicono altri. I terremoti appenninici italiani stabiliscono chiaramente una periodicità costante e calcolabile. Allineandosi, grosso modo, alla tempistica della ricostruzione di ogni singolo terremoto. Dopo ogni terremoto la sua parallela ricostruzione e così via. Terremoto-ricostruzione, Ricostruzione-Terremoto. Un ciclo che si impone con una certa regolarità sequenziale ormai.
Che ridicolizza la politica miope della “emergenza”, e diventa una voce economica costante dello Stato italiano. Mentre l’Europa continua a guardarlo come un evento “lontano”, con distacco.
Per ora occorre pensare se continuare con la pseudo-filosofia dell’emergenza, come ad una malattia tutta italiana. Il Festival dell’emergenza deve, invece, chiudere. Sembra avanzare un atteggiamento nuovo e costante nei confronti del terremoto, ma anche dei tanti altri casi di calamità territoriali di vario tipo. Rivalutando il territorio  fino ad oggi insultato in tutti i modi possibili.

Forse potremmo iniziare proprio dall’ultimo terremoto per ribaltare l’assurdità della emergenza.
Ricostruire ogni centro urbano “dov’era e com’era”, è il punto di partenza essenziale, giusta. Contro ogni tentazione di esperimenti delocalizzanti, che si sono dimostrati, ancora una volta, meccanismi speculativi o distorti di vario genere.
Passando pure, ma velocizzandole, attraverso sequenze emergenziali “minime”, di tende, roulotte, containers-moduli, villette prefabbricate in materiali ecologici recuperabili e riutilizzabili, etc., fino al ritorno alle case vere, ricostruite. “Riducendo al massimo” i tempi singoli delle varie fasi provvisorie, così come il tempo complessivo dell’intero ciclo.
Addirittura eliminando alcune fasi più disagiate (tende, roulotte, etc.), puntando direttamente sui moduli-containers, adeguatamente pre-studiati e predisposti ad hoc dalla mano pubblica. Sia per le dimore temporanee, sia per i servizi essenziali. Stoccandoli in posizioni strategiche diffuse, in vista di rapidi (ad horas) trasporti e montaggi.
Tutto ciò riducendo progressivamente il ricorso alle strutture private (Alberghi privati, Edifici pubblici funzionalmente diversi, usati in emergenza impropria, ospitalità privata, nonostante la nota generosità tipicamente italiana, etc.). Ovvero mai più tentativi di “deportazione” o altro di simile.

Abruzzo L'Aquila
L’Aquila. Foto Emidio Maria Di Loreto

Dopo tanti “Concorsi di idee” inutili, per fantasmagorici edifici auto-rappresentativi, occorre, oggi, esercitare il cervello dei Tecnici e delle Imprese italiane, per nuove soluzioni “intelligenti”.
Con un intervento organico, lungo, anzi senza fine, di “Prevenzione sismica a monte“. Mettendo a regime coerenti campagne di indagini territoriali ed edilizie a tappeto, in relazione alla tipologia del rischio sismico. Ovviamente anche idrogeologico, visto che ci siamo. In particolare individuando per le diverse Aree e tipologie edilizie i corrispondenti interventi di “adeguamento sismico”. Generale e particolare.
Un lungo lavoro controrivoluzionario nei riguardi della subdola politica della “emergenza”.
Certamente l’innesco della prevenzione sismica si traduce in un ulteriore onere economico per i cittadini, con costi di nuove Certificazioni tecniche, da aggiungere agli altri tanti adempimenti ricorrenti (energetici, caldaie, radiatori, e chi più ne ha ne metta). Probabilmente si potrebbe compattare il tutto in unico “Certificato di idoneità edilizia globale“.
Ovviamente supportando l’intero impegno con adeguati contributi/incentivi dello Stato, che, a lungo termine ne trarrebbe un vantaggio di Bilancio ordinario. E con l’impegno contestuale dei Comuni interessati e delle rispettive Regioni, nell’ambito delle indagini-interventi preliminari a scala generale di territorio largo.

