Le crisi nel Caucaso: ne parliamo con l’esperta Marilisa Lorusso

Armenia Yerevan
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La regione del Caucaso vede accrescere la tensione che, nel caso dell’Armenia e dell’Azerbaijan, in Nagorno Karabakh è sfociata in scambi di colpi armati tra il 24 e 26 marzo provocando almeno 3 morti e una dozzina di feriti tra gli armeni. Partendo da qui abbiamo chiesto a Marilisa Lorusso di darci una mano a districarci in un’area ritenuta strategica sotto molti punti di vista e complessa per i rapporti tra le nazioni che ne fanno parte.

Marilisa Lorusso
Marilisa Lorusso

Marilisa Lorusso è esperta in diritti umani e specificatamente per i richiedenti diritto asilo da Armenia e Georgia per vari centri legali negli Stati Uniti e in Gran Bretagna. Come esperto nella regione caucasica ha collaborato con il Ministero degli Affari Esteri nella Missione in Georgia e presso l’Ufficio del Rappresentante Speciale per la Crisi in Georgia a Bruxelles. Si occupa di spazio post-sovietico e scrive per l’Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa sempre per l’area post-sovietica

Non si mai arrivati alla pace sul Nagorno Karabakh. Violenze alla fine degli anni Ottanta e poi la prima guerra tra il gennaio 1992 e il maggio 1994, il cessate il fuoco, mai rispettato fino in fondo e poi il secondo conflitto nel 2020 con oltre seimila morti e la sostanziale vittoria dell’Azerbaijan e il secondo cessate il fuoco il 9 novembre 2020 mantenuto da circa duemila soldati russi che fanno da forza di interposizione. Diamo un quadro della situazione post novembre 2020? Che cosa c’è dietro questa nuova escalation militare?
Si è passati da un cessate il fuoco, quello del 1994 a un nuovo cessate il fuoco, nel 2020. In realtà l’Azerbaijan non riconosce questo secondo cessate il fuoco come tale, ma considera la questione del Karabakh risolta. Questo rende la negoziazione più complicata, perché il punto di partenza delle parti è differente. Per l’Armenia la soluzione politica del conflitto in Karabakh è ancora da negoziare, e riguarda lo status della minoranza armena che vive nella repubblica secessionista. Per l’Azerbaijan invece la guerra ha riportato il paese a controllare i propri confini nazionali. Lo status di autonomia del Karabakh è stato cancellato e di fatto non viene più riconosciuta la specificità di questo territorio. Baku ritiene che a titolo temporale vi sia il contingente di peacekeeper, in attesa in sostanza che gli armeni accettino la sovranità di Baku e quindi di essere cittadini azerbaijani. Gli armeni del Karabakh ritengono invece che Baku li stia cercando di mandare via con atti intimidatori e sottraendo servizi alla comunità, che dopo la guerra si è comunque ridotta, abita un territorio molto più ristretto e privato di buona parte delle risorse agricole, idriche e di pascolo rispetto a prima. Ci sono poi stati contenziosi sull’erogazione del gas, sul disturbo della rete mobile.
Il decorso dal novembre 2020 non è quindi stato semplice. E non lo è la negoziazione. Rispetto al primo cessate il fuoco ci sono delle novità, come appunto la presenza di una forza di interposizione. Ma questa è collocata solo dove c’è la comunità armena. La ripresa da parte di Baku dei propri confini ha aperto una nuova tensione, perché Armenia e Azerbaijan si trovano ad avere adesso un confine molto più esteso che non è né delimitato né demarcato. E che è stato teatro di nuovi contenziosi e scontri di fuoco. In generale si segnala una certa tendenza a utilizzare avamposti militari come punto di partenza per nuove provocazioni o per decretare sul terreno quello che non è ancora chiaro sulla carta.

Per Armenia e Azerbaijan i rapporti e la loro collocazione nelle relazioni internazionali, dalla Russia alla Turchia all’Ucraina, è piuttosto intricata. Possiamo fare il punto e capire se ci sono più opportunità o più rischi in un contesto come quello dell’invasione russa dell’Ucraina?
La crisi in Ucraina rappresenta un grosso rischio per tutta l’area del Mar Nero allargata, quella per intenderci che ingloba tutto il Caucaso. L’isolamento della Russia indebolisce la sua funzione negoziale e anche quello degli organismi in cui gioca un ruolo. Fra questi c’è il Gruppo di Minsk, a co-presidenza russa, statunitense e francese che dovrebbe traghettare Armenia e Azerbaijan a una soluzione politica della guerra, e che già era uscito indebolito dal conflitto del 2020 e dal protagonismo russo. Poi ci sono le ricadute economiche. Per l’Armenia, la cui economia è fortemente integrata con quella russa, l’onda lunga delle sanzioni, dell’aumento del costo dell’energia sono estremamente problematiche. L’Azerbaijan come fornitore di gas e petrolio può capitalizzare una posizione di relativa forza. È vero che il transito di idrocarburi è messo comunque a rischio da situazioni non chiarissime: il terminale di Novorossisk è stato messo largamente fuori servizio a causa di una mareggiata, e a risentirne sono gli esportatori azeri e kazaki verso l’Europa. È una situazione che ha generato molta tensione. Baku si è fatta molto assertiva verso la Russia, anche verbalmente, e qualcuno dalla Duma ha fin proposto di risolvere con una bomba atomica sull’Azerbaijan. Non una reale minaccia, probabilmente, ma dà il polso delle tensioni che percorrono l’area.