Dopo gli adempimenti fisici si aprono altre questioni di genere personale e collettivo, connesse alla cosiddetta psicologia dell’attimo, quindi dei periodi brevi e medi post terremoto. Guardando, poi ai tempi “lunghi” delle cosiddette fasi della “ricostruzione concettuale” prima e della “riambientazione urbana profonda” dopo (tempi ancora più lunghi).
Cari terremotati! Soddisfatta la Vostra sacrosanta richiesta di ritornare al “dov’era e com’era” c’è da ritenere che, comunque sia, rimarrà sempre un certo non so che di “storia umana profonda interrotta”.
In ogni città esiste sempre qualcosa di misterioso che in un aere urbano indefinibile. Potremmo definirlo “l’Angelo delle città“, invisibile. All’interno delle Vostre città perdute se, Bra che l’Angelo urbano sia fuggito di colpo. Non ritornerà più lo stesso Angelo, che inconsciamente sentivate come evanescente presenza, oggi assenza totale.
Anche nel caso della ricostruzione urbana/edilizia perfetta al cento per cento, si sentirà un vuoto inspiegabile, che sarà difficile e molto lungo riempire. E non solo per la perdita delle tante persone, che, purtroppo, sono scomparse tutto d’un colpo (il vantaggio/svantaggio del piccoli Centri è quello di conoscersi tutti), ma anche perché scompaiono le cosiddette “città nascoste” (l’Angelo urbano, in senso più trascendentale).
Un’idea apparentemente strana, che potrebbe sembrare in un certo senso mistica.
Lo stesso effetto che si incontra, per esempio nell’archeologia delle stratigrafie storiche di una città, che nell’arco di tempi plurisecolari, si ricostruiscono l’una sopra l’altra. Le “città sopra le città”, le “città dentro le città”, le “città sotterranee”. Etc.
In questi giorni sto rileggendo, per l’ennesima volta, le “Città invisibili” del grande Italo Calvino, che per tanti aspetti ha rappresentato la grande fantasia dell’animo italiano. La lettura di questo libro apre ad interpretazioni innumerevoli, ma credo di non andare fuori tema se intravedo un significato metafisico nelle città fantasiose, “al limite urbano”, da Calvino immaginate.
Calvino ha voluto evidenziare che nel mondo dello stare insieme, ed in particolare nelle città, che rappresentano la massima aggregazione possibile, esistono “parallele sub-strutture urbane“, che stanno sopra, sotto, dentro di noi, permeando inconsciamente l’intera nostra esistenza.
Le città da sempre sono i massimi “contenitori”, reali ed irreali,nelle vicende umane, contenendo ignoti meandri, che ci accompagnano sempre, e che ci sussurrano in ogni istante la nostra “seconda” vita dentro la stessa città fisica (soprattutto c’è lo dice la nostalgia di quando ce ne allontaniamo). Attraverso un amore ignoto, che non è solo abitudine o coagulo di interessi, bensì sentimento magico, che esce fuori da ogni razionalità. Un coacervo di sensazioni emozionali inspiegabili, che, in particolare nell’animo dell’italiano medio, rappresentano uno strano ed altrettanto originale “Made in Italy dell’anima italiana“.
Calvino immagina che Marco Polo, nel suo lungo viaggio in Oriente, incontra Kublai kan, Imperatore dei Tartari, personaggio triste perché non riesce a “sentire” il senso reale e sub-reale del suo impero troppo grande. Chiede a Marco Polo di descrivergli alcune città da lui visitate, e Marco Polo gli tratteggia tante città assolutamente “fantastiche”, strane, impossibili, fatte anche di cose e fatti stravaganti (simboli). Impalpabili nelle metafore che nascondono. Città che non esistono, ma che  possono anche stare nella nostra infinita fantasia. Anzi che probabilmente sono letteralmente “nascoste” nelle città reali, comprese quelle attuali. Anime rovesciate.
Le città distrutte dal terremoto possedevano appena qualche minuto prima, anch’esse, le loro città parallele “misteriose”, nascoste negli animi dei propri Abitanti. Gli straordinari e pittoreschi Paesi interni appenninici, ancora perfettamente immacolati, celano ancora meglio l’alea del mistero doppio, nascosto sotto le strade, dentro i quartieri e le sue case.
Con la distruzione del terremoto questi invisibili tracciati sono spariti di colpo e per intero, e non sarà più possibile riprodurli esattamente, soprattutto nel loro alter ego. Restano solo macerie fisiche. Quella che si ricostruirà sarà una nuova città, magari uguale alla precedente, senza l’anima precedente. Sarà riprodotta comunque una nuova “città parallela”, diversamente misteriosa.