Il 6 aprile a Bruxelles il presidente del Consiglio europeo Charles Michel ha partecipato al colloquio tra il presidente dell’Azerbaigian Ilham Aliyev e il primo ministro armeno Nikol Pashinyan. Che ruolo può avere l’UE visto anche la guerra in Ucraina? Quale è il punto cruciale e che possibilità ci sono che si arrivi ad una pace soddisfacente per le parti?
L’incontro segue una iniziativa europea analoga del dicembre 2021, nonché una videoconferenza del febbraio scorso cui aveva anche preso parte il presidente Macron. L’UE si sta adoperando per la soluzione della crisi umanitaria. Si è molto spesa per il ritorno dei combattenti e per la resa delle salme, incluse quelle della prima guerra del Karabakh. Il tema dei prigionieri di guerra è stato prioritario in questi due anni per la parte armena, mentre recentemente l’Azerbaijan preme molto per il rimpatrio dei caduti. Rimane poi una questione molto spinosa per quanto riguarda le mine, che continuano a mietere morti e feriti, soprattutto nelle zone recentemente riprese da Baku.
Nonostante le notevoli difficoltà che un processo di riavvicinamento comporta dopo un periodo di conflittualità così protratto e una guerra combattuta così duramente, le parti hanno dato il la a Bruxelles per avviare una negoziazione di pace. Per cui da questo incontro i Ministri degli Esteri hanno ottenuto l’incarico di cominciare a lavorare su una bozza di trattato di pace. Non c’è una tempistica, ma è un grosso passo avanti. Una strada in salita, ma almeno pare esserci una strada.
Entro fine aprile poi dovrebbe essere avviata una commissione per la delimitazione e demarcazione dei confini armeno-azerbaijani. L’UE di fatto appoggia l’idea di un allontanamento dei belligeranti dai confini per ridurre il rischio di incidenti transfrontalieri, e anche la riapertura delle comunicazioni su ruota e su rotaia nella regione. Le parti dimostrano di apprezzare la mediazione europea che è considerata bilanciata e imparziale. Si sta creando con questi incontro un nuovo meccanismo parallelo a quelli esistenti, che anche per la situazione internazionale sono in questo momento di difficile spendibilità.

Allargando il campo di osservazione le repubbliche separatiste dell’Ossezia del Sud e dell’ l’Abkhazia sono dalla parte di Mosca e hanno riconosciuto la Repubblica Popolare di Donetsk e quella di Luhansk. Il presidente osseto Anatoly Bibilov ha annunciato un referendum per entrare a far parte della Russia. La Georgia continua a ritenere – così come gran parte della comunità internazionale – come propri i due territori. Un altro elemento di destabilizzazione? A Tbilisi cosa succede vista anche la guerra in Ucraina?
Ossezia del Sud e Abkhazia hanno mandato i propri soldati a combattere in Ucraina a fianco dell’esercito russo. Ci sono state anche molte polemiche: 300 ossetini sono tornati a piedi dal fronte, accusando di essere stati mandati allo sbaraglio senza nemmeno l’equipaggiamento necessario, della scarsa comunicazione con i comandi russi. La dipendenza da Mosca dei secessionisti non li mette comunque in condizione di sottrarsi alle richieste russe, di qualunque natura esse siano. L’Ossezia del Sud appunto si è avviata verso quella che dovrebbe essere la seconda annessione russa dopo la Crimea nel 2014. Un gruppo di 26 persone, fra cui i 4 presidenti della repubblica secessionista eletti negli ultimi anni, hanno dato il via alle procedure per fare un referendum che dovrebbe portare l’Ossezia a divenire parte della Russia, e poi ad essere unita all’Ossezia del Nord, come membro unico federato della Federazione Russa. Questo processo dovrebbe avvenire dopo quelle che quindi sarebbero le ultime elezioni presidenziali del 10 aprile, e potrebbe essere relativamente spedito. Non è la prima volta che l’Ossezia ventila di divenire parte della Russia. In Ossezia vivono attualmente circa 50 000 persone, è una regione povera e con i confini sigillati, non è un territorio che possa vantare una forma di statualità percorribile e dipende in tutto e per tutto dalla Russia. Ma fino al 2022 Mosca aveva respinto le proposte ossetine di essere annessi.
La Georgia e l’intera comunità internazionale – a parte il pugno di stati che riconosce l’Ossezia – non riconoscerà la validità del referendum. Tbilisi stessa è percorsa da grosse tensioni che potrebbero ulteriormente aggravarsi in seguito ad una possibile annessione russa di una parte del proprio territorio. L’opinione pubblica supporta fortemente l’Ucraina, il governo del Sogno Georgiano nicchia, al punto da essersi preso i complimenti di Mosca per la posizione morbida verso la Russia. L’Ucraina ha ritirato il proprio ambasciatore da Tbilisi, e ha accusato il governo georgiano di stare aiutando la Russia.
Una frattura fra governanti e governati che andrebbe risanata.

Pasquale Esposito

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