Nulla di ciò deriva dai “mondi paralleli” delle teorie quantistiche. Semmai “quanti umani” ancora più misteriosi.
Le Immagini dell’immediato post-terremoto sono così tristi proprio perché hanno perso la loro anima misteriosa. Immagini subconsce che sono stampate nel cervello profondo degli Abitanti originari, e che rimarranno per sempre, e che, faranno fatica a trasferirsi o trasformarsi nelle nuove “città parallele” della nuova ricostruzione globale. E delle immagini subconsce del prima.
Tutto è scomparso nel momento della violenza, che ha sezionato e scoperchiato le viscere delle cose. Che non vedevamo e che oggi riscopriamo, forse, con diversa anima reale. I tagli del presente drammatico hanno fatto scappare le “città parallele” in tante nuvole di polvere.
Sono le analoghe città invisibili, sottili, della memoria e dei segni che Italo Calvino racconta.
Rimarranno i films ideali degli sfregi, delle vesti urbane sollevate, delle scenografie di rovina totale, di crolli, di ferite edilizie lacero-contuse, di interni scoperchiati, di intimità domestiche profanate. Del colore “grigio” dominante, della polvere, dei calcinacci, del grigio-fango della pioggia, in tal caso strana amica dell’evento sinistro.

Questa idea di contrasto tra realtà e strato misterioso, è approssimativamente documentata dai banali raffronti tra le foto di “così com’era” e quelle di “così com’è” dopo terremoto. Certe situazioni, però, per essere davvero totalmente comprensibili, devono essere “vissute” oltre le documentazioni foto-video. L’ultimo ricordo degli spettatori veri è quello che squarcia e apre tutto. Immagini doppie più difficili da comprendere solo attraverso il loro “dritto”, mentre è più facile attraverso il loro “rovescio”. Che nel nostro caso è l’estrema “fantasia dell’angoscia”. Che solo il dolore estremo sa risvegliare.

Ricostruiamo senz’altro e subito le città terremotate “dove erano e così com’erano”, ben sapendo, allora, che, oltre alle innumerevoli “assenze” umane, ci sano tante altre cose sottili, invisibili, che non riusciremo a ricostruire. Dovranno essere le stesse persone duramente colpite a riconciliare le “città parallele” di una volta con le nuove “città parallele” del futuro.
Tanta parte della “psicologia del terremoto”, che si è già variamente messa in moto nella circostanza, e che prima di tutto si interessa dell’evento sic e post trauma, pensi anche alla “psicologia della ricostruzione“, ovvero alla ricomposizione inconscia delle “città segrete”.
Eustacchio Franco Antonucci

Bibliografia minima
Le città invisibili di Italo Calvino.
Come elaborare l’esperienza del terremoto – ordinepsicolilazio.it
Affrontare lo stress del post-terremoto – ilgiornaledellaprotezionecivile.it
Terremoto e stress: conseguenze sulle popolazioni, quali interventi? Dalla distruzione alla ricostruzione: Defusing, Debriefing e EMDR – ASPIC Scuola di Specializzazione in Psicologia Clinica di Comunità e Psicoterapia Umanistica Integrata – Roma
La ricostruzione psicologica dopo il terremoto – di Francesco Angellotti

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